martedì 27 giugno 2017

Kiko Arguello: INCONTRO DI PREGHIERA - Risiera di San Sabba TRIESTE

Concelebrazione Eucaristica con i Cardinali presenti a Roma. Omelia del Papa



Concelebrazione Eucaristica con i Cardinali presenti a Roma, in occasione del XXV anniversario di Ordinazione Episcopale del Santo Padre. Omelia di Francesco
Sala stampa della Santa Sede

"Qualcuno che non ci vuole bene dice di noi che siamo la gerontocrazia della Chiesa. E’ una beffa. Non capisce quello che dice. Noi non siamo geronti: siamo dei nonni, siamo dei nonni." 
Alle ore 8 di questa mattina, nella Cappella Paolina del Palazzo Apostolico, il Santo Padre Francesco ha presieduto la Concelebrazione Eucaristica con i Cardinali presenti a Roma, in occasione del XXV anniversario della Sua Ordinazione Episcopale.
Omelia del Santo Padre
Nella prima Lettura abbiamo sentito come continua il dialogo tra Dio e Abramo, quel dialogo che incominciò con quel “Vattene. Vattene dalla tua terra…” (Gen 12,1). E in questa continuazione del dialogo, troviamo tre imperativi: “Alzati!”, “guarda!”, “spera!”. Tre imperativi che segnano la strada che deve percorrere Abramo e anche il modo di fare, l’atteggiamento interiore: alzati, guarda, spera.
“Alzati!”. Alzati, cammina, non stare fermo. Tu hai un compito, tu hai una missione e devi compierla in cammino. Non rimanere seduto: alzati, in piedi. E Abramo cominciò a camminare. In cammino, sempre. E il simbolo di questo è la tenda. Dice il Libro della Genesi che Abramo andava con la tenda, e quando si fermava c’era la tenda. 
Mai Abramo ha fatto una casa per sé, mentre c’era questo imperativo: “Alzati!”. Soltanto, costruì un altare: l’unica cosa. Per adorare Colui che gli ordinava di alzarsi, di essere in cammino, con la tenda. “Alzati!”.
“Guarda!”. Secondo imperativo. «Alza gli occhi e, dal luogo dove stai, spingi lo sguardo verso il settentrione e il mezzogiorno, verso l’oriente e l’occidente» (Gen 13,14). Guarda. Guarda l’orizzonte, non costruire muri. Guarda sempre. E vai avanti. E la mistica [la spiritualità] dell’orizzonte è che quanto più si va avanti, sempre c’è più lontano l’orizzonte. Spingere lo sguardo, spingerlo in avanti, camminando, ma verso l’orizzonte.
Terzo imperativo: “Spera!”. C’è quel dialogo bello: “[Signore,] tu mi hai dato tanto, ma l’erede sarà questo domestico” – “L’erede uscirà da te, sarà nato da te. Spera!” (cfr Gen 15,3-4). E questo, detto a un uomo che non poteva avere eredità, sia per la sua età sia per la sterilità della moglie. Ma sarà “da te”. E la tua eredità – da te – sarà «come la polvere della terra: se uno può contare la polvere della terra, potrà contare anche i tuoi discendenti» (Gen 13,16). E un po’ più avanti: “Alza lo sguardo, guarda il cielo: conta la stelle, se riesci. Così sarà la tua discendenza”. E
Abramo credette, e il Signore glielo accreditò come giustizia (cfr Gen 15,5-6). Nella fede di Abramo incomincia quella giustizia che [l’apostolo] Paolo porterà più avanti nella spiegazione della giustificazione.
“Alzati! Guarda! – l’orizzonte, niente muri, l’orizzonte – Spera!”. E la speranza è senza muri, è puro orizzonte.
Ma quando Abramo fu chiamato, aveva più o meno la nostra età: stava per andare in pensione, in pensione per riposarsi… Incominciò a quell’età. Un uomo anziano, con il peso della vecchiaia, quella vecchiaia che porta i dolori, le malattie… Ma tu, come se fossi un giovanotto, alzati, vai, vai! Come se fossi uno scout: vai! Guarda e spera. E questa Parola di Dio è anche per noi, che abbiamo un’età che è come quella di Abramo… più o meno – ci sono alcuni giovani qui, ma la maggioranza di noi è in questa età –; e a noi oggi il Signore dice lo stesso: “Alzati! Guarda! Spera!”. Ci dice che non è l’ora di mettere la nostra vita in chiusura, di non chiudere la nostra storia, di non compendiare la nostra storia. Il Signore ci dice che la nostra storia è aperta, ancora: è aperta fino alla fine, è aperta con una missione. E con questi tre imperativi ci indica la missione: “Alzati! Guarda! Spera!”.
Qualcuno che non ci vuole bene dice di noi che siamo la gerontocrazia della Chiesa. E’ una beffa. Non capisce quello che dice. Noi non siamo geronti: siamo dei nonni, siamo dei nonni. E se non sentiamo questo, dobbiamo chiedere la grazia di sentirlo. Dei nonni ai quali i nostri nipotini guardano. Dei nonni che devono dare loro un senso della vita con la nostra esperienza. Nonni non chiusi nella malinconia della nostra storia, ma aperti per dare questo. E per noi, questo “alzati, guarda, spera”, si chiama “sognare”. Noi siamo dei nonni chiamati a sognare e dare il nostro sogno alla gioventù di oggi: ne ha bisogno. Perché loro prenderanno dai nostri sogni la forza per profetizzare e portare avanti il loro compito.
Mi viene alla mente quel passo del Vangelo di Luca (2,21-38), Simeone e Anna: due nonni, ma quanta capacità di sognare avevano, questi due! E tutto questo sogno lo hanno detto, a San Giuseppe, alla Madonna, alla gente… E Anna andava chiacchierando qua e là e diceva: “E’ lui! E’ lui!”, e diceva il sogno della sua vita. E questo è ciò che oggi il Signore chiede a noi: di essere nonni. Di avere la vitalità di dare ai giovani, perché i giovani lo aspettano da noi; di non chiuderci, di dare il nostro meglio: loro aspettano dalla nostra esperienza, dai nostri sogni positivi per portare avanti la profezia e il lavoro.
Chiedo al Signore per tutti noi che ci dia questa grazia. Anche per quelli che ancora non sono diventati nonni: vediamo il presidente [dei vescovi] del Brasile, è un giovanotto,... ma arriverai! La grazia di essere nonni, la grazia di sognare, e dare questo sogno ai nostri giovani: ne hanno bisogno.
[Alla fine della Messa, prima della benedizione]
Voglio ringraziare tutti voi per le parole che mi ha rivolto il cardinale Sodano, decano, con il nuovo vice-decano che è accanto a lui - tanti auguri! -. Ringraziarvi per questa preghiera comune in questo anniversario, chiedendo il perdono per i miei peccati e la perseveranza nella fede, nella speranza, nella carità. Vi ringrazio tanto per questa compagnia fraterna e chiedo al Signore che vi benedica e vi accompagni nella strada del servizio alla Chiesa. Grazie tante.

