domenica 22 gennaio 2017

Intervista di Papa Francesco a El Pais. Testo integrale



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Papa Francesco cauto su Trump: “Vediamo cosa farà”. Venerdì alla Casa Bianca arriva Theresa May
La Stampa
Papa Francesco a ruota libera sui grandi problemi del mondo in una insolita intervista fiume esclusiva uscita questa sera su El Pais, realizzata proprio mentre Donald Trump prendeva possesso della Casa Bianca. E proprio a Washington è attesa venerdì il primo ministro inglese Theresa May, mentre il 31 gennaio arriverà il presidente del Messico Enrique Pena Nieto. Papa Bergoglio non entra nel coro degli allarmi preventivi sul neo-presidente Usa. «Vedremo che cosa succede. Spaventarsi o rallegrarsi ora sarebbe una grande imprudenza, sarebbe essere profeti di calamità o di benessere, che potranno non verificarsi. (...)
-Trump, Papa prudente: vedremo cosa farà (Ansa)
-Il Papa è prudente: "Donald Trump? Vedremo cosa farà"(Tgcom24)

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Intervista integrale:
Spagnolo

Inglese
Portoghese


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Il Papa e il Tycoon “Lo giudicherò dai fatti. Ma sui nuovi salvatori ricordiamoci di Hitler” 
La Repubblica 


