venerdì 16 giugno 2017

Lo sguardo degli uomini liberi




Mazzolari e Milani, lo sguardo degli uomini liberi. Papa Francesco a Bozzolo e Barbiana 

(Stefania Falasca) «Lasciate che io vi dica una parola intorno alla guerra.. è un punto oscuro dell’umanità, la ricapitolazione di tutte le ingiustizie e di tutti i dolori umani. Però, cari fratelli, vi faccio una domanda: trovatemi una giustificazione che Dio vuole la guerra, perché quando si fanno certe affermazioni bisogna anche documentarle. Voi mi direte: ma i popoli cristiani hanno fatto le guerre… i popoli cristiani sono come tutti gli altri quando dimenticano il Vangelo, anzi, diventano peggiori degli altri… e allora perché volete fare del Padre il massacratore?». 
Mentre i carboni della guerra sono ancora incandescenti, don Primo Mazzolari pronuncia di getto queste parole che andranno poi a confluire in Tu non uccidere, che verrà messo all’indice dal Sant’Uffizio. Il primo provvedimento di censura dei suoi scritti da parte delle autorità ecclesiastiche è del 1934, l’ultimo del 1960, quando Mazzolari era ormai morto. Il Sant’Uffizio ricordava allora che era ancora in vigore il divieto di stampare il libro proibito del 1934, La più bella avventura, che è un ampio commento alla parabola evangelica del Figliol prodigo, dove il parroco di Bozzolo indicava ai cattolici «la necessità di aprirsi ai lontani e di abbandonare ogni atteggiamento da cittadella di paura e di contrapposizione polemica verso coloro che erano considerati estranei alla comunità cristiana».
Gli scritti di quegli anni: Misericordia per Giuda, Il SamaritanoImpegno con CristoTempo di crederePreti così, subiscono tutti la stessa sorte. Mazzolari ha obbedito alle ingiunzioni di non scrivere, poi di non dare interviste, poi di non predicare fuori provincia, poi di restare nella propria parrocchia, facendo presente che era contestato non su aspetti della dottrina. Obbediente ma libero, pur se con grande sofferenza interiore. La sua obbedienza è stata soprattutto al Vangelo e a Cristo. I temi al centro della sua riflessione sono la pace, i poveri, i lontani, i laici, la giustizia sociale, il rinnovamento della vita missionaria. Mazzolari si spende per un cristianesimo incarnato dentro la storia, che s’impegna in una prospettiva evangelica a trasformare il mondo amandolo. La centralità dei poveri e la misericordia ne sono il perno. «Mettere i poveri davanti, ai primi posti – scriveva – una volta tanto, potrebbe anche essere una messa in scena. Gesù li mette davanti, ma c’è anche lui coi poveri, povero come tutti e di più. Egli non è uno spettatore: fa il povero, è il Povero». E allora si comprende come papa Francesco abbia letto pressoché tutti gli scritti di Mazzolari in questi quattro anni di pontificato e non solo lo abbia citato più volte. Ma non si tratta qui della consonanza con un pensiero personale del Papa.
Coglieva nel segno Carlo Maria Martini quando affermava che «don Primo Mazzolari fu profeta coraggioso e obbediente, che fece del Vangelo sine glossa, il cuore del suo ministero» e «capace di scrutare i segni dei tempi, condivise le sofferenze e le speranze della gente, amò i poveri e li pose in alto, rispettò gli increduli, ricercò e amò i lontani, visse la tolleranza come imitazione dell’agire di Dio». E andava ancora nel segno affermando che «è prezioso anche per l’oggi». Lo stesso ha inteso Giovanni XXIII che vedeva nell’agire del prete del cremasco il soffio anzi la «tromba» dello Spirito. E così per Montini che senza incertezze lo assimilava al «destino dei profeti», i quali camminano avanti «con un passo troppo lungo e spesso noi non gli si poteva tener dietro! Così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi». E ancora prima di Giovanni XXIII e di Paolo VI anche il futuro Giovanni Paolo I, che aveva incontrato Mazzolari a Vicenza alla fine di agosto del 1949 in un raduno di sacerdoti, proprio quando l’avventura del suo giornale Adesso era appena cominciata e aveva già iniziato a far parlare in quell’Italia ancora in preda agli odi tra vincitori e vinti e alla rivolta dei miserabili nelle campagne e nelle fabbriche. Mazzolari era arrivato nel Triveneto per la settimana interregionale del clero e incarnandosi nelle situazioni concrete e cruciali del tempo aveva posto sul tavolo gli interrogativi dell’urgente questione rurale, la predicazione, la stampa, il catechismo. Gli stessi aratri di Luciani con i quali sia Luciani che Mazzolari aravano già la risalita