Udienza del Santo Padre alla Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli





Udienza del Santo Padre alla Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli in occasione della Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo 
Sala stampa della Santa Sede

Alle ore 9.30 di questa mattina, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza la Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, giunta come di tradizione a Roma in occasione della Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.
Discorso del Santo Padre
Eminenza,
cari fratelli in Cristo,
grazie di essere venuti qui, in occasione della festa dei santi Pietro e Paolo, patroni principali di questa Chiesa di Roma; siate i benvenuti. Ringrazio vivamente Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo e il Santo Sinodo, per avere inviato voi, cari fratelli, come loro rappresentanti, a condividere con noi la gioia di questa festa.
Pietro e Paolo, discepoli e apostoli di Gesù Cristo, hanno servito il Signore con stili differenti e in modo diverso. Tuttavia, pur nella loro diversità, entrambi hanno dato testimonianza dell’amore misericordioso di Dio Padre, del quale ciascuno, a suo modo, ha fatto profonda esperienza, fino ad offrire in sacrificio la propria vita. Per questo, sin da antichissimi tempi, la Chiesa in Oriente e in Occidente riunisce in una sola celebrazione la memoria del martirio di Pietro e di Paolo.
È giusto infatti celebrare insieme la loro offerta per amore del Signore, che è allo stesso tempo memoria di unità nella diversità. Come voi ben sapete, l’iconografia rappresenta i due apostoli stretti in un abbraccio, profezia dell’unica comunione ecclesiale nella quale le legittime differenze debbono convivere.
Lo scambio di delegazioni tra la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli, in occasione delle rispettive feste patronali, accresce in noi il desiderio di ristabilire pienamente la comunione tra cattolici e ortodossi, che già pregustiamo nell’incontro fraterno, nella preghiera condivisa e nel comune servizio al Vangelo. L’esperienza del primo millennio, nella quale i cristiani d’Oriente e d’Occidente partecipavano alla stessa mensa eucaristica, da un lato custodendo insieme le medesime verità di fede e dall’altro coltivando varie tradizioni teologiche, spirituali e canoniche compatibili con l’insegnamento degli Apostoli e dei Concili ecumenici, è punto di riferimento necessario e fonte di ispirazione per la ricerca del ristabilimento della piena comunione nelle attuali condizioni, comunione che non sia uniformità omologata.
La vostra presenza mi offre la lieta opportunità di ricordare che quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della visita del Beato Paolo VI al Fanar nel luglio del 1967, e della visita del Patriarca Athenagoras, di venerata memoria, a Roma nell’ottobre di quello stesso anno. L’esempio di questi coraggiosi e lungimiranti Pastori, mossi unicamente dall’amore per Cristo e per la sua Chiesa, ci incoraggia a proseguire nel nostro cammino verso la piena unità. Cinquant’anni fa le due visite furono eventi che suscitarono immensa gioia ed entusiasmo nei fedeli delle Chiese di Roma e di Costantinopoli e contribuirono a far maturare la decisione di inviare delegazioni per le rispettive feste patronali, cosa che continuiamo a fare anche oggi.
Sono vivamente grato al Signore, perché anche a me continua a dare occasione di incontrarmi col mio amato fratello Bartolomeo. In particolare, conservo un ricordo grato e benefico del nostro recente incontro al Cairo, dove ho potuto constatare ancora una volta la profonda consonanza di visione su alcune sfide che toccano la vita della Chiesa e il mondo contemporaneo.
Il prossimo settembre a Leros, in Grecia, si riunirà il Comitato di coordinamento della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Ortodossa, co-presieduta da Vostra Eminenza e dal Cardinale Kurt Koch, in seguito al generoso invito del Metropolita Paisios. Auspico che questa riunione, in un clima spirituale di ascolto della volontà del Signore e nella viva consapevolezza del cammino che molti fedeli cattolici e ortodossi in varie parti del mondo già compiono insieme, sia ricca di buoni risultati per il futuro del dialogo teologico.
Eminenza, cari fratelli, l’unità di tutti i suoi discepoli è stata l’accorata richiesta che Gesù Cristo ha presentato al Padre poco prima della sua passione e morte (cfr Gv 17,21). Il compimento di questa preghiera è affidato a Dio, ma passa anche attraverso la nostra docilità e obbedienza alla sua volontà. Preghiamo gli uni per gli altri perché il Signore ci conceda di essere strumenti di comunione e di pace, confidando nell’intercessione dei Santi Pietro e Paolo e di Sant’Andrea. Anch’io vi domando, per favore, di continuare a pregare per me.

