lunedì 21 agosto 2017

Messaggio di papa Francesco per la 104.ma Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato 2018



Di seguito il testo integrale del messaggio di papa Francesco per la 104.ma Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato 2018, che verrà celebrata il 14 gennaio prossimo. Il documento, che porta la data del 15 agosto scorso, Solennità dell’Assunzione della B.V. Maria, è stato reso pubblico oggi, lunedì 21 agosto 2017, dalla Santa Sede.
***
Accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e  rifugiati
«Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio» (Lv 19,34).
Durante i miei primi anni di pontificato ho ripetutamente espresso speciale preoccupazione per la triste situazione di tanti migranti e rifugiati che fuggono dalle guerre, dalle persecuzioni, dai disastri naturali e dalla povertà. Si tratta indubbiamente di un “segno dei tempi” che ho cercato di leggere, invocando la luce dello Spirito Santo sin dalla mia visita a Lampedusa l’8 luglio 2013. Nell’istituire il nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ho voluto che una sezione speciale, posta ad tempus sotto la mia diretta guida, esprimesse la sollecitudine della Chiesa verso i migranti, gli sfollati, i rifugiati e le vittime della tratta.
Ogni forestiero che bussa alla nostra porta è un’occasione di incontro con Gesù Cristo, il quale si identifica con lo straniero accolto o rifiutato di ogni epoca (cfr Mt 25,35.43). Il Signore affida all’amore materno della Chiesa ogni essere umano costretto a lasciare la propria patria alla ricerca di un futuro migliore.[1] Tale sollecitudine deve esprimersi concretamente in ogni tappa dell’esperienza migratoria: dalla partenza al viaggio, dall’arrivo al ritorno. E’ una grande responsabilità che la Chiesa intende condividere con tutti i credenti e gli uomini e le donne di buona volontà, i quali sono chiamati a rispondere alle numerose sfide poste dalle migrazioni contemporanee con generosità, alacrità, saggezza e lungimiranza, ciascuno secondo le proprie possibilità.
Al riguardo, desidero riaffermare che «la nostra comune risposta si potrebbe articolare attorno a quattro verbi fondati sui principi della dottrina della Chiesa: accogliere, proteggere, promuovere e integrare».[2]
Considerando lo scenario attuale, accogliere significa innanzitutto offrire a migranti e rifugiati possibilità più ampie di ingresso sicuro e legale nei paesi di destinazione. In tal senso, è desiderabile un impegno concreto affinché sia incrementata e semplificata la concessione di visti umanitari e per il ricongiungimento familiare. Allo stesso tempo, auspico che un numero maggiore di paesi adottino programmi di sponsorship privata e comunitaria e aprano corridoi umanitari per i rifugiati più vulnerabili. Sarebbe opportuno, inoltre, prevedere visti temporanei speciali per le persone che scappano dai conflitti nei paesi confinanti. Non sono una idonea soluzione le espulsioni collettive e arbitrarie di migranti e rifugiati, soprattutto quando esse vengono eseguite verso paesi che non possono garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali.[3] Torno a sottolineare l’importanza di offrire a migranti e rifugiati una prima sistemazione adeguata e decorosa. «I programmi di accoglienza diffusa, già avviati in diverse località, sembrano invece facilitare l’incontro personale, permettere una migliore qualità dei servizi e offrire maggiori garanzie di successo».[4] Il principio della centralità della persona umana, fermamente affermato dal mio amato predecessore Benedetto XVI,[5] ci obbliga ad anteporre sempre la sicurezza personale a quella nazionale. Di conseguenza, è necessario formare adeguatamente il personale preposto ai controlli di frontiera. Le condizioni di migranti, richiedenti asilo e rifugiati, postulano che vengano loro garantiti la sicurezza personale e l’accesso ai servizi di base. In nome della dignità fondamentale di ogni persona, occorre sforzarsi di preferire soluzioni alternative alla detenzione per coloro che entrano nel territorio nazionale senza essere autorizzati.[6]
Il secondo verbo, proteggere, si declina in tutta una serie di azioni in difesa dei diritti e della dignità dei migranti e dei rifugiati, indipendentemente dal loro status migratorio.[7]Tale protezione comincia in patria e consiste nell’offerta di informazioni certe e certificate prima della partenza e nella loro salvaguardia dalle pratiche di reclutamento illegale.[8]Essa andrebbe continuata, per quanto possibile, in terra d’immigrazione, assicurando ai migranti un’adeguata assistenza consolare, il diritto di conservare sempre con sé i documenti di identità personale, un equo accesso alla giustizia, la possibilità di aprire conti bancari personali e la garanzia di una minima sussistenza vitale. Se opportunamente riconosciute e valorizzate, le capacità e le competenze dei migranti, richiedenti asilo e rifugiati, rappresentano una vera risorsa per le comunità che li accolgono.[9] Per questo auspico che, nel rispetto della loro dignità, vengano loro concessi la libertà di movimento nel paese d’accoglienza, la possibilità di lavorare e l’accesso ai mezzi di telecomunicazione. Per coloro che decidono di tornare in patria, sottolineo l’opportunità di sviluppare programmi di reintegrazione lavorativa e sociale. La Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo offre una base giuridica universale per la protezione dei minori migranti. Ad essi occorre evitare ogni forma di detenzione in ragione del loro status migratorio, mentre va assicurato l’accesso regolare all’istruzione primaria e secondaria. Parimenti è necessario garantire la permanenza regolare al compimento della maggiore età e la possibilità di continuare degli studi. Per i minori non accompagnati o separati dalla loro famiglia è importante prevedere programmi di custodia temporanea o affidamento.[10] Nel rispetto del diritto universale ad una nazionalità, questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita. La apolidia in cui talvolta vengono a trovarsi migranti e rifugiati può essere facilmente evitata attraverso «una legislazione sulla cittadinanza conforme ai principi fondamentali del diritto internazionale».[11] Lo status migratorio non dovrebbe limitare l’accesso all’assistenza sanitaria nazionale e ai sistemi pensionistici, come pure al trasferimento dei loro contributi nel caso di rimpatrio.
Promuovere vuol dire essenzialmente adoperarsi affinché tutti i migranti e i rifugiati così come le comunità che li accolgono siano messi in condizione di realizzarsi come persone in tutte le dimensioni che compongono l’umanità voluta dal Creatore.[12]Tra queste dimensioni va riconosciuto il giusto valore alla dimensione religiosa, garantendo a tutti gli stranieri presenti sul territorio la libertà di professione e pratica religiosa. Molti migranti e rifugiati hanno competenze che vanno adeguatamente certificate e valorizzate. Siccome «il lavoro umano per sua natura è destinato ad unire i popoli»,[13] incoraggio a prodigarsi affinché venga promosso l’inserimento socio-lavorativo dei migranti e rifugiati, garantendo a tutti – compresi i richiedenti asilo – la possibilità di lavorare, percorsi formativi linguistici e di cittadinanza attiva e un’informazione adeguata nelle loro lingue originali. Nel caso di minori migranti, il loro coinvolgimento in attività lavorative richiede di essere regolamentato in modo da prevenire abusi e minacce alla loro normale crescita. Nel 2006 Benedetto XVI sottolineava come nel contesto migratorio la famiglia sia «luogo e risorsa della cultura della vita e fattore di integrazione di valori».[14] La sua integrità va sempre promossa, favorendo il ricongiungimento familiare – con l’inclusione di nonni, fratelli e nipoti –, senza mai farlo dipendere da requisiti economici. Nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati in situazioni di disabilità, vanno assicurate maggiori attenzioni e supporti. Pur considerando encomiabili gli sforzi fin qui profusi da molti paesi in termini di cooperazione internazionale e assistenza umanitaria, auspico che nella distribuzione di tali aiuti si considerino i bisogni (ad esempio l’assistenza medica e sociale e l’educazione) dei paesi in via di sviluppo che ricevono ingenti flussi di rifugiati e migranti e, parimenti, si includano tra i destinatari le comunità locali in situazione di deprivazione materiale e vulnerabilità.[15]
L’ultimo verbo, integrare, si pone sul piano delle opportunità di arricchimento interculturale generate dalla presenza di migranti e rifugiati. L’integrazione non è «un’assimilazione, che induce a sopprimere o a dimenticare la propria identità culturale. Il contatto con l’altro porta piuttosto a scoprirne il “segreto”, ad aprirsi a lui per accoglierne gli aspetti validi e contribuire così ad una maggior conoscenza reciproca. È un processo prolungato che mira a formare società e culture, rendendole sempre più riflesso dei multiformi doni di Dio agli uomini».[16] Tale processo può essere accelerato attraverso l’offerta di cittadinanza slegata da requisiti economici e linguistici e di percorsi di regolarizzazione straordinaria per migranti che possano vantare una lunga permanenza nel paese. Insisto ancora sulla necessità di favorire in ogni modo la cultura dell’incontro, moltiplicando le opportunità di scambio interculturale, documentando e diffondendo le buone pratiche di integrazione e sviluppando programmi tesi a preparare le comunità locali ai processi integrativi. Mi preme sottolineare il caso speciale degli stranieri costretti ad abbandonare il paese di immigrazione a causa di crisi umanitarie. Queste persone richiedono che venga loro assicurata un’assistenza adeguata per il rimpatrio e programmi di reintegrazione lavorativa in patria.
In conformità con la sua tradizione pastorale, la Chiesa è disponibile ad impegnarsi in prima persona per realizzare tutte le iniziative sopra proposte, ma per ottenere i risultati sperati è indispensabile il contributo della comunità politica e della società civile, ciascuno secondo le responsabilità proprie.
Durante il Vertice delle Nazioni Unite, celebrato a New York il 19 settembre 2016, i leadermondiali hanno chiaramente espresso la loro volontà di prodigarsi a favore dei migranti e dei rifugiati per salvare le loro vite e proteggere i loro diritti, condividendo tale responsabilità a livello globale. A tal fine, gli Stati si sono impegnati a redigere ed approvare entro la fine del 2018 due patti globali (Global Compacts), uno dedicato ai rifugiati e uno riguardante i migranti.
Cari fratelli e sorelle, alla luce di questi processi avviati, i prossimi mesi rappresentano un’opportunità privilegiata per presentare e sostenere le azioni concrete nelle quali ho voluto declinare i quattro verbi. Vi invito, quindi, ad approfittare di ogni occasione per condividere questo messaggio con tutti gli attori politici e sociali che sono coinvolti – o interessati a partecipare – al processo che porterà all’approvazione dei due patti globali.
Oggi, 15 agosto, celebriamo la solennità dell’Assunzione di Maria Santissima in Cielo. La Madre di Dio sperimentò su di sé la durezza dell’esilio (cfr Mt 2,13-15), accompagnò amorosamente l’itineranza del Figlio fino al Calvario e ora ne condivide eternamente la gloria. Alla sua materna intercessione affidiamo le speranze di tutti i migranti e i rifugiati del mondo e gli aneliti delle comunità che li accolgono, affinché, in conformità al sommo comandamento divino, impariamo tutti ad amare l’altro, lo straniero, come noi stessi.
Dal Vaticano, 15 agosto 2017
Solennità dell’Assunzione della B.V. Maria
FRANCESCO
*
NOTE
[1] Cfr Pio XII, Cost. Ap. Exsul Familia, Tit. I, I.
[2]
 Discorso ai partecipanti al Forum Internazionale “Migrazioni e pace”, 21 febbraio 2017