alle sorgenti compiuta poi dal Concilio. Su Adesso – prima che nel 1951 gli venisse impartito dal Sant’Uffizio di interromperne la pubblicazione – Mazzolari tiene una rubrica dal titolo: «La parola ai poveri». Era cosciente che parlare dei poveri era poco interessante, parlare ai poveri molto comodo, in nome dei poveri molto ambito, ma dare la parola ai poveri è un’altra cosa. «Don Primo l’ho conosciuto personalmente. Uomo leale, un cristiano vero, un prete che ha camminato con Dio, sincero e ardente, un pastore che ha conosciuto il soffrire e sempre ha veduto lontano» scriverà più tardi da Patriarca di Venezia Luciani a chi gli faceva notare la consonanza con Mazzolari nel gesto compiuto allora dal Patriarca di alienare alcuni beni della Chiesa di San Marco in favore di una comunità di disabili. Negli scritti lo chiama ancora «figlio obbediente della Chiesa» e ne riporta una sua affermazione: «Il massimo dell’amore non è soffrire per la Chiesa ma anche da parte della Chiesa». E seppure distanti tra loro per estrazione, non esitava ad unire Mazzolari a don Milani che insieme, afferma ancora Luciani «meritano di riavere il posto che a loro spetta nella Chiesa e nel cuore di tutti coloro che li hanno amati, come lo merita l’abate Antonio Rosmini», alludendo esplicitamente alla persecuzione interna verso un uomo «di integra fede cristiana, un maestro di sapienza che vedeva con chiarezza nelle strutture ecclesiali i ritardi e le inadempienze evangeliche e pastorali della Chiesa».
È sempre questa la situazione «dei perseguitati non solo da fuori ma anche da dentro per la loro fedeltà alla Parola di Dio» ha affermato più volte lo stesso papa Francesco. «La storia si ripete sempre» ha ripetuto nel suo videomessaggio il Papa in memoria del priore di Barbiana nel corso della recente presentazione dell’edizione mondadoriana di Tutte le opere di don Milani. E Francesco ha qui sottolineato il coraggio di don Milani «come credente» e sacerdote che ha fatto «indigestione di Cristo», «innamorato della Chiesa anche se ferito», che ha «combattuto per la dignità e un’educazione integrale dei suoi ragazzi» emarginati dal potere. Allo stesso modo – accompagnando nei mesi scorsi la pubblicazione di una raccolta di articoli di don Primo Mazzolari – ha scritto che «ci farà bene leggere e meditare queste pagine molto attuali… Lui ci ricorda che i poveri sono la vera ricchezza della Chiesa, i poveri sono l’unica salvezza del mondo!». Così il priore di Barbiana e il parroco di Bozzolo hanno fatto dell'esilio un trono, la redenzione immanente e la loro voce e il loro silenzio sono rimasti intatti.
Per questo la visita «riservata» voluta da Francesco a Bozzolo e Barbiana non rientra nel protocollo di un omaggio formale né in un gesto di riabilitazione staliniana dei caduti, ma è un atto di resipiscenza profonda, perché è la Chiesa qui a ricapitolarsi, a riabilitarsi. Una Chiesa che non indica le periferie come centro di un nuovo conformismo, ma quell’esilio vissuto, quell’esilio da se stessi come luogo inalienabile che fa crescere e rende grande nell’amore e nella fedeltà la Chiesa.
Perché quello di Mazzolari e di Milani è stato un amore di uomini liberi, dimentichi di loro stessi. Talmente da renderli disposti per amore di Cristo e come Cristo anche a soffrire le offese e le ingiurie di quegli stessi apparati del conformismo clericale che non hanno sopportato il dono della libertà dei figli Dio, il dono con cui il Mistero stesso ha reso preziosamente uniche le loro vite, a beneficio di tutti. «Tutte le sottomissioni da schiavo del mondo non valgono un bello sguardo da uomo libero – scriveva Charles Péguy – o piuttosto, dice Dio, tutte le sottomissioni da schiavo del mondo mi ripugnano e io darei tutto per un bello sguardo da uomo libero».
Ed è con questo sguardo che il Papa oggi si ricapitolerà a Bozzolo e a Barbiana. Un’atto intimo, quasi liturgico davanti agli ultimi, perché è da questo servizio che dipende la nostra salvezza. Lì, dove due poveri preti, con la libertà dei figli di Dio, dai poveri hanno ricevuto la sola ricchezza, cioè Cristo stesso. E allora è lì che ci si s’inginocchia, con lo stesso grido appassionato di don Milani: «I care!». Con lo stesso grido di don Mazzolari: «Perché io sono il povero, chi ha fame sono io, chi è senza scarpe sono io! Questa è la realtà: così è il vedere reale. Io sono il povero; ogni uomo è il povero!». E tutta la Chiesa e non solo la Chiesa può dire I care… Sì, mi riguarda. Adesso.