Martedì della XII settimana del Tempo Ordinario

lunedì 26 giugno 2017

Fidarsi della promessa di Dio



Nell’ultima omelia di Santa Marta prima della pausa estiva
Dovremmo avere tutti il dna di Abramo, padre nella fede, e vivere con lo stile cristiano dello «spogliamento», sempre «in cammino» senza mai cercare la comodità ma con la capacità di «bene dire». Sicuri che non servono oroscopi o negromanti per conoscere il futuro, perché basta fidarsi della «promessa di Dio». Ecco le coordinate «semplici» della vista cristiana che Papa Francesco ha riproposto nella messa celebrata lunedì 26 giugno a Santa Marta. La prima lettura, ha fatto subito notare il Papa riferendosi al passo tratto dal libro della Genesi (12, 1-9), «ci parla dell’inizio della nostra famiglia, dell’inizio di noi cristiani come popolo». E «incominciò così, con Abramo — ha spiegato — e per questo noi diciamo che Abramo è nostro padre». Ma proprio «il modo come è stato chiamato Abramo segna anche lo stile della vita cristiana, lo stile».
Abramo, infatti, risponde alla domanda su «come dobbiamo essere cristiani: se tu vuoi, facilmente vai lì, leggi questo e avrai lo stile». Uno stile che certo si trova «anche nei Vangeli». Ma proprio «come nel seme c’è la adn [l’acido deossiribonucleico, il dna] del frutto che verrà dopo, così in Abramo c’è lo stile della vita cristiana, lo stile di noi come popolo». E «una prima dimensione di questo stile è lo spogliamento» ha fatto presente Francesco. «La prima parola» che il Signore dice ad Abramo è: «Vattene». Dunque, «essere cristiano porta sempre questa dimensione di spogliamento che trova la sua pienezza nello spogliamento di Gesù nella croce». Per questo «c’è sempre un “vattene”, “lascia”, per dare il primo passo: “Lascia e vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre”» è il comando del Signore per Abramo. Ma «se facciamo un po’ di memoria — ha proseguito il Papa — vedremo che nei Vangeli la vocazione dei discepoli è un “vattene”, “lascia” e “vieni”». Così è «anche nei profeti, pensiamo a Eliseo, lavorando la terra: “Lascia e vieni” —“Ma almeno permettimi di salutare i genitori” — “Ma va e torna”». È sempre lo stile del «lascia e vieni». «Un cristiano deve avere questa capacità di essere spogliato» ha insistito il Pontefice. «Al contrario, non ci sono cristiani autentici» e certo «non lo sono quelli che non si lasciano, diciamo, spogliare e crocifiggere con Gesù in croce», come per esempio ha fatto san Paolo. E «Abramo, dice la lettera agli Ebrei, “per fede obbedì” partendo per una terra che doveva ricevere in eredità e partì senza sapere dove andava». 
Del resto, ha affermato il Papa, «il cristiano non ha oroscopo per vedere il futuro; non va dalla negromante con la sfera di cristallo» perché «vuole che gli legga la mano: no, non sa dove va, va guidato». «Lo spogliamento», dunque, «è come una prima dimensione della nostra vita cristiana». E questo «perché? Per una ascesi ferma? No, per andare verso una promessa». Ed ecco, allora, «la seconda» dimensione indicata da Francesco: «Noi siamo uomini e donne che camminiamo verso una promessa, verso un incontro, verso qualcosa — una terra, dice ad Abramo — che dobbiamo ricevere in eredità». «A me piace vedere — ha confidato il Pontefice — come si ripete in questo passo, e in quelli di questo capitolo che seguono, che Abramo non edifica una casa: pianta una tenda, perché sa che è in cammino e si fida di Dio, si fida». E «lui, il Signore, gli farà sapere quale sarà la terra. 
Abbiamo letto che l’ha fatta vedere: “Alla tua discendenza, io darò questa terra”». Da parte sua, «Abramo cosa edifica, una casa? No, un altare per adorare il Signore: fa il sacrificio e poi prende la tenda e continua a camminare». È perciò «sempre in cammino». Un atteggiamento che ci ricorda che «il cristiano fermo non è vero cristiano: il cammino incomincia tutti i giorni al mattino, il cammino di affidarsi al Signore, il cammino aperto alle sorprese del Signore, tante volte non buone, tante volte brutte — pensiamo a una malattia, a una morte — ma aperto, perché io so che tu mi porterai a un posto sicuro, a una terra che tu hai preparato per me». 
Ecco allora, ha proseguito il Papa, «l’uomo in cammino, l’uomo che vive in una tenda, una tenda spirituale: l’anima nostra, quando si sistema troppo, si installa troppo, perde questa dimensione di andare verso la promessa e invece di camminare verso la promessa, porta la promessa e possiede la promessa». Ma «questo non va, non è propriamente cristiano». «Un’altra caratteristica, un’altra dimensione della vita cristiana che vediamo qui, in questo seme dell’inizio della nostra famiglia, è la benedizione» ha spiegato Francesco. «Per cinque volte — ha fatto notare — va detta la parola “benedizione”, cinque volte in questo piccolo pezzo di nove versetti» tratto dalla Genesi. Perché «il cristiano è un uomo, una donna che “benedice”, cioè dice bene di Dio e dice bene degli altri, e che si fa benedire da Dio e dagli altri per il modo come va avanti». 
Riepilogando, ha affermato il Papa, «questo è uno schema, diciamo così, della nostra vita cristiana: lo spogliamento, la promessa e la benedizione, sia quella che Dio ci dà sia quella che noi diamo agli altri». Perché, ha avvertito, «tutti, anche voi laici, dovete benedire gli altri, dire bene degli altri e dire bene a Dio degli altri. E questo è “benedire”». Ma «noi siamo abituati — ha messo in guardia Francesco — a non dire bene tante volte e la lingua si muove un po’ come vuole, no?». Per questa ragione, ha aggiunto, «mi piace il comandamento che Dio dà al nostro padre Abramo, come sintesi della vita, come deve essere lui: “Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile”». Dunque, ha spiegato, «“cammina nella mia presenza”, cioè davanti a me, lasciandoti spogliare da me e prendendo le promesse che io ti faccio, fidandoti di me, “e sii irreprensibile”». In fondo, ha commentato Francesco, «la vita cristiana è così semplice». E ha suggerito di non dimenticare lo stile dello «spogliamento, la promessa con il fidarsi di Dio e la tenda — senza sistemarsi e installarsi troppo — e la benedizione».
L'Osservatore Romano

Lunedì della XII settimana del Tempo Ordinario

sabato 24 giugno 2017

XII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) — 25 giugno 2017. Monizione ambientale e commento al Vangelo.



MONIZIONE AMBIENTALE
Nella XII Domenica del Tempo Ordinario, la liturgia ci propone il Vangelo in cui Gesù rivolgendosi ai discepoli dice:
«Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima».
L’amore a Cristo è amore all’uomo e alla sua dignità. Tale amore spinge talvolta i cristiani a parlare con franchezza contro l’iniquità, senza paura del politicamente corretto. Quando, ad esempio, viene ritardato il giusto compenso ad un bracciante, oppure, una lavoratrice viene penalizzata per il suo stato di gravidanza, siamo di fronte ad ingiustizie gravi da non tacere. Se un bambino è ucciso nel grembo della madre in strutture sanitarie pubbliche con i soldi dei contribuenti, è un omicidio, come ha detto Papa Francesco, non solo un’asettica “Interruzione volontaria della gravidanza”; è permessa da una legge iniqua. Quando un malato in stato vegetativo o terminale viene considerato un “peso inutile”, e si pone fine alla sua vita privandolo di cibo ed idratazione, cure ordinarie a cui avrebbe diritto come disse San Giovanni Paolo II in Evangelium Vitae 65, si uccide una persona, che non può difendersi, con l’eutanasia, ipocritamente detta “buona morte”. Se accade che chi dovrebbe insegnare nella Chiesa la Verità, neghi la storicità della risurrezione di Cristo, o l’esistenza del “principe di questo mondo”, siamo di fronte ad un nemico della salvezza dell’uomo. Chiaramente questa franchezza si paga con ostilità e violenze subite, a volte addirittura con la vita. Ma Gesù ci rassicura: “Non temeteli! Io sono con voi!”. (Sanfilippo)
***
COMMENTO AL VANGELO

Il demonio non ha il potere di uccidere l’anima!