3] Cfr Intervento dell’Osservatore permanente della Santa Sede alla 103ª Sessione del Consiglio dell’OIM, 26 novembre 2013.
[4]
 Discorso ai partecipanti al Forum Internazionale “Migrazioni e pace”
5]
 Cfr Benedetto XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate, 47.
[6]
 Cfr Intervento dell’Osservatore Permanente della Santa Sede alla XX Sessione del Consiglio dei Diritti Umani, 22 giugno 2012.
[7]
 Cfr Benedetto XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate, 62.
[8]
 Cfr Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e degli Itineranti, Istr. Erga migrantes caritas Christi, 6.
[9]
 Cfr Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al VI Congresso Mondiale per la pastorale dei Migranti e dei Rifugiati, 9 novembre 2009.
[10]
 Cfr Id., Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e Rifugiato (2010); Osservatore Permanente della Santa Sede, Intervento alla XXVI Sessione Ordinaria del Consiglio per i Diritti dell’Uomo sui diritti umani dei migranti, 13 giugno 2014.
[11]
 Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e gli Itineranti e Pontificio Consiglio Cor UnumAccogliere Cristo nei rifugiati e nelle persone forzosamente sradicate, 2013, 70.
[12]
 Cfr Paolo VI, Lett. Enc. Populorum progressio, 14.
[13]
 Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Centesimus annus, 27.
[14]
 Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2007.
[15]
 Cfr Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e gli Itineranti e Pontificio Consiglio Cor UnumAccogliere Cristo nei rifugiati e nelle persone forzosamente sradicate, 2013, 30-31.
[16]
 Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2005, 24 novembre 2004

sabato 19 agosto 2017

Camino neocatecumenal 1989 (video reportaje)

Canti come una profezia per la Chiesa di oggi

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Le canzoni di Chieffo, profezia per la Chiesa di oggi
di Luigi Negri*


Il 19 agosto del 2007, all’età di 62 anni, moriva Claudio Chieffo, l’indimenticato cantautore che – dal momento dell’incontro con Gioventù Studentesca di don Luigi Giussani all’inizio degli anni ’60 - ha composto oltre cento canzoni che sono diventate patrimonio di tutto il mondo cattolico. Molte di queste sono anche comunemente usate nella liturgia. A dieci anni dalla morte vogliamo ricordarlo con monsignor Luigi Negri, a cui era legato da una lunga e profonda amicizia. 
Carissimo amico, 
In questa continua presenza di te, che è uno dei grandi conforti della mia esistenza, sono due le frasi profetiche delle tue canzoni che si rinnovano e si approfondiscono ogni giorno di più.
La prima è quella indimenticabile visione del «popolo che canta la sua liberazione». Il popolo non canta i suoi successi, i suoi progetti, le sue strategie, i suoi sentimenti, i suoi risentimenti, che avviliscono l’esistenza umana in tutti i suoi aspetti. Il popolo canta il miracolo del Signore che fa di noi una umanità nuova, ci lega a Sé e in questo stretto legame a Lui nasce quello che già l’antico scrittore pagano Plinio ricordava al suo imperatore: una «entità etnica sui generis», frase poi ripresa dal beato Paolo VI in uno straordinario intervento nell’udienza generale del 28 giugno 1972. 
Noi siamo il popolo del Signore. Questo non cancella i limiti, le fatiche, i dolori, le tensioni; ma la radice della nostra esistenza è quella per cui ci alziamo ogni giorno - come ci ricordava don Giussani -, ci diamo da fare tutta la giornata, amiamo i nostri fratelli, ci sentiamo spinti dentro il nostro cuore dal desiderio di comunicare Cristo a tutti quelli che ci sono accanto. Tutto questo non è un mondo strano, è il mondo di Dio cui siamo chiamati a partecipare. 
Tu l’hai cantato questo popolo di Dio con toni indimenticabili, e fino agli ultimi giorni della tua vita - segnata così duramente dalla malattia - hai portato nel mondo la letizia di una vita rinnovata che si approfondisce ogni giorno. E nell’approfondirsi tende irresistibilmente a diventare fattore di comunicazione agli uomini, nella certezza che soltanto in questa comunicazione, che è missione - la grande parola di Giussani che tu hai ripreso infinite volte nei canti –, l’uomo di questo tempo, come di ogni tempo, può trovare la rivelazione definitiva della sua umanità.
È una novità che vince ogni giorno il male, che supera ogni giorno la meschinità, che restituisce ogni giorno alla nostra vita le dimensioni della fede, della speranza, della carità in cui diventa esperienza la vita divina che ci è stata concessa in dono dal momento del nostro Battesimo.
L’altra grande frase è: “I nemici di un tempo tornano vincitori” (dalla canzone “La guerra”, ndr). Io sono lungi dal giudicare la vita della Chiesa, della cristianità, in cui ci sono tanti fattori di novità e tanti fattori di crisi. So soltanto che inaspettatamente e imprevedibilmente sono tornati ad essere in posizione preminente e prevalente nella vita della cristianità coloro che per anni avevano contestato silenziosamente – e quindi anche ipocritamente - la grande novità del magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, il magistero che ridava alla Chiesa il suo protagonismo nella storia, la sua inevitabile responsabilità di aprire ogni giorno il dialogo fra Cristo e il cuore dell’uomo. Contestavano silenziosamente come se si trattasse di un integralismo, di una incapacità di distinguere i piani, di una incapacità di rispettare la coscienza degli altri. Oggi c’è un settore della cristianità che è ritornato a prima di Giovanni Paolo II, quindi a tutte le incertezze, le fatiche della interpretazione autentica e corretta del Concilio in cui tensioni ed esagerazioni sono state perpetrate accanto ad altri tentativi positivi. 
Oggi c’è un settore della cristianità che ripropone la presenza cristiana non come una presenza che investe il mondo della certezza della fede, nel limpido giudizio che Cristo e solo Cristo è il senso del cosmo e della storia; ma una presenza che si schiera accanto al mondo, su cui non propone nessun giudizio assumendo soltanto delle iniziative caritative e sociali. E questo, per chi ha vissuto la grande stagione di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI è certamente un sacrificio. È il sacrificio che offro ogni giorno al Signore per la conversione del mio cuore, per il bene della Chiesa e dell’umanità.
* Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio

XX Domenica del Tempo Ordinario – 20 agosto 2017. Monizione ambientale e commento al Vangelo.

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIOAnno A

 
Sale della terra e luce del mondo
Dalle «Omelie sul vangelo di Matteo» di san Giovanni Crisostomo, vescovo
(Om. 15, 6. 7; PG 57, 231-232)

«Voi siete il sale della terra» (Mt 5, 13). Vi viene affidato il ministero della parola, dice il Cristo, non per voi, ma per il mondo intero. Non vi mando a due, o dieci, o venti città o a un popolo in particolare, come al tempo dei profeti, ma vi invio alla terra, al mare, al mondo intero, a questo mondo così corrotto. Dicendo infatti: «Voi siete il sale della terra», fa capire che l'uomo è snaturato e corrotto dai peccati. Per questo esige dai suoi quelle virtù che sono maggiormente necessarie e utili per salvare gli altri. Un uomo mite, umile, misericordioso e giusto non tiene nascoste in sé simili virtù, ma fa sì che queste ottime sorgenti scaturiscano a vantaggio degli altri. E chi ha un cuore puro, amante della pace e soffre per la verità, dedica la sua vita per il bene di tutti.
Non crediate, sembra dire, di essere chiamati a piccole lotte e a compiere imprese da poco. No. Voi siete «il sale della terra». A che cosa li portò questa prerogativa? Forse a risanare ciò che era diventato marcio? No, certo. Il sale non salva ciò che è putrefatto. Gli apostoli non hanno fatto questo. Ma prima Dio rinnovava i cuori e li liberava dalla corruzione, poi li affidava agli apostoli, allora essi diventavano veramente «il sale della terra» mantenendo e conservando gli uomini nella nuova vita ricevuta dal Signore. E' opera di Cristo liberare gli uomini dalla corruzione del peccato, ma impedire di ricadere nel precedente stato di miseria spetta alla sollecitudine e agli sforzi degli apostoli.
Vedete poi come egli mostra che essi sono migliori dei profeti. Non dice che sono maestri della sola Palestina, ma di tutto il mondo. Non stupitevi, quindi, sembra continuare Gesù, se la mia attenzione si fissa di preferenza su di voi e se vi chiamo ad affrontare difficoltà così gravi. Considerate quali e quante sono le città, i popoli e le genti a cui sto per inviarvi. Perciò voglio che non vi limitiate a essere santi per voi stessi, ma che facciate gli altri simili a voi. Senza di ciò non basterete neppure a voi stessi.
Agli altri, che sono nell'errore, sarà possibile la conversione per mezzo vostro; ma se cadrete voi, trascinerete anche gli altri nella rovina. Quanto più importanti sono gli incarichi che vi sono stati affidati, tanto maggior impegno vi occorre. Per questo Gesù afferma: «Ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini» (Mt 5, 13). Perché poi, udendo la frase: «Quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e diranno ogni sorta di male contro di voi» (Mt 5, 11), non temano di farsi avanti, sembra voler dire: Se non sarete pronti alle prove, invano io vi ho scelti. Così verranno le maledizioni a testimonianza della vostra debolezza. Se, infatti, per timore dei maltrattamenti, non mostrerete tutto quell'ardimento che vi si addice, subirete cose ben peggiori, avrete cattiva fama e sarete a tutti oggetto di scherno. Questo vuol dire essere calpestati.
Subito dopo passa ad un'altra analogia più elevata: «Voi siete la luce del mondo» (Mt 5, 14). Nuovamente dice del mondo, non di un solo popolo o di venti città, ma dell'universo intero: luce intelligibile, più splendente dei raggi del sole. Parla prima del sale e poi della luce, per mostrare il vantaggio di una parola ricca di mordente e di una dottrina elevata e luminosa. «Non può restar nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio» (Mt 5, 14-15). Con queste parole li stimola ancora una volta a vigilare sulla propria condotta, ricordando loro che sono esposti agli occhi di tutti gli uomini e che si muovono dinanzi allo sguardo di tutta la terra.
 
MESSALE
Antifona d'Ingresso  Sal 84,10-11
O Dio, nostra difesa,
contempla il volto del tuo Cristo.
Per me un giorno nel tuo tempio,
è più che mille altrove.
 

 
Colletta

O Dio, che hai preparato beni invisibili per coloro che ti amano, infondi in noi la dolcezza del tuo amore, perché, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa, otteniamo i beni da te promessi, che superano ogni desiderio. Per il nostro Signore...

 

 
Oppure:
O Padre, che nell'accondiscendenza del tuo Figlio mite e umile di cuore hai compiuto il disegno universale di salvezza, rivestici dei suoi sentimenti, perché rendiamo continua testimonianza con le parole e con le opere al tuo amore eterno e fedele. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura  Is 56, 1.6-7
Condurrò gli stranieri sul mio monte santo.


Dal libro del profeta Isaia
Così dice il Signore:
«Osservate il diritto e praticate la giustizia,
perché la mia salvezza sta per venire,
la mia giustizia sta per rivelarsi.
Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo
e per amare il nome del Signore,
e per essere suoi servi,
quanti si guardano dal profanare il sabato
e restano fermi nella mia alleanza,
li condurrò sul mio monte santo
e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera.
I loro olocausti e i loro sacrifici
saranno graditi sul mio altare,
perché la mia casa si chiamerà
casa di preghiera per tutti i popoli».


Salmo Responsoriale
  Dal Salmo 66
Popoli tutti, lodate il Signore.
 
Dio abbia pietà di noi e ci benedica,
su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via,
la tua salvezza fra tutte le genti.

Gioiscano le nazioni e si rallegrino,
perché tu giudichi i popoli con rettitudine,
governi le nazioni sulla terra.