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«Un prete cristiano»: Don Lorenzo Milani 
La Civiltà Cattolica 
(Giancarlo Pani) Alla Fiera dell’editoria italiana a Milano sono state presentate, cinquant’anni dopo la sua scomparsa, Tutte le opere[1] di don Lorenzo Milani, priore di Barbiana[2]. La presentazione ha avuto il 23 aprile un ospite d’eccezione: papa Francesco, intervenuto con un videomessaggio. Egli ha suggerito una particolare lettura degli scritti del sacerdote, quasi come un filo rosso: (...)





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Profeta scomodo. Don Primo Mazzolari, sacerdote contromano
Eco di Bergamo


Riabilitazione. Aveva il passo troppo lungo, camminava davanti a tutti. Ci vuole il Concilio per dargli ragione: il 20 giugno il papa gli renderà omaggio.
(Alberto Bobbio) Aveva il passo troppo lungo e ha camminato avanti a tutti, “tromba dello Spirito Santo”, come lo definì Angelo Roncalli ricevendolo in udienza in Vaticano nel 1959. Don Primo Mazzolari riposa nella Chiesa parrocchiale di Bozzolo, una tomba semplice, progetto di Giacomo Manzù, decorata con un ramo d’ulivo, sulla quale si inginocchierà il 20 giugno Papa Francesco, che ha autorizzato due anni fa  l’apertura del processo di beatificazione di un uomo che, come ha scritto il Segretario di Giovanni XXIII, il card. Loris Capovilla, si è “sempre collocato sugli avamposti”. 
Il gesto di Bergoglio è il sigillo definitivo della riabilitazione di don Primo Mazzolari, dopo quello clamoroso di Roncalli e prima ancora di Giovanni Battista Montini, che da cardinale di Milano lo invitò nel 1957 a predicare a Milano, quando sul capo del parroco di Bozzolo pendeva l’ammonizione del Sant’Uffizio a tacere. Eppure don Primo mai contestò la Chiesa: “Nella Chiesa si ubbidisce in piedi con pura parola e libero silenzio”. Bergoglio gli assomiglia e Mazzolari nei suoi sconfinati scritti, nei libri, nelle pagine di “Adesso”, il periodico che fondò nel 1949 per offrire un contributo alla luce del Vangelo sui poveri, la giustizia sociale, il confronto con i lontani, l’autonomia dei laici, vietato dall’autorità ecclesiastica, ha anticipato molte cose che oggi dice Papa Francesco. Denunciava, come Bergoglio, che i cristiani sono diventati dei “pensionati” e hanno fatto “indigestione di prudenza”.  Insisteva, come Bergoglio, sulla necessità di uscire delle chiese, secondo la logica della centesima pecora: “Il problema dell’apostolato moderno ha davanti due compiti: custodire chi è ancora dentro la Chiesa; attirare quelli che sono fuori. Non conto i primi, so che i secondi sono una legione”. Era il 1951, troppo presto. C’è voluto il Concilio per dare ragione a don Primo Mazzolari, ma sempre con qualche resistenza, qualche riserva, il freno tirato, una bava d’indugio. Ha vissuto contromano, direzione ostinata, secondo i voleri di Dio. Alla sorella Maria, amatissima e con cui ha tenuto una fittissima corrispondenza da poco pubblicata, scrisse prima di entrare in clandestinità nella Resistenza, che “ovunque è la Chiesa e l’altare lo portiamo con noi”. Cominciò da giovane, che non nasconde il proprio disappunto per l’enciclica “Pascendi”con la quale Pio X condanna il modernismo, che prende le parti di don Romolo Murri, sospeso a divinis, perché contrario al non-expedit, che in seminario intraprende la battaglia interiore su obbedienza  e  coscienza, cimento che non abbandonerà mai. I suoi libri, per molto tempo quasi clandestini, gli articoli per i giornali, “L’Eco di Bergamo” compreso, il