Siamo parte della famiglia di Gesù. Tutto quello che riguarda Lui riguarda anche noi. La nostra vita è legata indissolubilmente alla sua, perché siamo nati per essere conformi alla sua immagine. Il Signore è il primogenito della nuova creazione e, come Lui, in Lui e per Lui, non possiamo che suscitare sconcerto, scandalo, persecuzione. 
L’apparire di Gesù scatenava l’ira dei demoni, stanati nell’ombra delle loro menzogne. Allo stesso modo l’avvento della Chiesa nella parola e nella vita degli apostoli, svela le trame occulte del principe di questo mondo, perché la Verità illumina la menzogna, Così, quando in ufficio, a scuola, tra gli amici, nelle diverse relazioni, si fa presente l’avvenimento di Cristo incarnato negli apostoli, tutto quello che non gli è conforme – i nemici della croce – è come risucchiato in superficie, e, una volta smascherato, schiuma ira e calunnia, e violenza che giunge ad uccidere, pur di ricacciare nell’ombra la menzogna di un’esistenza preda dell’inganno. 
Quando al supermercato, all’uscita dall’asilo appare una mamma circondata dalla nidiata dei suoi cinque, o sette, o dieci figli, è come una saetta precipitata laddove si sono posati i suoi piedi: risolini, ghigni, ironie, e insulti. In quella madre, come in ogni cristiano che incarni il vivere di Cristo, appare il Maestro, il Primogenito risorto e vivo che ha vinto la morte dell’egoismo, della paura e del pensiero del mondo; quei bambini che le fanno ressa ululante intorno sono il frutto dei “segreti” che Gesù le ha “sussurrato all’orecchio” e che lei “annuncia alla luce e predica dai tetti”. 
La Chiesa sa che in ogni uomo è inscritto il codice genetico dell’amore, la volontà di felicità che ne ha disegnato la mappa del Dna spirituale. Quando, in quella mamma, come in ogni apostolo, lo Spirito Santo fa visibile quel codice nell’esistenza quotidiana, come un liquido di contrasto intercetta il grumo di cellule impazzite che ha attaccato il Dna per stravolgerlo e lo attacca come una massiccia dose di chemioterapia spirituale; allora si palesano gli stessi effetti di quella usata nei protocolli medici oncologici: nausea, vomito, debolezza, e l’uomo vecchio aggredito dal cancro lascia il passo, con dolore, alle cellule rinnovate. 
La persecuzione che si scatena contro la Chiesa è sempre dettata dall’orgoglio che induce a non arrendersi, a difendere le certezze acquisite, non importa se gravide di morte; la superbia che spinge a non abbandonarsi alla misericordia. La persecuzione, la calunnia, l’odio che gli apostoli attirano su di sé, sono il segno inequivocabile che il Regno dei Cieli è arrivato e il regno di satana ha le ore contate: è segno di debolezza. 
Gesù è venuto per la rovina dei demoni, e per questo, dopo di Lui, il “padrone della casa” che è immagine della Chiesa, anche “i suoi familiari”, ovvero gli apostoli, saranno identificati come demoni a servizio del principe dei demoni, perché l’opera più astuta di satana è proprio quella di camuffarsi e scambiare il bene con il male, Gesù con il demonio. E’ quanto abbiamo sotto gli occhi ogni giorno… 
Per questo, la missione della Chiesa è una lotta, è parte del combattimento escatologico che appare nell’Apocalisse, soprattutto al Capitolo XII. La Donna è perseguitata dal grande drago che vuole divorare il bambino appena nato, Cristo fatto carne nella Chiesa, nei suoi fratelli più piccoli. Ogni istante della loro vita, ogni aspetto della nostra esistenza è un capitolo unico e inevitabile di questa grande e cruenta battaglia. 
Al lavoro, a casa, a scuola, con amici e colleghi, con il fidanzato o con i parenti, ovunque e sempre ci è consegnata una tessera del mosaico che compone la volontà di Dio su ogni uomo. Per poterla deporre al suo posto è necessario che sia “esorcizzata” e tolta la tessera falsa, apparentemente somigliante, ma inautentica. E questo accade non senza pagare un prezzo spesso salatissimo: la nostra dignità, il nostro onore, l’amicizia, la stima, l’affetto. 
Caricarsi, con Cristo, del peccato e del male che si scatena intorno e verso di noi, è l’amore più grande, l’unico autenticamente gratuito, che libera e conduce al Regno. In questa guerra contro satana, non dobbiamo “temere” nessuno; non dobbiamo temere l’esercito nemico, i pensieri, le tentazioni e coloro che, in questo mondo, obbediscono ai suoi ordini: il demonio non ha il potere di uccidere l’anima! Non c’è peccato, per quanto grande, che possa uccidere definitivamente l’anima! 
Siamo invece chiamati a temere Cristo, che significa abbandonarsi fiduciosi al suo amore. Temere di perderlo, di entrare nella morte soli, senza il nostro Avvocato, nella superbia di chi bestemmia l’opera dello Spirito Santo, l’unico che, nel giudizio, potrà difenderci. E questo ogni giorno: anche oggi ci attende un giudizio, al quale giungeremo passando attraverso gli eventi che ci metteranno a morte. Non sono questi, non sono i nemici che dobbiamo temere; dobbiamo invece fuggire con paura anche solo l’ipotesi di entrare nella storia soli con la nostra superbia, di trovarci davanti al Padre nudi come Adamo, senza l’armatura di Cristo. 
Se così accade, stasera ci sentiremo soli e condannati, perderemo la speranza per il matrimonio, per i figli, per la nostra vita, assaporando le primizie della “Geenna” invece di quelle del Paradiso. Il santo timore sigilla in noi che “ogni capello del nostro capo è contato”: siamo già cittadini del Cielo, non un secondo della nostra vita scivola dalle mani di Cristo. Nulla di quello che ci accade è fuori dalla volontà di Dio, eccetto il peccato. Vivere in questa certezza è già compiere la missione, in mezzo a un mondo che contesta l’esistenza e l’amore di Dio. 
Chi vive nel mistero pasquale di Cristo in ogni circostanza “lo riconosce” davanti agli uomini, così come Lui, anche quando cadiamo nel peccato, “riconosce” in noi la sua opera più forte della debolezza. “Non riconoscerlo” significa opporsi alla Grazia e rifiutare, con la storia e le persone, il suo annuncio, l’irrompere dello Spirito Santo, il suo farsi carne in noi: come potrà allora Gesù, in chi ostinatamente lo ha scacciato, “riconoscere” se stesso davanti al Padre? Temiamo dunque il Signore, abbandoniamoci alla sua fedeltà, Lui che ha “il potere” di condurci al porto sospirato della Vita eterna dove ci “riconoscerà” come suoi fratelli.

venerdì 23 giugno 2017

24 Giugno. Natività di San Giovanni Battista



Il messaggio del Battista 
è quello di invitare il popolo di Israele 
a guardarsi dentro e a convertirsi 
per poter riconoscere, nell'ora della salvezza, 
Colui che Israele ha sempre atteso e che ora è presente. 
Giovanni impersonifica in questo senso 
l'ultimo dei profeti 
e l'economia specifica della speranza dell'Antica Alleanza.

Benedetto XVI

***

Dal Vangelo secondo Luca 1,57-66.80.

Per Elisabetta intanto si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva esaltato in lei la sua misericordia, e si rallegravano con lei. All'ottavo giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col nome di suo padre, Zaccaria. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c'è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta, e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Coloro che le udivano, le serbavano in cuor loro: «Che sarà mai questo bambino?» si dicevano. Davvero la mano del Signore stava con lui. Il fanciullo cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele. 