Ti lodino i popoli, o Dio,
ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano
tutti i confini della terra.
  
Seconda Lettura
  Rm 11, 13-15.29-32
I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili per Israele. 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani
Fratelli, a voi, genti, ecco che cosa dico: come apostolo delle genti, io faccio onore al mio ministero, nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. Se infatti il loro essere rifiutati è stata una riconciliazione del mondo, che cosa sarà la loro riammissione se non una vita dai morti?
Infatti i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!
Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia a motivo della loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti a motivo della misericordia da voi ricevuta, perché anch’essi ottengano misericordia.
Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti!
 
Canto al Vangelo 
  Cf Mt 4,23
Alleluia, alleluia.

Gesù predicava la buona novella del Regno
e curava ogni sorta di infermità nel popolo.

Alleluia.

   
   
Vangelo  Mt 15, 21-28
Donna, grande è la tua fede!

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

 
Sulle Offerte 
Accogli i nostri doni, Signore, in questo misterioso incontro fra la nostra povertà e la tua grandezza: noi ti offriamo le cose che ci hai dato, e tu donaci in cambio te stesso. Per Cristo nostro Signore.
 

 
Antifona alla Comunione  Sal 129,7
Presso il Signore è la misericordia,
e grande presso di lui la tua redenzione.
 

 Oppure:  Mt 15,28
«Donna grande è la tua fede!
Ti sia fatto come desideri», disse Gesù.
 Dopo la Comunione 
O Dio, che in questo sacramento ci hai fatti partecipi della vita di Cristo, trasformaci a immagine del tuo Figlio, perché diventiamo coeredi della sua gloria nel cielo. Per Cristo nostro Signore.
 


***
Domenica, 20 agosto, XX del Tempo ordinario, la liturgia ci propone il brano del Vangelo di Matteo (Mt. 15,21-28) che racconta l'incontro di Gesù con una donna Cananèa:
In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.
Al grido di una donna Cananèa che supplica la liberazione per la propria figlia, tormentata dal diavolo, Gesù stranamente non risponde. Sebbene ella reiteri la sua petizione, e nonostante l’intercessione dei discepoli per esaudirla, il Signore afferma la priorità dei figli d’Israele, e non dei pagani, nel ricevere i suoi doni. Quando, però, questa madre affranta, riconoscendo la primogenitura dei giudei, tuttavia implora di accontentarsi anche delle briciole della benedizione divina, allora Gesù esclama: “Donna, davvero grande è la tua fede!”. Il brano evangelico presente è una buona notizia per tutti noi: Dio ama ogni persona e desidera aiutare l’umanità che attraverso i tempi, in ogni latitudine, è oppressa dal peccato e dall’odio che satana nutre nei confronti di chiunque. Il Maestro a volte tace davanti alle nostre richieste, perché desidera che si manifesti la nostra fede che non desiste dal pregare con fiducia, e vuole che ci affidiamo all’intercessione della Chiesa, dei santi e di Maria. Egli è accondiscendente, soprattutto, quando accettiamo eventuali umiliazioni senza ribellarci, perché ciò rivela in modo efficacissimo la speranza riposta in Lui. Esse possono divenire allora occasioni di annuncio evangelico che valgono più di mille parole. Non scoraggiamoci, dunque, ma attendiamo il suo aiuto, il Signore si rivela!
***
XX Domenica del Tempo Ordinario – 20 agosto 2017
Is 56,1.6-7; Sal 66; Rm 11,13-15.29-32; Mt 15,21-2

“Con l’augurio di fare esperienza del fatto che la preghiera è il dialogo con Dio che salva.”

XX Domenica del Tempo Ordinario – 20 agosto 2017
Is 56,1.6-7; Sal 66; Rm 11,13-15.29-32; Mt 15,21-2

Un grido che ottiene la salvezza
1) Il grido della fede per invocare un dono non per pretenderlo.
Domenica scorsa, abbiamo meditato sulla preghiera filiale di Cristo, che esprime la sua esigenza di stare con il Padre, e sulla preghiera di Pietro che per stare con Cristo gli grida: “Signore, salvami”. Il Vangelo di oggi ci fa ascoltare il grido di una donna pagana che – in modo supplice e fiducioso – si rivolge al Messia dicendo: “Pietà di me, Signore, figlio di Davide!”. Questa donna implora Cristo di liberare sua figlia dal demonio. Chiede umilmente al Signore di compiere un miracolo, ma non esige l’intervento divino come un diritto, lo aspetta come un dono. Lo domanda a Colui che è dono, riconoscendo in lui il Signore e Messia. La sua fede è tutta racchiusa nell’espressione: “Pietà di me, Signore, Figlio di Davide”.
Ancora una volta la Liturgia ci fa contemplare il “Vangelo della Grazia” che risponde al desiderio di salvezza e per questo ci fa pregare: “Infondi in noi la dolcezza del tuo amore, perché amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa, otteniamo i beni da te promessi, che superano ogni desiderio” (Colletta).
Pregando in questo modo ci mettiamo nell’orizzonte sconfinato dell’amore di Dio per noi, amore che ci attira a Lui per colmarci di gioia.
L’episodio raccontato dal Vangelo di oggi s’inserisce e si comprende in questa logica dell’amore tenero ed infinito di Dio. In esso San Matteo ci racconta di un incontro che si svolge “in terra straniera” con una donna pagana, che è una madre oppressa da un dolore angosciante (“Mia figlia è molto tormentata da un demonio”). Questa madre ottenne quello che domandava. Il racconto evangelico di oggi ci racconta la storia di un dolore aperto alla fede e di una fede diventata miracolo e liberazione.
La donna Cananea si rivolge a Gesù, sicura di essere esaudita. La sua fede è insistente, coraggiosa, umile, più forte dell’apparente rifiuto. La fede deve essere nel contempo sicura e paziente. Non deve lasciarsi scoraggiare nemmeno dal silenzio di Dio: “Non le rivolse neppure la parola”. Può sembrare sconcertante il silenzio di Gesù, tanto che suscita l’intervento dei discepoli, ma non si tratta di insensibilità al dolore di quella donna.
Sant’Agostino commenta giustamente: “Cristo si mostrava indifferente verso di lei, non per rifiutarle la misericordia, ma per infiammarne il desiderio” (Sermo 77, 1: PL 38, 483). L’apparente presa di distanza di Gesù, che dice: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa di Israele” (Mt 15, 24), non scoraggia la cananea, che insiste: “Signore, aiutami!” (Mt 15, 25). E anche quando riceve una risposta che sembra chiudere ogni speranza – “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini” (Mt 15, 26) -, non desiste. Non vuole togliere nulla a nessuno: nella sua semplicità e umiltà le basta poco, le bastano le briciole, le basta solo uno sguardo, una buona parola del Figlio di Dio. E Gesù rimane ammirato per una risposta di fede così grande di questa madre e le dice: “Avvenga per te come desideri” (Mt 15, 28) e a partire da quell’istante sua figlia fu guarita. (Follo)