suo straordinario “Diario”, la corrispondenza sterminata costituiscono il sussidiario di una esistenza appassionata, che non poteva non culminare in “Non uccidere” e in “Nostro fratello Giuda”, la meditazione del giovedì santo del 1958, citata più volte anche da Bergoglio, modello pastorale e letterario sublime e altissimo di una Chiesa accogliente e misericordiosa. Era interventista prima della Grande Guerra, accarezzò l’idea della guerra per spazzare via le ingiustizie. Ma la vita di trincea da cappellano militare lo porta a rivedere le sue posizioni. Dopo la guerra fa il parroco in campagna, terra d’argine del Po mantovano, fatica e miseria. Organizza scuole serali, le feste del grano, abolisce le tariffe per i servizi religiosi. Prima Cicognara e poi a Bozzolo, anni Venti, guardato con sospetto dai socialisti e subito dopo preso di mira dai fascisti, quando si rifiuta di recitare il Te Deum per Mussolini scampato all’attentato di Tito Zaniboni nel 1925. Una sera sparano contro la canonica. Il suo nome fa paura ai fascisti e inquieta le autorità ecclesiastiche. Le prime sanzioni per un libretto sulla Chiesa come casa che accoglie tutti, intitolato “La più bella avventura”, sono del 1935. Ma lui non rinuncia e va predicare, insieme a Montini, la prima settimana teologica della Fuci a  Camaldoli. Scrive un articolo per “L’Eco di Bergamo” nel 1937 dove mette in chiaro l’incompatibilità tra cattolici e comunismo, ma senza per questo spezzare alcun dialogo. Definisce le leggi razziali del ’38 “indegne e rivoltanti”. Lo ammoniscono di nuovo nel ’43 per un libro “Impegno con Cristo”, ancorché lodato dall’Osservatore Romano come “libro coraggioso”.  Dopo il ’45 si mette di traverso nei giorni della violenza e la vendetta nella pianura padana, preti e civili uccisi, veleno e orrore di “un antifascismo improvvisato quanto disumano”. Sta con De Gasperi e la Dc, ma si prodiga perché non deluda le attese della povera gente. Fonda “Adesso”, titolo evangelico che ispira la battaglia culturale per riforme coraggiose. Memorabili le sue omelie per il primo maggio, che tiene fin dal 1920, sul lavoro e la giusta retribuzione “non per vivere appena, ma per vivere da uomini e da cristiani”. Eppure è sempre nel mirino delle gerarchie ecclesiastiche. “Adesso” è proibito, non può predicare, gli articoli sottoposti a censura ecclesiastica. Fino al 1955 quando riceve un biglietto da Venezia. E’ Roncalli: “Caro don Primo, l’aspetto”. Non gli erano sfuggiti gli articoli di Mazzolari sull’ “Eco” e quelli su “L’Italia” di Milano. Mazzolari risponde, ma senza chiedere intercessioni per sé. E quando Roncalli viene eletto Papa don Primo scrive agli amici: “Giovanni XXIII ci fa respirare. Tu, Domine, illum adiuva”. Il 5 febbraio 1959 insieme ad un piccolo gruppo di preti di Reggio Emilia, viene ricevuto in Vaticano. Per lui basta: “Esco contento. Ho dimenticato tutto”. Chi non dimentica è il Sant’Uffizio  e l’anno dopo, con una lettera, il cardinale Ottaviani ricorda al vescovo di Cremona che le censure sugli scritti sono ancora valide. Don Mazzolari era morto il 12 aprile 1959 a 69 anni.  Di“Non uccidere”, pubblicato anonimo nel 1955 , il Vaticano ne ordina il ritiro nel 1958 e solo nel 1965, dopo il Concilio, apparve finalmente con il nome dell’autore.

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Il prete inquieto. Per amore
Eco di Bergamo

I suoi libri gli costarono una persecuzione che lo inseguì fino alla morte: anche per questo il Papa andrà a pregare sulla sua tomba.