***
COMMENTO
Insieme al Signore e alla Vergine Maria, Giovanni Battista è l'unico "Nato di donna" del quale la Chiesa celebra la natività. Significa che nella sua nascita vi è qualcosa che riguarda tutti noi. Giovanni, infatti, il "nome nuovo" scelto da Dio, significa "Dio fa grazia oraper una storia nuova che può cominciare ora. La tua e la mia, e quella di ciascun uomo "battezzato" nelle viscere d’amore a cui tutti aneliamo. Che cos' è la nostra vita se non una continua ricerca di misericordia? Di un amore che ci accolga nel suo grembo senza condizioni, così come siamo, che non presenti conti da pagare, per il quale non doversi acconciare? Un amore che ci faccia liberi d’essere esattamente quel che siamo. "Nessuno nella nostra parentela porta il nome" di questo amore, la carne non la prevede. I rapporti, infatti, si infrangono tutti sul limite severo della debolezza carnale. E ciascuno di noi è il frutto di una storia concreta di debolezze, come quella del Popolo di Israele, l’eletto incapace di reggere la prova della libertà. Una storia di schiavitù e liberazioni, di adulteri e perdoni, simile a una strada sconnessa e piena di buche, ma che segue un percorso certo e diritto sulle orme di una promessa: l'avvento del Messia, il Salvatore, il Figlio che compirà, con la sua carne, la Legge impossibile per la nostra carne. In questa storia, Giovanni è la soglia della speranza, l’uscio socchiuso sul compimento di ogni promessa. La sua nascita dal grembo sterile di Elisabetta, immagine di Israele sterile vigna senza frutto, ne è il segno. Tutta la storia si coagulava in quel grembo, come oggi anche la nostra giunge a questo giorno come una "contrazione" nel grembo di una madre. Tutto ciò che ha reso infeconda la nostra vita può diventare il segno dell'amore che trasforma la morte in vita. Come accadde al principio della storia con Isacco, figlio insperato di Abramo e di Sara, gli avvizziti patriarchi. Una storia di salvezza iniziata con il miracolo che ne profetizzava il compimento. Anche il nostro apparire nel mondo è stato un miracolo d'amore; ma poi, di fronte alle sofferenze, il demonio ha avuto ragione della nostra debolezza, e, ingannandoci, ci ha chiuso nel grigio dell'egoismo sterile di chi ha smesso di credere all'amore di DIo. Per strapparci alla deriva del mondo occorreva un miracolo: Giovanni, la misericordia di Dio, la sua Grazia proprio ora, quando forse tutto sembra remarci contro. Non l’abbiamo conosciuta nella carne, non v’è n’è traccia nella storia del mondo. E’ un nome nuovo, l'assoluta novità di uno sguardo posato su Cristo, il Messia capace di salvarci e far bella la nostra vita di oggi: famiglia, lavoro, amicizie, tutto rinnovato perché compiuto nell'amore. Giunge oggi Giovanni, la Parola di Dio per noi. Parla al nostro cuore e ci annuncia la buona notizia che è finita la nostra schiavitù. Ai rapporti malsani inchiodati ai compromessi, al dare e avere d’ogni nostra relazione, ai padri che vorrebbero fare dei propri figli il prolungamento di se stessi, e ai figli schiacciati dall'eredità carnale dei propri genitori, anche quella di peccato e violenza. 


Ecco oggi la buona notizia per le nostre storie sterili che sembrano non aver nulla di nuovo da dire, per gli anziani ormai rassegnati, per i giovani cui il mondo ha sottratto la speranza; per le coppie sedutesi sulla routine, quando il volto del marito e della moglie appaiono ormai come un soprammobile in più; ai preti e religiosi infilatisi, senza accorgersene, nell'accidia che dà spazio ai compromessi e inaridisce lo zelo; ai tanti presi al laccio dell'insoddisfazione che li schiaccia in una continua, sterile, rivendicazione di diritti; a chi non riesce più a vedere la propria vita, e quella di chi è accanto, come un prodigio. Attraverso Giovanni è annunciata oggi a ogni uomo la buona notizia: come "la mano di Dio era su di lui", sigillo della nuova ed eterna alleanza, così la mano del Padre è su di noi, per realizzare qualcosa di assolutamente nuovo, e fare, della nostra vita, una porta spalancata verso il Signore Gesù. Oggi possiamo guardare la nostra vita con occhi diversi. Dio, infatti, "ha esaltato anche in noi", come in Elisabetta, "la sua misericordia". Si è chinato sulla nostra sterilità e ne ha fatto un prodigio di fecondità. Giovanni è immagine del nostro cuore assetato d’amore, il segno dell’intimo di noi che anela a Cristo. La misericordia attesa e bramata bussa oggi al nostro cuore, Giovanni ce la offre gratuitamente a nome del Messia. Oggi si compiono "i nostri giorni del parto", e tutto di noi brilla di luce nuova: ogni istante del passato trasfigurato nel miracolo d’amore del Signore. Nulla è impossibile a Dio, non vi è sterilità che non possa essere trasformata in fecondità, nessun peccato che non possa essere perdonato. La nostra storia ci ha condotto a quest’oggi di Grazia e di gioia. Tutto in noi, ogni evento e ogni persona apparsi della nostra vita, come doni di Dio, hanno preparato l’incontro con la sua misericordia. Lasciamoci "meravigliare" di fronte all'amore di Dio, ai dettagli che lo avvicinano alle nostre giornate. Come Giovanni, "cresciamo e rafforziamoci nello Spirito", perché ci attende una missione meravigliosa, quando e come Dio vorrà, dove Lui ha già pensato: Annunciare il Messia, l’atteso delle genti. Fin dal grembo materno ci ha chiamati, oggi ce lo rivela. Siamo amati, salvati, redenti, perdonati, e la nostra vita è un vaso attraverso il quale Dio offre al mondo la sua misericordia; per questo, tutto di noi è un prodigio, il più grande, le braccia distese nella consegna di noi stessi per gli altri. Che timore, che gioia! Davvero, “che sarà mai questo bambino?”, che sarà mai la nostra vita? E quella di tuo figlio, anche se in questo tempo sembra seppellito tra grugniti e ira. Il Signore, giorno dopo giorno, ce lo rivelerà, ma sappiamo già che giungerà esattamente dove è approdata la vita di Giovanni: a divenire, nel martirio, un segno, una luce che indichi la salvezza, l'Agnello che toglie il peccato del mondo. In famiglia, al lavoro, a scuola, ovunque, questa vita concreta è un prodigio, il segno autentico ed efficace dell'amore che salva ogni "ora", che fa di ogni istante il principio di una novità che riscatta e infonde pace e felicità. Gettiamoci allora, senza paura, nell’avventura che Dio ci ha preparato.

Il non credente e la bibbia.