2) Domanda perseverante a chi ci ama.
La guarigione di una giovane donna non è il solo miracolo di cui parla il Vangelo oggi. Durante il dialogo tra Cristo e la donna Cananea, che mendica una grazia, è avvenuto un altro miracolo più grande della guarigione di sua figlia. Questa madre è diventata una “credente”, una delle prime credenti provenienti dal paganesimo.
Se il Messia l’avesse ascoltata alla prima richiesta, tutto quello che questa donna avrebbe conseguito sarebbe stata la liberazione della figlia. La vita sarebbe trascorsa con qualche fastidio in meno. Ma tutto sarebbe finito lì e, alla fine, madre e figlia sarebbero morte nell’anonimato. Invece così si parlerà di questa anonima donna pagana fino alla fine del mondo. E, forse, Gesù ha preso lo spunto proprio da questo incontro per proporre la parabola della vedova importuna sulla “necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai”.
Nell’insistenza della donna cananea traspare la fiducia nel potere di Gesù. Lui cercava di starsene nascosto, ma la fama che lo accompagnava gli impediva un solo istante di tregua. Lui era lì per lei (e oggi Lui è qui per noi). E lei lo aveva capito. La sua presenza in quel territorio non ebreo, “nella zona di Tiro e di Sidone”, non poteva essere il frutto di un caso. Aveva intuito il tempo favorevole per la salvezza della figlia. Questa certezza la muove, la spinge sino a Gesù. La certezza della fede piena di speranza la getta ai piedi di Cristo che dice:  “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri” (Mt15,28). Sì, questa donna ha una fede grandissima. “Pur non conoscendo né gli antichi profeti, né i recenti miracoli del Signore, né i suoi comandamenti né le sue promesse, anzi, respinta da lui, persevera nella sua domanda e non si stanca di bussare alla porta di colui che per fama gli era stato indicato come salvatore. Perciò la sua preghiera viene esaudita in modo visibile e immediato” (San Beda il Venerabile, Omelie sui Vangeli I, 22 : PL 94, 102-105).
La preghiera insistente di questa donna non nasce solamente dalla necessità di ottenere la guarigione della figlia, nasce dalla fede che non è il risultato di una teoria o di un bisogno ma di un incontro con Cristo il Figlio del “Dio vivente che chiama e svela il suo amore” (Papa Francesco, Lumen Fidei, 4), con un gesto di misericordia.
Inoltre, l’episodio, sul quale stiamo meditando, ci fa capire che nella preghiera di domanda al Signore non dobbiamo attenderci un compimento immediato di ciò che noi chiediamo, ma affidarci piuttosto a cuore di Cristo, cercando di interpretare le vicende della nostra vita nella prospettiva del suo disegno di amore, spesso misterioso ai nostri occhi. Per questo, nella nostra preghiera, domanda, lode e ringraziamento dovrebbero fondersi assieme, anche quando ci sembra che Dio non risponda alle nostre concrete attese. L’abbandonarsi all’amore di Dio, che ci precede e ci accompagna sempre, è uno degli atteggiamenti di fondo del nostro dialogo con Lui.
Un exemple clair de cette attitude est offert par les vierges consacrées, qui sont appelés à vivre d’une manière particulière le « service de la prière », comme il a été dit au cours du Rite de la Consécration, quand l’eveque leur consigne le Livre d’Heures.
En outre, avec le don complet de soi-même au Christ, ces femmes montrent comment demander, comment prier: avant que le don (=grâce ) soit accordée, elles adhèrent à Jésus, qui, dans ses dons il donne soi-même donne. Le Donateur est plus précieux que le don; Il est le « trésor inestimable », la « perle précieuse »; le don du miracle est donné “en plus” (cf. Mt 6,21 et 6,33).
Un esempio chiaro di questo atteggiamento è offerto dalla vergini consacrate, che sono chiamate a vivere in modo particolare il “servizio della preghiera”, come è detto durante il Rito di Consacrazione, quando viene consegnato loro il Libro delle Ore.
Inoltre con la piena donazione di sè stesse a Cristo, queste donne testimoniano che come chiedere, come pregare: prima che il dono (=grazia) sia concesso, esse aderiscono a Gesù, che nei suoi doni dona se stesso. Il Donatore è più prezioso del dono accordato; è il “Tesoro inestimabile”, la “Perla preziosa”; il dono del miracolo è concesso “in aggiunta” (cfr Mt 6,21 e 6,33).
Queste consacrate testimoniano una cosa molto importante: prima che il dono venga concesso, è necessario aderire a Colui che dona: il donatore è più prezioso del dono. Anche per noi, quindi, al di là di ciò che Dio ci da quando lo invochiamo, il dono più grande che può darci è la sua amicizia, la sua presenza, il suo amore. Lui è il tesoro prezioso da chiedere e custodire sempre.
Non dimentichiamo infine il profondo legame tra l’amore a Dio e l’amore al prossimo che deve entrare anche nella nostra preghiera. La nostra preghiera apre la porta a Dio, che ci insegna ad uscire costantemente da noi stessi per essere capaci di farci vicini agli altri, specialmente nei momenti di prova, per portare loro consolazione, speranza e luce. Il Signore Gesù ci conceda di essere capaci di una preghiera perseverante e intensa, per rafforzare il nostro rapporto personale con Dio Padre, allargare il nostro cuore alle necessità di chi ci sta accanto e sentire la bellezza di essere “figli nel Figlio” insieme con tante sorelle e fratelli.

Lettura Patristica
Erma (II secolo)
Il Pastore, Precetto IX

Allontana da te ogni dubbio e non esitare, neppure un istante, a chiedere qualche grazia al Signore, dicendo fra te e te: Come è possibile che io possa chiedere e ottenere dal Signore, che ho tanto peccato contro di lui? Non pensare a ciò, ma rivolgiti a lui di tutto cuore e pregalo senza titubare; sperimenterai la sua grande misericordia. Dio non è come gli uomini che serbano rancore; egli dimentica le offese e ha compassione per la sua creatura .
Tu dunque purifica prima il tuo cuore da tutte le vanità di questo mondo e da tutti i peccati che abbiamo menzionati, poi prega il Signore e tutto otterrai. Sarai esaudito in ogni tua preghiera, se chiederai senza titubare. Se invece esiterai in cuor tuo, non potrai conseguire nulla di ciò che chiedi. Chi, pregando Dio, dubita, è uno di quegli indecisi che nulla assolutamente ottengono; invece chi è perfetto nella fede, chiede tutto confidando nel Signore e tutto riceve, perché prega senza dubbio o titubanza. Ogni uomo indeciso e tiepido, se non farà penitenza, difficilmente avrà la vita.
Purifica il tuo cuore da ogni traccia di dubbio, rivestiti di fede robusta, abbi la certezza che otterrai da Dio tutto ciò che domandi. Se poi avviene che, chiesta al Signore qualche grazia, egli tarda a esaudirti, non lasciarti prendere dallo scoraggiamento per il fatto di non aver ottenuto subito ciò che domandasti: certamente questo ritardo nell’ottenere la grazia chiesta o è una prova o è dovuto a qualche tuo fallo che ignori. Perciò non cessare di rivolgere a Dio la tua intima richiesta, e sarai esaudito, se invece ti scoraggi e cominci a diffidare, incolpa te stesso, e non colui che è disposto a concederti tutto.
Guardati dal dubbio! È sciocco e nocivo e sradica molti dalla fede, anche se sono assai convinti e forti. Tale dubbio è fratello del demonio e produce tanto male tra i servi di Dio. Disprezzalo dunque e dominalo in tutto il tuo agire, corazzandoti con una fede santa e robusta, perché la fede tutto promette e tutto compie; il dubbio invece, poiché diffida di sé, fallisce in tutte le opere che intraprende.
Vedi, dunque, che la fede viene dall’alto, dal Signore, e ha una grande potenza, mentre il dubbio è uno spirito terreno che viene dal diavolo, e non ha vera energia. Tu dunque servi alla fede, che ha vera efficacia, e tienti lontano dal dubbio che ne è privo. E così vivrai in Dio; e tutti coloro che ragionano così vivranno in Dio.