(Alberto Bobbio) “Cari ragazzi, ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non sia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto”. Le parole di don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, risuonano come un’eco infinita tra le colline del Mugello e lucidano la tenerezza di un uomo e di un prete che ben sapeva l’importanza strategica e decisiva dell’ amore per le persone più che per le idee. 
Per questo aveva accettato con ubbidienza l’esilio in quel borgo piccolo, due case addossate ad una chiesa, frazione del Comune di Vicchio, dove non c’era posto per il rancore e nemmeno per l’icona di prete ribelle, che era facile cucire addosso a don Lorenzo. E’ stato un profeta e non  solo un maestro. E’ stato soprattutto un testimone, quelli di cui Paolo VI diceva esserci più bisogno. Ed è stato ammonito dalla gerarchia ecclesiastica e mandato sotto processo dalle autorità civili per via della sua intransigenza evangelica verso la guerra e chi benediceva gli eserciti. Le sue riflessioni sul ruolo dei cappellani militari, la sua “Risposta”, che gli costò due processi, oggi non sono più un tabù politico ed ecclesiastico in un Paese dove l’obiezione di coscienza è diventato patrimonio culturale comune. Eppure don Milani resta un prete scomodo, anche se non ci sono più quelli che ne rimarcano l’eresia, pedagogica e ecclesiastica, forse perfino teologica. Papa Francesco, che per il Priore di Barbiana ha un’autentica ammirazione, anzi un’autentica venerazione, andrà a pregare sulla sua tomba nel piccolo cimitero di Barbiana, nello stesso giorno in cui si inginocchierà a Bozzolo su quella di don Prima Mazzolari, in un viaggio brevissimo che servirà per riparare ciò che la Chiesa ha fatto in passato verso i due sacerdoti, ma anche per sancire l’attinenza alla dottrina delle cose che hanno scritto, detto e fatto, anche se ancora oggi né la Chiesa intera, né la società italiana ne hanno compreso del tutto il senso profondo. Non c’è solo “Lettera ad una professoressa”, il testo più noto e più contestato, ma insieme più adulato del Priore di Barbiana, che gli costò una vera e propria persecuzione che lo accompagnò fino alla morte, troppo presto a 44 anni, nel perimetro intellettuale di don Milani. C’è molto altro e c’è soprattutto “Esperienze pastorali” che scrive non perché qualcuno lo trasformi e lo assuma come icona ribelle, ma solo perché lui è un appassionato di Vangelo senza misura. Il professor Alberto Melloni, che ha curato l’Opera omnia degli scritti di don  Milani, recentemente presentata alla Fiera del libro di Milano, con video-messaggio di Papa Francesco, sottolinea l’opera di banalizzazione che ha stravolto la figura e le parole di don Lorenzo Milani in questi cinquant’anni dalla morte, trasformato in una icona buona per ogni stagione e in un marchio da appuntarsi sul petto, a destra e a sinistra, spesso a sproposito: “Don Milani è sparito ed è rimasto il brand commerciale”. L’impresa è cominciata subito dopo la sua morte ad opera di un Sessantotto che ha triturato tutto, sfiancando la fatica del ragionamento e tenendo solo gli slogan che più si confacevano all’attualità politica. Così Lorenzo è diventato il prete di “Lettera d una professoressa”, il pedagogista illuminato, ma dal fiato corto, buono per una stagione soltanto di riforme, da tirar fuori dal cassetto e poi da ripiegare per la stagione successiva, sull’onda di reazioni emotive. La stessa sorte è toccata ad un altro degli imperativi di don Lorenzo Milani, quell’ “I care”, quel mi importa, mi interessa, che lui scriveva col gesso sulla lavagna della scuola di Barbiana, assunto con zelo come strumento ideologico dai burattini di tante stagioni perdute del Paese. Invece la scuola per don Lorenzo era solo un strumento di riscatto e insieme l’immagine di ciò che andava cambiato, accanto a tanto altro, in una società che escludeva e che metteva in pericolo i diritti dei più poveri, degli scarti, direbbe oggi Bergoglio. Rileggere le pagine del Priore nella loro interezza, senza tirar fuori ciò che più fa comodo, è il modo di rendere giustizia e di riparare alla banalizzazione. Francesco ha detto che quella di Lorenzo era “un’inquietudine spirituale, alimentata dall’ amore per Cristo, per il Vangelo, per la Chiesa”. Meglio non si potrebbe dire davanti a chi in questi 50 anni lo ha tirato per la talare di qui e di là, lo ha smontato e rimontato e lo ha usato in buona o in cattiva fede. Anche per questo Jorge Mario Bergoglio andrà a pregare in silenzio sulla sua tomba.

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