Colloquio con Massimo Cacciari a cura di Esodo
Esodo n. 2 del aprile-giugno 2017

D. Come si rapporta con la Bibbia chi non crede che abbia autorità da Dio? ci sono diversi modi di lettura, ma quale significato ha per il filosofo la comprensione di questa che, per chi crede, è parola di Dio?
R.La Bibbia è il nostro grande codice. Ignorarlo significa ignorare la storia e la cultura dell’Occidente, significa non capire il nostro presente. È il grande codice cui l’occidente, ha attinto in tutte le sue forme, della letteratura, dell’arte, della filosofia. 
Per tutti, credenti e non, vale questo come vale la necessaria lettura scientifica dei testi che costituiscono la Bibbia, brutta traduzione che nasconde la pluralità dei libri. Il concetto di pluralità è fondamentale per tutto il nostro discorso.
Il non credente, chi non crede che siano parola di Dio, che rapporto ha con questi libri? Ci sono vari modi di approccio, oltre a quello detto all’inizio. È una continua fonte di suggestioni, di problemi, di provocazioni, un permanente invito a pensare, alla discussione sui temi fondamentali di ordine teologico e filosofico. Da questi libri il non credente non può non essere provocato continuamente a riflettere, così come lo è dai grandi testi classici della filosofia e della letteratura: il libro di Giobbe provoca esattamente come una delle tragedie greche. Sono dei “classici”. 
Però c’è un problema. Moltissimi non credenti leggono questi testi come alimento di pensiero e non possono ignorare questa fonte. È inevitabile che così sia. Il non credente deve però porsi la domanda di fondo sul loro significato -e questo è il nodo- perché non può ignorare che la tradizione di questi testi si fonda sulla lettura di quelli che credono che quella parola sia parola di Dio. Non può essere elusa la differenza che questa tradizione vive e trasmette quei libri come parola di Dio e non solo come testi di letteratura, seppur grande, anche fosse la più sublime. 
Per il filosofo questo non è indifferente perché la lettura dei testi entra a far parte della natura del testo stesso, del suo costituirsi, tramandarsi. Il non credente non può far finta che non esista questo problema: è di fronte ad un testo letto come parola di Dio e quindi “Rivelazione”. 
D. Come fa il non credente a confrontarsi con questo punto di vista? Che conseguenze ha per la sua stessa ricerca?
R. La questione seria da porsi è quale conseguenze ha il riconoscere che chi ha elaborato, custodito, trasmesso e vissuto questo testo l’ha fatto in quanto “rivelato” e non produzione solo umana, e che quindi questa parola è “diventata divina”, e, in quanto creduta e vissuta tale, è diventata costitutiva prima di un popolo, e poi di una intera civiltà. Anche il non credente quando legge quei testi non può non tener conto dell’esegesi teologica e della loro continua interpretazione. La tradizione esegetica, infatti, non si aggiunge ma è inerente al testo stesso, in particolare in questo tipo di libri che hanno carattere storico, sono nati e si sono trasformati, sono in divenire nei diversi contesti. La continua interpretazione è interna alla Bibbia stessa.
È però difficile tematizzare questo approccio. Credenti e non, filosofi e teologi, si limitano al dialogo tra diverse interpretazioni, ma di solito non tematizzano questo problema, difficile da affrontare perché mostra ciò che divide, la differenza radicale, e nello stesso tempo impegna ciascuno nel proprio ambito. Lo stesso credente mette spesso tra parentesi questa difficoltà e cerca il dialogo riduttivo su ciò che accomuna, sulla comune parola umana condivisa, sui valori etici e umani certo presenti nella Bibbia, ma che in nessun modo possono esaurirne il significato.
Per la tradizione ebraico - cristiana questi libri si sono, si, andati formando nel tempo, ma letti sempre   come Rivelazione. Questo   è   l’essenziale.   Tutti   i   libri   della   Bibbia   hanno   questa caratteristica, si sono sviluppati, trasformati nel tempo, ma sempre come rivelazione di Dio nella parola umana. La parola umana che la trasmette non può assumere un valore autonomo. 
D. Quale è, quindi, il rapporto tra teologo e filosofo? È diffusa oggi l’idea che il terreno comune sia   il testo biblico come parola umana, con un valore etico e antropologico forse unico, ma mettendo tra parentesi la sua natura specifica.
R. Il teologo, a mio avviso, non può essere non credente mentre può esserci un discorso del filosofo sulla teologia. Ma cosa comporta nella mia lettura il sapere che quei libri sono stati tutti costituiti come parola di Dio? È una questione che non riguarda me come filosofo ma solo il teologo, il credente? Certo rimane anche per il credente il mistero, l’enigma. Non è una parola in cui Dio si manifesta chiaramente e direttamente. È sempre il Dio nascosto, ineffabile, indicibile, che però parla e chiama all’ascolto. Ci sono tante letture credenti, sempre però credenti che quella sia parola di Dio. Anche l’ascolto e la trasmissione scritta sono esegesi, interpretazione. E tutte le letture successive sono così. 
Questa   esegesi   creativa   è   nella   natura   della   Bibbia,   che   diviene   e   si   costituisce continuamente nel tempo esegeticamente e in modo pluralistico e contraddittorio. E il non credente non può ignorare questo. Ma occorre andare alla radice. Non si può fare confusione: o si crede che sia parola di Dio, rivelata, oppure no. È una differenza radicale, originaria, che distingue chi crede o no in questa parola, che io non posso assumere come parola di Dio, ma la assumo come una parola che si è costituita tale attraverso la fede che sia parola di Dio. Si possono discutere i modi di questa formazione. Il credente deve giustificarlo, ma non si può annacquare la differenza alla radice. È parola di Dio che si manifesta nelle parole umane, ma è sempre parola di Dio per chi crede sia tale.
È Rivelazione o no? Se si dice che tutto si risolve nella tradizione e nell’esegesi, questo è quello che pensano i non credenti. Perdendo ogni differenza si va alla “pace” dell’Anticristo! tutte le differenze vengono ricondotte a un pensiero unico, a un’unica forma di esegesi: tutto è divino- niente divino; tutti d’accordo “in sostanza” perché non c’è più alcuna “sostanza”. Bisogna invece rivendicare con forza le nostre differenze. 
È chiaro che c’è una ricerca comune, una base scientifica comune, e che non ci può essere una lettura dogmatica, fondamentalista, letterale. È chiaro che su tutto questo ci si può intendere.  Ma questa parola di Dio nell’essere storia, nella condizione e nella parola umana, è anche rivelazione?
O la storia assorbe in sé tutto l’elemento rivelativo? Questa è la differenza tra la lettura che può fare un non credente da quella che fa il credente. Se il credente dice che tutto è rivelazione, che anche la mia parola può esserlo, ogni differenza scompare. Il credente invece pensa che quella parola storicamente narrata, Logos, sia parola di Dio. Nel Vangelo si dice che il Logos, il Cristo, è Dio, non solo che è la sua parola.
La storia e l’umano non assorbono, non esauriscono la rivelazione. Non è tutto uguale. Dire che Cristo è Uomo-Dio è diverso da dire che è pienamente uomo.
D. La Bibbia è parola di Dio anche quando dice cose che ci danno scandalo? Che contrastano con la mentalità e la cultura attuale? Un pensiero “laico”, che fa presa anche su teologi, chiede di eliminare, ad esempio, i passi che indicano un Dio violento.
R. Possiamo tranquillamente affermare che quando ci dà scandalo affermando una volontà violenta di Dio, si tratti di poveri uomini che non hanno capito, o che addirittura mentono di aver “ascoltato Dio” – quegli stessi che invece, in altri momenti, esaltiamo come autentici profeti? Come è possibile una tale esegesi? E perché allora non pubblicare una “Bibbia castigata”, come si faceva nel Medioevo e non solo con Ovidio? È compito dell’esegesi, io credo, svolgere l’aporia senza presumere di risolverla. Interpretare e  patire
 il senso dell’enigma, dello scandalo di parole di Dio che si contraddicono, tra violenza, giustizia e misericordia, amore. È quanto fa tutta la tradizione rabbinica e poi cristiana: come tenere assieme l’opposto, ciò che nella Bibbia è contraddizione insanabile, senza riduttive armonizzazioni e sintesi concilianti.  Gesù stesso dice che non è venuto a cambiare uno iota della Legge, ma a farne autentica esegesi. A portarla, in qualche modo, oltre se stessa. Gesù stesso è esegesi dell’intera Bibbia, ma afferma di non volerne mutare una virgola. Eppure la trasformazione è certo radicale.  È anche questo  segno di contraddizione scandalosa, che non va semplificata.
Occorre la fatica di studiare e di capire, di vivere la contraddizione perché deve rimanere la differenza scandalosa di chi crede nella parola di Dio. Non è possibile procedere “emendandola”, “laicizzandola”, “eticizzandola”. Possibile che Kierkegaard sia nato invano?! Lo scandalo della fede va affrontato con grande coraggio. Ed è perché è tale che interessa vitalmente anche la filosofia, che non può che essere non-credente. L’unica alternativa altrimenti è quella gnostica: il Dio del primo Patto non è il Dio di Gesù. In fondo, l’unico Vangelo di Verità rimane, allora, quello di Paolo. E siamo a un passo dalle radici più profonde dell’antisemitismo.
D. Credenti e non vorrebbero però aver chiara la parola di Dio: poiché tutto appare “confuso” o si torna ad una lettura fondamentalista, letterale, oppure si tende a cercare assieme la parola per me oggi più vera, senza distinzioni. In che direzione va la tua ricerca?
R. Va tenuta invece insieme la contraddizione, non risolta, tra l’essere, quella rivelata nella Bibbia, parola di Dio e l’essere parola umana. Non è insomma un testo di letteratura, altrimenti si tradiscono l’esperienza e la tradizione di fede di chi ha costruito, considerato, e continua a farlo, questi libri come parola di Dio da vivere e trasmettere come tale. E quindi si tradisce il Logos di Dio che costituisce il suo popolo in questa tradizione. Anche per il non credente non è quindi letteratura, non è la tragedia greca o l’Ulisse di Joyce. Se pensi di leggerlo solo come tale capisci di tradirlo.
L’esegesi teologica e la lettura filosofica sono differenti. La prima si colloca all’interno di questa tradizione perché presuppone che vi sia un Logos mentre quella filosofica si rapporta a questo testo come a un grande codice della nostra civiltà, che gli fa però problema. 
Per una lettura filosofica questo comporta, una volta costatata la differenza radicale tra credere e non in questa parola, il problema del rapporto con la teologia, in un modo che necessariamente si pone sul piano differente della fede (altrimenti si fa teologia). Comporta la necessità di confrontarsi con il problema di Dio e con il significato di questo nome. 
Implica non ignorare l’autorità di fede presente nei testi, impegnata, in questa tradizione vivente, concreta,   storica,   a   capire   tutte   le   scandalose   parole,   tutte   le   scandalose   contraddizioni,   non eliminando ciò che disturba. Un’autorità quindi da interpretare.
Io   riconosco   l’esistenza   del   problema   che   non   si   tratti   solo   di   letteratura,   perché   avverto un’auctoritas di chi ha una vera fede, che non avverto nei filosofi che commentano la Bibbia.
Evidentemente chi ha fede crede che quest’autorità venga da Dio. Altrimenti tutto diventa cultura, lettura come un’altra. Per l’umanesimo oggi, non quello storico in cui forte erano la presenza della teologia e il tentativo di armonizzarla con la filosofia, tutto è parola umana. Tutto è prodotto immerso   nella   dimensione   puramente   umana   e   il   divino   diventa   una   metafora   del   sublime, dell’ineffabile. Cristo diventa umano e non pienamente uomo e pienamente Dio. Ci sono oggi tendenze storico culturali potenti che vanno verso un umanesimo universale, che coinvolgono anche i filosofi, ma una filosofia non è tale se smette di cercare la propria verità, di superare i limiti dell’umanesimo perché la verità in quanto tale deve necessariamente eccedere il divenire umano.
Che filosofia è se non è mossa da questa istanza, da questo eros, e si limita ad accompagnare il divenire storico?  Questo radicale umanesimo in cui viviamo finirebbe col distruggere la teologia, ma minaccia anche la filosofia Nella ricerca e nell’interpretazione continua  il filosofo può “com-petere” con il teologo nello sforzo dell’esegesi, suggerendo nuove idee, aprendo diverse prospettive. Ma la radicale differenza va mantenuta ferma. Il Dio biblico tenta, seduce, mette in discussione, sfida, entra in conflitto: questa è l’abissale differenza con l’Islam. Maometto ha semplificato il messaggio ebraico - cristiano, da cui lui stesso deriva. Per lui gli uomini non sono capaci di sopportare le contraddizioni, le sfide che i
Libri contengono. Quella Parola plurale deve essere ridotta ad Uno per diventare comprensibile.
Perché ad essa sia possibile obbedire. Ecco allora un Libro, una Lingua, un Profeta. Operazione impossibile   per   la   civiltà   giudaico-cristiana.   Ma   ciò   rende   massimamente   ardua   proprio l’obbedienza, apre alla disamina critica, allo stesso ateismo! 
D. Nella chiesa cattolica, con caratteri particolare anche ora, esiste la tendenza a fare del cristianesimo un “umanesimo”, un principio etico. È questo un pericolo di certe interpretazioni dipapa Francesco?
R. Quando la religione s’istituzionalizza, diventa etica, dottrina storica. Il cristianesimo tuttavia non ha mai eliminato lo scandalo interno alla Parola, non ha mai rivisto il suo codice. Papa Francesco pone il tema della Misericordia oltre l’umano, come manifestazione della parola divina. In altri momenti sembra   però   cercare   l’adattamento   all’umanesimo,   al   secolo.   Molti   di   questi   atteggiamenti affascinano   certi   cosidetti   “laici”.   L’”innamoramento”   di   costoro   per   il   Papa   è   un   segnale pericoloso. È una situazione comprensibile: in quanto   questo papa rientra a pieno titolo nella grande tradizione gesuitica. egli non intende affrontare alcuna questione attraverso lo scontro diretto, ma le aggira, se le lascia, per cosi dire, alle spalle. Non perché nutra chissà quale fiducia
nella conversione altrui, ma proprio perché ha vera fede nella Provvidenza, capace gratia  di orientare e guidare, e che, alla fine, vincerà sempre. Non si tratta, cioè, di superficiale e strumentale Anpassung, adattamento, ma di fede negli imperscrutabili disegni del Signore. Occorrerebbe, però, forse, che papa Francesco mettesse in guardia da una certa interpretazione della “Laudato sì” nel senso del Deus sive natura, dell’identificazione di Dio con la natura divinizzata, e tanto più da letture   ecologistiche   del   “Cantico”   francescano.   Per   Francesco   d’Assisi   Laudato   sei   tu   Dio attraverso le creature che sono lodate in quanto lodano Te, manifestano Te, non per se stesse.
Il   problema   oggi   è   la   tendenza   ad   allontanare   le   contraddizioni,   a   edulcorare   le   scandalose differenze. Chi pensa, non deve però annullarle e pacificarle, cercare solo l’accordo, ciò che è comune, ma deve dialogare nelle differenze, che sfidano. Questo soltanto fa procedere il pensiero, sia teologico che filosofico.  È dallo scandalo, da ciò che suscita stupore e angoscia insieme, che procede sia l’esegesi della Rivelazione che il diaporein del filosofo.