giovedì 17 agosto 2017

Senza Maria non si può salire in Cielo

La Dormitio, Konrad von Soest

Immagine: Konrad von Soest, Marie Altair, pannello della morte di Maria, olio su tavola,  1420, Marienkirche a Dortmund



di Gloria Riva
Ha subito una vera e propria persecuzione l’Altare Mariano di Konrad von Soest, della Marienkirche a Dortmund, in Germania, al punto da non permetterci più, quasi, di determinare l’esatta posizione delle opere e forse anche il loro numero. 
Nel 1720 un rifacimento dell’altare maggiore della chiesa di Dortmund ha compromesso alcune parti dei pannelli dell’altare originale. Nel 1944 un attentato dinamitardo distrusse parte dei pannelli. Oltre a pesanti ridipinture, nel 1926 i pannelli esterni furono segati nel corso di un restauro. E via di questo passo.
L’avverso destino che ha colpito questo polittico mariano sembra disegnare il diagramma del declino dell’amore a Maria (non solo in Germania ma anche) in Europa dal 1400 ad oggi.
Una festa mariana fra le più belle, una festa fondamentale per la nostra fede è proprio l’assunzione della Beata Vergine, nota nel mondo orientale anche come dormitio della Vergine. Una festività che, come l’altare di Dortmund, non manca d’esser perseguitata, tanto da essere ormai conosciuta con il nome di Ferragosto, antico termine pagano di Feriae Augusti, che consegnava il popolo a gite fuori porta, lauti pranzi al sacco e bagni ristoratori nei mari, nei fiumi e nei laghi. Le nostre ferie, insomma! L’Assunzione, al contrario, obbliga a uno sguardo più certo verso le cose di lassù. 
Con ciò non si vuole certo stigmatizzare il meritato riposo che le ferie ci regalano, ma la concomitanza di questa festa con le vacanze estive invita certamente a vivere anche il riposo in modo da non dimenticare le cose ultime, per le quali sempre dovremmo vivere.
Nel pannello della Dormitio Mariae dell’Altare di Soest la compromissione subita è facilmente riconoscibile; ciò che resta, tuttavia, è sufficiente per farci gustare la profonda meditazione pittorica che l’artista renano ci ha regalato.
In un cielo dorato, che pare voler custodire gelosamente, il Cielo che attende la Vergine, angeli in volo, appena abbozzati e quasi in filigrana ci obbligano a guardare la scena sottostante. Qui Maria, adagiata sul suo giaciglio, sta per lasciare questo mondo. Non può neppure appoggiare il capo sul guanciale perché sei angeli turchini la tengono sollevata. Sembra che il Cielo stesso sia sceso per dare l’estremo saluto alla Benedetta fra tutte le donne. Nell’esalare l’ultimo respiro Maria passa la candela della fede a Giovanni. La mano della Madonna è già livida, ma il suo volto è ancora roseo e tradisce una pace celestiale. Giovanni, da par suo, mentre riceve la candela porge alla Madre la palma del martirio. Il duplice gesto non è certo casuale. La Madonna ha tenuto alta fino alla fine la fiaccola della fede e ora, benché muoia di morte naturale, riceve dal Signore la palma della suprema testimonianza avendo vissuto intimamente la passione del Figlio e quella della Chiesa a lei affidata (che Giovanni rappresenta).
Proprio dietro al letto della Madonna ecco un San Tommaso addolorato che sta preparando l’incenso per rendere omaggio alla salma. Il gesto conferma, in certo modo, l’incredulità proverbiale del discepolo, il quale, ignaro della grazia dell’assunzione, appronta diligentemente le esequie. 
Un probabile san Pietro (senza aureola, in memoria, forse, del suo antico tradimento al Signore) sta invece scrutando le Scritture per comprendere come sia possibile che un corpo incorrotto (quello della Madonna), un corpo che ha generato il Verbo di Dio e che ha seguito fedelmente il Salvatore, possa essere consegnato alla morte. Il capo di Pietro è coperto, similmente a quello di Mosè, quando volendo vedere la Gloria di Dio, fu costretto a velarsi il capo (Esodo 33). Le Scritture antiche non avevano sufficienti elementi per rispondere al quesito. Ma, a ben guardare, libri accuratamente rilegati e un rotolo scritto a caratteri neri ed evidenti, quasi a stampa, giacciono indisturbati sul comodino della Vergine, Quello che invece regge l’Apostolo sembra un rotolo manoscritto, forse una lettera di Paolo. È san Paolo, infatti in almeno due lettere (la Prima ai Corinzi e la lettera ai Romani), ad offrire i fondamenti teologici della risurrezione di Cristo e quindi della nostra risurrezione, quale adempimento pieno delle promesse fatte a Israele. 
Nella lettera ai Romani (6,22) san Paolo scrive: Ora invece, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna. Se è lecito affermare ciò di ogni uomo, che mai si potrà dire della Vergine Maria? No, Pietro non resterà deluso. Benché lento, il cammino di riflessione della Chiesa attorno all’Assunzione della Madonna, giungerà  a compimento. Convenendo con ciò che già nel IV secolo sosteneva Timoteo di Gerusalemme e cioè che la Vergine sarebbe rimasta immortale, poiché Colui che abitò in Lei, l’avrebbe trasferita nei luoghi della sua ascensione.
L’apostolo pensoso, intento alla lettura, suggerisce inoltre le due scuole di pensiero che si contesero il dogma per secoli: una, volendo sottolineare l’umanità della Vergine, la volle morente e deposta, come Cristo, in un sepolcro; trovato vuoto dagli apostoli solo successivamente. Un’altra invece, volendo sottolineare la nuova economia che Cristo ha inaugurato con la sua Risurrezione, della quale Maria è la primizia, la volle semplicemente dormiente nel suo ultimo giaciglio e da lì rapita direttamente in Cielo.
Per alcuni aspetti il dibattito resta aperto, risolto soltanto da alcune rivelazioni private (come ad esempio la vita di Maria narrata alla Valtorta), tuttavia certo è che l’assunzione della Vergine richiama tutti noi alla verità dei novissimi. Il giudizio avviene per l’anima nell’atto stesso del morire e come saremo trovati, così saremo collocati. Per questo la coperta nella quale è avvolta la Madonna è dello stesso blu che circonda il clipeo che si intravvede nel cielo dorato. Qui Cristo, tenendo probabilmente nella mano sinistra l’animula di Maria, approva benedicente.

Siamo tutti destinati alla gloria; Maria è, come afferma la liturgia, quel segno di sicura speranza che rende più certa l’eternità. In questo nostro secolo, dove la sacralità della vita e della morte è messa a dura prova dall’indifferenza verso il Mistero dei novissimi, è ancora più urgente affermare quanto con grande fede cantava un’antica Lauda mariana attribuita a Adam de Antiquis: Senza te, sacra Regina non si può in Ciel salire.

mercoledì 16 agosto 2017

Che cosa è il canone biblico? Indice ed estratto.

Che cosa è il canone biblico? - Pasquale Basta


 


