sabato 10 giugno 2017

Discernimento di un carisma





(Luigi Bressan)  Alle origini dei FocolariViene presentato venerdì 9 giugno a Trento il libro «Qui c’è il dito di Dio». Chiara Lubich e Carlo de Ferrari: il discernimento di un carisma» (Roma, Città nuova editrice, 2017, pagine 317, euro 23) di Lucia Abignente, responsabile della sezione studi e ricerca storica del Centro Chiara Lubich. Un volume che, evidenzia Paolo Marangon, docente di Storia dell’educazione all’Università di Trento, «non ha propriamente per oggetto la storia del Movimento dei Focolari nel ventennio che va dalla nascita alla prima approvazione del suo statuto (1943-1962), ma l’aspetto più delicato e sofferto di questa vicenda, cioè il discernimento del carisma di Chiara da parte dell’autorità ecclesiastica».
Così, «sulla base di un’ampia e significativa documentazione inedita, tratta da numerosi archivi interni ed esterni al Movimento, l’autrice ricostruisce con rigore metodologico e finezza interpretativa il travagliato, e a tratti drammatico, iter del riconoscimento di una donna e di un carisma fortemente innovativo». In questa prospettiva, è all’arcivescovo Carlo de Ferrari che si deve il primo autorevole discernimento dell’agire di Dio in quanto stava nascendo. Pubblichiamo ampi stralci della prefazione a firma dell’arcivescovo emerito di Trento. 
Il ventennio dell’episcopato di mons. Carlo de Ferrari a Trento (1941-1962) fu assai fecondo di opere e di vitalità ecclesiale. Erano gli anni del pieno impegno di gran parte dei fedeli nelle file dell’Azione cattolica, che anche in paesi piccoli aveva le varie sezioni: fiamme tricolori, adolescenti, giovani — ragazzi e ragazze in sedi separate; uomini e donne; c’erano poi le associazioni di settore come gli universitari (Fuci), gli insegnanti elementari e medi (Aimc e Uciim), gli operai (Acli e Gioc), e gli imprenditori associati in una propria specifica realtà (Ucid). Attraverso queste strutture le persone si formavano alla vita, alla famiglia, al volontariato civico, a responsabilità politiche. In campo sociale si distinse la sezione trentina della Pontificia opera assistenza, per il sostegno offerto ai più poveri, ai ragazzi e agli anziani anche con case estive di soggiorno, mentre le Acli promossero i diritti dei lavoratori, la formazione professionale con le scuole Enaip accanto a quella di base per il mondo operaio. Molte parrocchie s’industriavano per creare posti di lavoro.
In tale spirito monsignor de Ferrari seppe dar spazio anche a forze nuove, come il nascente Movimento dei Focolari. Non era nuovo per quanto riguardava l’arte di presiedere a una diocesi. Anzitutto aveva potuto operare in collegi diversi: da Milano a Capodistria, Piacenza, Verona e Udine, era stato consigliere generale della sua congregazione ed era laureato in diritto canonico. Per cinque anni fu vescovo di Carpi, una realtà complessa della regione padana. Lì si era confrontato anche con l’Opera dei Piccoli Apostoli di don Zeno Saltini, più conosciuta poi come Nomadelfia; la approvò, pur incontrando critiche (poiché era definita eresia dell’amore), e la sostenne anche contro le riserve manifestate dal nunzio apostolico. Monsignor de Ferrari era tutt’altro che chiuso all’innovazione: nella sua prima lettera di saluto all’arcidiocesi del 1° giugno 1942, egli confermava il pieno appoggio all’Azione cattolica, ma aggiungeva che era necessario «svecchiare coraggiosamente certi sistemi che non reggono ai dinamici tempi moderni».
Non che concepisse il movimento proposto da Chiara Lubich una alternativa, ma un complemento ben venuto. Del suo appoggio alle focolarine (allora erano tutte donne) non si parlava molto in diocesi, poiché prevaleva una maggioranza contraria a un nuovo movimento, in un’epoca ecclesiale abituata piuttosto allo schematismo classico e strutturato. Certamente l’ambiente di Trento favoriva un orientamento di apertura a realtà nuove. La città è sempre stata italiana, ma con ampi influssi della cultura tedesca, luogo di incontro dunque. Lo spirito montanaro poi è lontano dai fanatismi assolutisti, mentre seri studi che si diffondevano, anche per contatto con la cultura tedesca, facevano rivedere la teologia sulla Chiesa e il laicato, il senso della liturgia e l’uso della sacra Scrittura.
È comunque sorprendente il deciso appoggio che monsignor de Ferrari concesse alle scelte di fondo proposte dalla Lubich fin dagli inizi. Come per don Zeno Saltini, anche per la Lubich a Trento aveva detto: «Qui c’è il dito di Dio». Certamente memore delle polemiche che Nomadelfia aveva suscitato, fu, però, prudente nel prendere posizione in pubblico. Lo fece, quando fu necessario, con stile chiaro e perentorio riconoscendo al movimento nascente originalità di impostazione, esemplare fedeltà alla Chiesa e purezza evangelica. Quando il movimento incontrò problemi in diocesi e incominciarono a giungere domande di spiegazioni da altre diocesi, l’arcivescovo incaricò il parroco del duomo, monsignor Modesto Revolti, di fare un’indagine su quanto si dicesse e sul come si vivesse da parte degli aderenti. Trascorsi i sei mesi previsti, Revolti — come lui stesso mi confidava — aveva chiesto al vescovo altro tempo e di recarsi talvolta alle riunioni senza alcun preavviso. Alla fine il suo parere fu altamente positivo o almeno non riscontrava nulla che impedisse a quei laici di incontrarsi e proseguire nella loro spiritualità. Da quel momento l’arcivescovo de Ferrari non esitò più, malgrado le critiche che giungevano da varie parti. Volle poi tenere il dossier dei Focolari a parte dal resto dell’archivio diocesano corrente.
Sul come monsignor de Ferrari seguisse i focolarini, accanto ai documenti che un po’ alla volta emergono e ad altri che resteranno nel segreto dei cuori, abbiamo la testimonianza che l’onorevole Igino Giordani scrisse: «Ricordo la sua sapienza, la sua prudenza ed anche la sua lepidezza con cui venne, per anni, dipanando sempre ogni difficoltà. Ché egli il bene non soltanto lo faceva, ma anche lo sapeva fare. Rivelava nei suoi discorsi e nelle sue azioni l’ansia pastorale di convogliare ogni cosa verso lo sbocco della gloria di Dio; e perciò incoraggiava, ammoniva, riprendeva, e soprattutto insegnava con l’esempio. Si vedeva come egli avesse trovato nel focolare uno spirito religioso a lui carissimo. Perciò, scherzando, si definiva “focolarino onorario”. [Nel 1956 scriveva:] “Ai focolarini arcicarissimi delle cento città e oltre!”. E concludeva: “Prego il Signore a ricompensarvi con la vostra santità personale sempre più decisa e col trionfo del vostro ideale Ut unum sint”. Egli stette fra noi e per noi come l’incarnazione della Chiesa: fu il nostro vescovo».

L'Osservatore Romano

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