Udienza di Papa Francesco ai partecipanti alla 75° Convention del “Serra International"

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Udienza di Papa Francesco ai partecipanti alla 75° Convention del “Serra International”: "Nessun cristiano può entrare nell’esperienza trasformante dell’amore di Dio se non è disposto a mettere in discussione sé stesso, ma resta legato ai propri progetti e alle proprie acquisizioni consolidate"
Sala stampa della Santa Sede
[Text: Italiano, English]
Alle ore 12 di questa mattina, nell’Aula Paolo VI, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i partecipanti alla 75a Convention del “Serra International” sul tema: “Siempre adelante. Il coraggio della vocazione”, che è in corso a Roma, dal 22 al 25 giugno 2017.
Discorso del Santo Padre
Signor Cardinale, Eccellenza,
cari fratelli e sorelle,
con gioia saluto tutti voi che, da molte parti del mondo, siete venuti a celebrare il vostro Convegno Internazionale col motto “Siempre adelante. Il coraggio della vocazione”. Con la letizia del Vangelo e l’audacia tipica della missione cristiana, vi siete radunati per riscoprire, alla scuola del Maestro, il senso di ogni vocazione cristiana: offrire la propria vita in dono, “ungendo” i fratelli con la tenerezza e la misericordia di Dio. Ringrazio il Presidente di Serra International, Dottor Dante Vannini, per il saluto che mi ha rivolto, e vorrei riprendere una sua espressione, che mi sembra centrale nell’esperienza della fede: essere amici.
Essere amici dei sacerdoti, sostenendo la loro vocazione e accompagnando il loro ministero: questo è il grande dono con il quale voi arricchite la Chiesa! Un serrano è anzitutto questo: un “amico speciale” che il Signore ha messo accanto ad alcuni seminaristi e ad alcuni preti.