***
da www.settimananews.it
di Roberto Mela

L’autore, sacerdote della diocesi di Melfi, si è addottorato lo in Scienze bibliche al Pontificio Istituto Biblico con una tesi su Abramo in Rm 4 ed è docente di teologia biblica all’Urbaniana e, come invitato, di ermeneutica biblica allo stesso PIB.
Il tema del canone biblico (che non è solo il problema dell’elenco dei libri normativi per l’ebraismo e per il cristianesimo) è affrontato solo nei corsi universitari appositi e poco conosciuto al grande pubblico. Questo libro, quindi, potrà apportare conoscenze teologiche importanti a una vasta platea di operatori pastorali alle prese con la spiegazione da offrire circa dei libri appartenenti a religioni diverse da quella cristiana.
L’autore presenta dapprima alcune chiarificazioni terminologiche, facendo la storia del problema tra Muratori e Dan Brown (!). I termini di riferimento per la comprensione del canone sono la comunità di fede (Chiesa-Israele), lo Spirito Santo e la tradizione vivente. Al canone nulla si aggiunge e nulla si toglie, perché esso dev’essere preciso nell’elenco e nella forma.
I criteri seguiti per stabilire la canonicità di un testo sono uno interno (lo Spirito Santo) e cinque esterni: l’autorevolezza, l’antichità, l’ortodossia, l’utilizzo liturgico e la diffusione nell’oikoumene, cioè – al di là dei confini localistici – la presenza consistente in tutto il mondo allora conosciuto.
Lo studioso tratta quindi il problema dell’elenco canonico, esaminando la storia della formazione del canone cattolico e discutendo circa la diversità dei canoni dell’AT e del NT fra ebrei e cristiani (e all’interno del cristianesimo stesso).
L’ultimo capitolo è dedicato alla teologia del canone. Si risponde dapprima ad alcune domande di fondo.
La fissazione del canone emerse gradualmente fino alla sua stabilizzazione a metà del sec. III d.C. La storia della formazione dipese sia dalle circostanze storico-culturali, sociali ed ecclesiali. Vari erano gli intenti, le preoccupazioni e le idee di coloro che guidarono il processo formativo del canone.
Si analizzano, quindi, i criteri di canonicità nella loro intersezione. Il criterio dell’autorevolezza dello scrivente è indiscutibile (ad esempio, uno scritto apostolico), gli altri concorrono a corroborare la scelta canonica.
Avere un canone è un criterio fondamentale di intelligenza delle Scritture, che vengono lette in altro modo se non c’è una lista normativa di libri. La forma canonica fornisce un criterio di intelligenza fondamentale, perché colloca il singolo elemento all’interno di una struttura più generale che gli dona elementi interpretativi supplementari decisivi.
Lo Spirito Santo illumina gradualmente la comunità credente a cogliere la normatività di uno scritto. Anche in questo processo, come nel caso dell’ispirazione biblica, va tenuto presente l’elemento umano, che non è azzerato dall’azione ispirante o «canonizzante» dello Spirito.
I criteri esterni sono importantissimi per non pensare semplicisticamente che l’azione umana di gruppi di pressione abbia manipolato per interessi particolari culturali e di potere la trasmissione dei contenuti orali della predicazione di Gesù e riguardante Gesù nel momento del passaggio dall’orale allo scritto (cf. Dan Brown…).
Si riflette, infine, sulle ragioni di un collegamento continuo tra canone e numero. I testi scelti come canonici dalla comunità cristiana dovevano essere in grado di creare comunione e fede tra tutti i credenti cristiani dell’oikoumene ed essere i più attendibili e rappresentativi dell’evento e della fede cristiani. La loro diffusione universale («cattolicità», da «kath’holon/secondo il tutto») rispecchiava la diffusione sempre più vasta della Chiesa delle origini. Si può affermare quindi che, fissando il canone dei libri normativi, la Grande Chiesa fissava ed esprimeva la sua stessa identità. Il canone non è un semplice problema di elenco di libri, ma un fattore teologico fondamentale del vissuto ecclesiale.
Il libro è scritto con ammirevole chiarezza didattica e sarà utile a far chiarezza nel popolo di Dio. Una bibliografia ragionata (pp. 101-107) arricchisce il volume e favorisce l’approfondimento personale della ricerca.

“Donna, grande è la tua fede!”

JR, Womens are Heroes (Le donne sono eroi), Le Havre (Francia), 2014
JR, Womens are Heroes (Le donne sono eroi), Le Havre (Francia), 2014

20 agosto 2017
XX domenica del tempo Ordinario

di ENZO BIANCHI

Mt  15,21-28

In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone. 22 Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». 23 Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». 24 Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele». 25 Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». 26 Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». 27 «È vero, Signore - disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 28 Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell'istante sua figlia fu guarita.