Intervista a papa Francesco a cura di Antonio Caño e Pablo Ordaz  
Venerdì. Nello stesso momento in cui Donald Trump giura a Washington, Francesco concede in  Vaticano una lunga intervista al  Pais  in cui chiede prudenza per gli allarmi generati dal nuovo  presidente degli Stati Uniti d’America — «vedremo quello che farà, e allora valuteremo; non si può  essere profeti di calamità» —, anche se «nei momenti di crisi» non funzionano «muri e fili».  Bergoglio parla per un’ora e 15 minuti, in una camera singola della Residenza Santa Marta. 
Santo Padre, quali problemi ebbe Benedetto XVI alla fine del suo pontificato e cosa c’era in  quella scatola bianca — all’interno del dossier Vatileaks, ndr — che le diede a Castel  Gandolfo? 
«La vita normale della Chiesa: santi e peccatori, onesti e corrotti. C’era tutto lì! C’erano persone  che erano state interrogate e che sono pulite, lavoratori... Perché qui, nella Curia, ci sono dei santi,  eh? Ci sono dei santi. Questo mi piace dirlo. Perché si parla con facilità della corruzione della  Curia. C’è gente corrotta nella Curia. Ma molti santi. Uomini che hanno speso la loro vita al  servizio della gente in modo anonimo, dietro a una scrivania, o in un dialogo, o in uno studio per  realizzare... . Insomma, lì dentro ci sono santi e peccatori. Quello che mi colpì di più quel giorno fu  la memoria del santo Benedetto. Mi disse: “Guarda, in questa scatola ci sono gli atti”. Una busta  due volte questa, “Qui c’è la sentenza, di tutti i personaggi”. E qui “a tizio, tanto”. Tutto nella sua  testa! Una memoria straordinaria. E la conserva, la conserva ancora». 
Quali sono le sue più grandi preoccupazioni per quanto riguarda la situazione mondiale in  generale? 
«Nel mondo, la guerra. Siamo nella Terza Guerra Mondiale a pezzetti. E ultimamente si sta già  parlando di una possibile guerra nucleare, come se si trattasse di un gioco di carte: si gioca a  carte... . E questo è ciò che mi preoccupa di più. Mi preoccupa, del mondo, la sproporzione  economica: che un piccolo gruppo dell’umanità abbia più dell’80 per cento della ricchezza, con ciò  che questo significa nell’economia liquida, dove al centro del sistema economico c’è il dio denaro e non l’uomo e la donna, l’umano! Allora si crea questa cultura dello scarto». 
Proprio in questo momento si sta insediando come presidente degli Stati Uniti Donald Trump.  E il mondo è in grande tensione per questo fatto. Qual è il suo atteggiamento
«Vedere che cosa succede. Non mi piace anticipare gli eventi né giudicare le persone in anticipo.  Vedremo quello che fa. Vedere come agisce, come lo fa, e lì mi farò un’opinione. Se mi spaventassi  o gioissi di ciò che potrebbe accadere, potremmo cadere in una grande imprudenza. Tra essere  profeti o di calamità o di buone cose che non verranno, né l’una né l’altra. Si vedrà. Vedremo quello che fa e allora valuteremo. Sempre le cose concrete. Il cristianesimo, o è concreto o non è  cristianesimo. È strano: la prima eresia della Chiesa fu appena dopo la morte di Cristo. L’eresia  degli gnostici, che l’apostolo Giovanni condanna. Ed era la religiosità spray, come dico io, del non  concreto. Sì, io, sì, la spiritualità, la legge... ma tutto spray. No, no. Cose concrete. E dalle cose  concrete traiamo le conseguenze. Perdiamo tanto il senso delle cose concrete. L’altro giorno mi  diceva un pensatore che questo mondo è così disordinato che gli manca un punto fisso. Ed è proprio la concretezza che ti dà dei punti fissi. Che cosa hai fatto, che cosa hai deciso, come ti muovi.  Dunque, di fronte a questo, io aspetto e guardo». 
Non la preoccupa ciò che ha sentito? 
«Aspetto. Dio mi ha aspettato per tanto tempo, con tutti i miei peccati... ». 
In questi anni, nei viaggi, l’ho vista emozionarsi ed emozionare tanti di coloro che ascoltavano  le sue parole... . Per esempio, a Lampedusa, quando si chiese se avevamo pianto con le donne  che perdono i loro figli in mare; in Sardegna, quando parlò della disoccupazione; nelle  Filippine, con il dramma dei bambini sfruttati. Che può fare la Chiesa e come stanno  intervenendo i governi di fronte a questo? 
«Il simbolo che ho proposto nella nuova sede per i Migranti — nel nuovo schema, il dicastero per i  Migranti e i Rifugiati l’ho preso in carico io stesso con due segretari — è un salvagente arancione,  come quelli che tutti conosciamo. A un’udienza generale sono venuti alcuni di quelli che lavorano  nel salvataggio dei rifugiati nel Mediterraneo. Io li stavo salutando quando un uomo ha preso quello che avevo in mano e appoggiandosi alla mia spalla piangeva: “Non ce l’ho fatta, non ci sono  arrivato, non ci sono riuscito”. E quando si è un po’ calmato, mi ha detto: “Non aveva più di quattro anni, quella bambina. E mi è scivolata giù. Lo do a lei”. E questo è un simbolo della tragedia che  stiamo vivendo oggi. Sì». 
Sia Barack Obama che Raul Castro hanno ringraziato pubblicamente per il suo lavoro di  mediazione. Ci sono tuttavia altri casi come il Venezuela, la Colombia o il Medio Oriente, che  sono ancora bloccati. Nel primo caso, le parti criticano perfino la mediazione. Teme che  l’immagine del Vaticano ne risenta? 
«C’è un principio che mi è chiaro, che è quello che deve governare tutta l’azione pastorale, ma  anche la diplomazia vaticana: mediatori, non intermediari. Ovvero, costruire ponti, e non muri.  L’intermediario è colui che ha come esempio un ufficio di compravendita di immobili, cerca chi  vuole vendere una casa o chi vuole comprare una casa, si mettono d’accordo, incassa la  commissione, ha fatto un buon servizio ma ci guadagna sempre qualcosa. Il mediatore è colui che si mette al servizio delle parti e fa sì che le parti ci guadagnino anche se ci perde. La diplomazia  vaticana deve essere mediatrice, non intermediaria». 
Questa diplomazia vaticana si può presto allargare alla Cina? 
«Di fatto, c’è una commissione che sta lavorando da anni con la Cina e che si riunisce ogni tre  mesi, una volta qui e una volta a Pechino. E c’è molto dialogo con la Cina».  
Sia in Europa che in America, le conseguenze di una crisi che non finisce stanno cedendo il  passo a formazioni politiche che raccolgono il disagio dei cittadini. Alcune di esse — quelle  cosiddette antisistema o populiste — approfittano della paura dei cittadini di fronte a un  futuro incerto per costruire un messaggio di xenofobia, di odio verso lo straniero. Il caso di  Trump è il più eclatante, ma ci sono anche i casi dell’Austria e della Svizzera. La preoccupa  questo fenomeno? 
«Sono quelli che chiamano i populismi. È una parola fuorviante perché il populismo in America  Latina ha un altro significato. Lì significa che i popoli sono protagonisti, per esempio, i movimenti  popolari. Si organizzano tra di loro... è un’altra cosa. Certo, le crisi provocano delle paure, delle  allerte. Per me, l’esempio più tipico dei populismi europei è quello tedesco del ‘33. Dopo [Paul  von] Hindenburg, la crisi del 30, la Germania è in frantumi, cerca di rialzarsi, cerca la sua identità,  cerca un leader, qualcuno che gli ridia la sua identità e c’è un ragazzetto di nome Adolf Hitler che  dice “io posso, io posso”. E tutta la Germania vota Hitler. Hitler non rubò il potere, fu votato dal suo popolo, e poi distrusse il suo popolo. Questo è il pericolo. In tempi di crisi, non funziona il  discernimento e per me rappresenta un punto di riferimento continuo. Cerchiamo un salvatore che ci restituisca la nostra identità, difendiamoci con muri, con fili spinati, con qualsiasi cosa dagli altri  popoli che possono toglierci la nostra identità. E questo è molto grave. Per questo cerco sempre di  dire: dialogate tra voi, dialogate tra voi. Ma il caso della Germania nel ‘33 è tipico, un popolo che si trovava in quella crisi, che ha cercato la sua identità e a cui è apparso questo leader carismatico che  ha promesso di dare loro un’identità, e diede loro un’identità distorta e sappiamo che cosa è  successo. Dove non c’è dialogo.... Si possono controllare le frontiere? Sì, ogni Paese ha il diritto di  controllare i propri confini, chi entra e chi esce, e i Paesi che sono in pericolo — per il terrorismo o  cose del genere — hanno più diritto di controllarli maggiormente, ma nessun Paese ha il diritto di  privare i suoi cittadini del dialogo con i vicini». 
(traduzione di Luis E. Moriones)

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