La parola “amico” è diventata oggi un po’ logora. Abitando i luoghi della vita metropolitana, ogni giorno entriamo in contatto con persone diverse, che spesso definiamo “amici”, ma è un modo di dire. E così, nell’orizzonte della comunicazione virtuale, la parola “amico” è una
delle più usate. Eppure, sappiamo che una conoscenza superficiale non basta per attivare quell’esperienza di incontro e di prossimità a cui la parola “amico” fa riferimento.
Quando poi è Gesù a usarla, essa indica una verità scomoda: c’è vera amicizia solo quando l’incontro mi coinvolge nella vita dell’altro fino al dono di me stesso. Infatti, Gesù dice ai suoi discepoli: «Non vi chiamo più servi […]; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15). In questo modo, Egli instaura un rapporto nuovo tra l’uomo e Dio, che supera la legge e si fonda su un amore confidente. Nello stesso tempo, Gesù libera l’amicizia dal sentimentalismo e ce la consegna come un impegno di responsabilità, che coinvolge la vita: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).
Dunque, si è amici solo se l’incontro non rimane esterno o formale ma diventa condivisione del destino dell’altro, compassione, coinvolgimento che conduce fino a donarsi per l’altro.
Ci fa bene pensare a ciò che fa un amico: si affianca con discrezione e tenerezza al mio cammino; mi ascolta in profondità, e sa andare oltre le parole; è misericordioso nei confronti dei difetti, è libero da pregiudizi; sa condividere il mio percorso, facendomi sentire la gioia di non essere solo; non mi asseconda sempre, ma, proprio perché vuole il mio bene, mi dice sinceramente quello che non condivide; è pronto ad aiutarmi a rialzarmi ogni volta che cado.
Questa amicizia, voi cercate di donarla anche ai sacerdoti. Il Serra Club è un luogo in cui cresce questa bella vocazione: essere laici amici dei preti. Amici che sanno accompagnarli e sostenerli con senso di fede, con la fedeltà della preghiera e con l’impegno apostolico; amici che condividono lo stupore della chiamata, il coraggio della scelta definitiva, le gioie e le stanchezze del ministero; amici che sanno stare vicini ai preti, che sanno guardare con comprensione e tenerezza i loro slanci generosi, insieme alle loro debolezze umane. Con questi atteggiamenti, voi potete essere per i sacerdoti come la casa di Betania, dove Gesù consegnava a Marta e Maria le sue stanchezze e, grazie alla loro premura, riposare e rifocillarsi.
C’è una seconda parola che vi contraddistingue, e che avete scelto per questo Convegno: Siempre adelante! Sempre avanti! Condivido con voi che si tratta di una parola-chiave della vocazione cristiana. Infatti, la vita del discepolo missionario è segnata dal ritmo che le viene impresso dalla chiamata; la voce del Signore lo invita ad abbandonare il suolo delle proprie sicurezze e a iniziare il “santo viaggio” verso la terra promessa dell’incontro con Lui e con i fratelli. La vocazione è l’invito a uscire da sé stessi per iniziare a vivere la festa dell’incontro con il Signore e percorrere le strade sulle quali Egli ci invia.
Ora, non può camminare chi non si mette in discussione. Non avanza verso la mèta chi ha paura di perdere sé stesso secondo il Vangelo (cfr Mt 16,25-26). Nessuna nave solcherebbe le acque se avesse timore di lasciare la sicurezza del porto. Allo stesso modo, nessun cristiano può entrare nell’esperienza trasformante dell’amore di Dio se non è disposto a mettere in discussione sé stesso, ma resta legato ai propri progetti e alle proprie acquisizioni consolidate. Anche le strutture pastorali possono cadere in questa tentazione di preservare sé stesse invece di adattarsi al servizio del Vangelo.
Il cristiano, invece, camminando nei solchi della vita quotidiana senza timore, sa di poter scoprire le sorprendenti iniziative di Dio quando ha il coraggio di osare, quando non permette alla paura di prevalere sulla creatività, quando non si irrigidisce di fronte alla novità e sa abbracciare le sfide che lo Spirito gli pone, anche quando esse gli chiedono di cambiare rotta e di uscire dagli schemi.
Ci illumina l’immagine di San Junipero che, zoppicante, si ostina a volersi mettere in viaggio verso San Diego per piantarvi la Croce! Ho paura dei cristiani che non camminano e si rinchiudono nella propria nicchia. È meglio procedere zoppicando, talvolta cadendo ma confidando sempre nella misericordia di Dio, che essere dei “cristiani da museo”, che temono i cambiamenti e che, ricevuto un carisma o una vocazione, invece di porsi al servizio dell’eterna novità del Vangelo, difendono sé stessi e i propri ruoli.
Del resto, la vocazione è essere chiamati da un Altro, cioè non possedersi più, uscire da sé stessi e mettersi al servizio di un progetto più grande. Con umiltà, diventiamo allora collaboratori della vigna del Signore, rinunciando a ogni spirito di possesso e di vanagloria. Com’è triste vedere che, a volte, proprio noi uomini di Chiesa non sappiamo cedere il nostro posto, non riusciamo a congedarci dai nostri compiti con serenità, e facciamo fatica a lasciare nelle mani di altri le opere che il Signore ci ha affidato!
Anche voi, allora, siempre adelante! Con coraggio, con creatività e con audacia. Senza paura di rinnovare le vostre strutture e senza permettere che il prezioso cammino fatto perda lo slancio della novità. Come nei giochi olimpici, possiate essere sempre pronti a “passare la fiaccola” soprattutto alle generazioni future, consapevoli che il fuoco è acceso dall’Alto, precede la nostra risposta e supera il nostro lavoro. Così è la missione cristiana: «uno semina e l’altro miete» (Gv 4,37).
Cari fratelli e sorelle, vi esorto a essere veri amici dei seminaristi e dei sacerdoti, manifestando il vostro amore per loro nella promozione delle vocazioni, nella preghiera e nella collaborazione pastorale. E mi raccomando: sempre avanti! Avanti nella speranza, avanti con la vostra missione, guardando oltre, spalancando orizzonti, facendo spazio ai giovani e preparando il futuro. La Chiesa e le vocazioni sacerdotali hanno bisogno di voi. Maria Santissima, Madre della Chiesa e dei sacerdoti, vi accompagni. E, per favore, pregate anche per me!