Ancora una volta Gesù “si ritira uscendo” (exelthòn … anechóresen). Lascia il luogo in cui si trova e si dirige verso i territori di Tiro e Sidone, fuori dai confini della terra santa d’Israele. Perché? Molte sono le cause di questo prendere le distanze dalle folle che lo seguivano, dai luoghi nei quali avvenivano controversie con farisei e sadducei. È un’ora di svolta nella vita di Gesù, che ha iniziato a soffrire i malintesi creatisi con la folla, la quale mostra di attendere da lui ciò che egli non può darle. Gesù vede inoltre crescere sempre più il rifiuto della sua persona, e la prospettiva di un rigetto, fino alla persecuzione violenta, si fa sempre più vicina. Solitudine, silenzio e preghiera sono dunque per Gesù dimensioni essenziali per il suo ascolto del Padre e per il discernimento della sua vocazione alla luce delle sante Scritture, al fine di inoltrarsi in quel cammino che lo conduce verso un esodo pasquale (cf. Lc 9,31), ma al caro prezzo della croce. Accade così anche al discepolo, lo voglia o meno; accade a ciascuno di noi, tutti attesi da ore di prova, di tentazione e di sofferenza…
E proprio su questo tragitto di presa di distanza dalla terra di Israele e dai suoi abitanti, i figli di Israele, ecco che Gesù viene chiamato a intervenire da una donna residente in quei territori impuri, ritenuti dagli ebrei luoghi di perdizione e di tenebra, perché abitati da idolatri che non conoscevano il Dio vivente, il Dio di Israele. Egli riceve una chiamata che diviene un incontro con una donna anonima, della quale è messa in evidenza la qualità di straniera e dunque di pagana, di non figlia di Israele, in quanto cananea. I vangeli testimoniano che Gesù ha incontrato anche gli stranieri, i gojim, i pagani (cf. Mc 5,1-20 e par.; Mc 7,31 - 8,10), e tra essi anche questa donna. È noto che nella cultura religiosa del tempo era ritenuto sconveniente per un rabbi l’incontro con una donna, ma ancor di più con una straniera. Nel caso specifico, Marco si compiace di aggiungere che questa donna non solo è greca, ma anche di origine etnica pagana, in quanto proveniente dalla Siria e dalla Fenicia (cf. Mc 7,26): assomma in sé le etnie pagane circostanti Israele, non è figlia di Israele né per provenienza né per cultura. Ella non crede nel Dio di Israele, per gli ebrei è un’idolatra. Eppure, avendo sentito parlare di Gesù, anche fuori di Israele, ha un moto di fiducia verso di lui: è un uomo affidabile!
Gesù si è appena ritirato in quei territori di Tiro e Sidone, fuori della terra santa, dove ha avuto una controversia con scribi e farisei venuti da Gerusalemme (cf. Mt 15,1-9), ma proprio qui riceve una preghiera. Ha scelto di restare in incognito, ma neppure in terra straniera ciò è possibile per lui: ormai è troppo famoso… Ed ecco, questa donna che ha una figlioletta con uno spirito impuro viene a interrompere il suo ritiro. Costei grida, urla in modo ossessivo, come un cane, ma Gesù non la sente, non le presta ascolto e non le risponde, perché non sopporta di essere letto semplicemente come un guaritore, uno che fa miracoli. Allora i discepoli, infastiditi da quelle grida, gli chiedono di esaudirla, come unico mezzo per farla tacere. Quelle grida esprimono forse una fede, visto che la donna straniera chiama Gesù “Signore (Kýrios), figlio di David”, assumendo la devozione giudaica nei confronti del Messia? Comunque, quella donna si getta ai suoi piedi, in posizione di supplica e di riconoscimento della grandezza di Gesù, e lo prega di scacciare il demonio presente in sua figlia. È una richiesta che esprime la sofferenza e l’impotenza di questa madre di fronte alla vita della figlioletta così minacciata dall’azione del demonio, che si manifesta anche attraverso la malattia psichica.
Gesù ha lasciato la folla per non predicare né curare, ha preso le distanze dal suo comportamento abituale per poter pensare e pregare, ma è inaspettatamente sollecitato a intervenire. Chi lo prega è una donna, una straniera, e Gesù le risponde manifestandole la sua obbedienza al piano del Padre che lo ha inviato. C’è “prima” (prôtonMc 7,27) un servizio da compiere presso i giudei, presso il popolo di Dio a cui è stato inviato –espresso da Matteo addirittura in termini esclusivi: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa di Israele” –, e solo successivamente ci sarà un tempo in cui potranno essere destinatari del suo ministero anche i pagani. Gesù lo esprime ricorrendo a un’immagine che spiega il suo rifiuto: si devono saziare prima i figli, cioè i figli di Israele, poi i cagnolini, cioè i pagani (“cani” era un termine dispregiativo con cui gli ebrei indicavano le genti: cf. Mt 7,6Fili 3,2Ap 22,15).
Di fronte al rifiuto di Gesù, la donna si sente delusa, ma resiste, non si scoraggia e, ribaltando l’immagine dei cagnolini a suo vantaggio, replica: “Signore, anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. È una donna libera, che pensa, e con le sue parole fa cambiare l’atteggiamento di Gesù! Non è risentita per il rifiuto scoraggiante oppostole in prima battuta da Gesù, che resta per lei un uomo affidabile, ma lo porta – per così dire – a “ragionare”. Potremmo dire che riesce a “convertire” Gesù, il quale, volendo restare nei confini fissati alla sua missione dall’economia di salvezza, non avrebbe voluto né predicare ai pagani né portare loro cura e guarigione. Gesù è dunque convinto da questa donna, si piega di fronte a questa volontà femminile e a questa insistenza, ritorna sulle sue parole, cambia il suo proposito e anticipa quello che accadrà dopo la resurrezione. In qualche misura, vi è qui un parallelo all’episodio di Cana nel quarto vangelo, dove la madre di Gesù, dopo un suo rifiuto, con la propria fede ottiene un’anticipazione dell’ora nuziale del Messia Gesù (cf. Gv 2,1-11). Qui Gesù si sente vinto e, possiamo immaginare non senza soddisfazione e gioia interiore, la esaudisce: “Donna, avvenga per te come desideri”. Ovvero: “Per questa tua parola detta con intelligenza e parrhesía, con la libertà di chi sente di poter dire il vero, il demonio è stato vinto e tua figlia è liberata dal male”. Ma questa parola della donna significa anche molto di più, perché è rivelazione per Gesù della sua missione (cf. Mt 11,25). E Gesù mostra di saper accogliere la rivelazione dell’opera di Dio anche da parte di una donna, per di più non appartenente al popolo di Dio.
In questo racconto la protagonista è e resta la donna straniera, è lei che con la sua parola fa apparire il Vangelo, la buona notizia che Gesù porta con sé, perché è proprio lui la buona notizia per eccellenza, il Vangelo (cf. Mc 8,35; 10,29). Questa donna pagana sa di aver diritto, come ogni essere umano, alla misericordia di Dio eccedente la Legge; per questo invoca Gesù affinché egli renda evidente l’infinita misericordia del Padre, che va oltre quella degli scribi e dei farisei (cf. Mt 5,20), che non può essere esclusiva, cioè limitata a Israele e negata alle genti, all’umanità. Ma nella redazione di Matteo vi è un ulteriore particolare decisivo nelle parole di Gesù, che fa precedere l’esaudimento dalla constatazione: “Donna, grande è la tua fede!”. È la fede della donna che ha fatto cambiare atteggiamento a Gesù, il quale si è sentito in dovere di esaudirla e di attestarle: “La tua volontà sia fatta!”. Le parole di questa donna, inoltre, concludono il precedente insegnamento di Gesù sul puro e sull’impuro (cf. Mt 15,10-20) e preparano la moltiplicazione dei pani in terra straniera narrata subito dopo (cf. Mt 15,32-39), quando il pane sarà per tutti, condiviso tra giudei e pagani, e la tavola della comunione sarà aperta a tutti. Gesù ha riconosciuto la fede in un atto di fiducia e ha fatto cadere il muro di separazione tra le genti e Israele (cf. Ef 2,14)!
Sì, qui è una donna, peraltro una pagana, che rende evento il Vangelo! Detto altrimenti, attraverso l’immagine dei cagnolini – o meglio dei cani domestici – la donna spezza il confine ideologico e indica una possibile realtà da salvare. Ciò che qui avviene è “il miracolo dell’incontro. A causa di questo incontro decisivo Gesù inaugura una nuova fase: questa pagana mette ‘al mondo’ Gesù, gli fa scoprire l’universalità della sua missione” (Élian Cuvillier). Non possiamo non mettere in evidenza come per Gesù l’incontro con un’altra persona è vero nella misura in cui non solo egli cambia chi incontra, ma subisce anche un cambiamento in se stesso proprio a causa dell’incontro. Gesù si sente un ebreo, un figlio di Israele, appartenente al popolo delle promesse e delle benedizioni, al quale è destinata in primo luogo la sua missione. E tuttavia sa anche che la storia della salvezza riguarda tutta l’umanità e che l’ascolto della sofferenza dell’altro, un ascolto mai escludente, fa parte della sua identità di Servo del Signore che si addossa fragilità e malattie delle moltitudini (rabbim; cf. Mt 8,17 e Is 53,4). Ecco la non chiusura di Gesù, la non rigidità della sua missione, l’atteggiamento di apertura verso l’altro, chiunque sia.

JR, Womens are Heroes (Le donne sono eroi), Le Havre (Francia), 2014

La donna cananea, della quale il vangelo ci tramanda il coraggio, sarebbe rientrata a pieno titolo tra le donne fotografate dall'artista JR per il suo progetto "Le donne sono eroi". Avevo già presentato questo progetto, ma non la sua conclusione avvenuta nel 2014 in Francia, paese natale di questo giovane artista. JR ha fatto emergere storie di donne in giro per il mondo (Sierra Leone, Liberia, Kenia, Brasile, India, Cambogia) che lottano per un presente più umano e un futuro migliore per i propri figli. Ha filmato e ascoltato le donne che lottano per i beni di prima necessità nelle baraccopoli in Brasile, le donne dei campi profughi in Africa e quelle che combattono in Cambogia contro l'abbattimento delle loro case per far posto ai quartieri di lusso delle città in espansione. Tutte queste donne hanno in comune la tenacia di lottare per cose semplici, ma fondamentali, che cambieranno quella piccola parte di mondo che è stata loro affidata e della quale si sentono responsabili per il presente e per il futuro.
Così JR descrive l'ultimo atto di questo progetto svoltosi nel porto di Le Havre:

Il 5 luglio 2014, una nave lunga 363 metri lascia il porto di Le Havre, in Francia, per attraversare il mondo fino alla Malesia. 2.600 strisce di carta sono state incollate in soli 10 giorni sui container con l'aiuto dei navali sul porto. Nel 2007, il progetto Women Are Heroes è stato creato da JR per rendere omaggio a coloro che svolgono un ruolo essenziale nella società, ma che sono le vittime primarie delle guerre, del crimine, degli stupri o del fanatismo politico e religioso. Ritratti e occhi di donne sono stati incollati su un treno in Kenya, sulle facciate delle baracche di una favela in Brasile, su una casa demolita in Cambogia: queste donne hanno dato all’artista la loro fiducia e hanno chiesto di esaudire una sola promessa "fai che la mia storia viaggi con te". È stato fatto ponendo i loro occhi sui ponti di Parigi e sulle mura di Phnom Penh, sugli edifici di New York…
Il progetto “Le donne sono eroi” termina con una nave che lascia un porto, con un'immagine enorme che si trasforma in microscopica dopo pochi istanti. Queste donne invece rimangono nei loro villaggi e affrontano difficoltà nelle regioni strappate alle guerre e alla povertà dall’altra parte dell’infinito dell'oceano. Non abbiamo alcuna idea di ciò che è nei container della barca: oggetti di persone che lasciano un paese per costruire una vita diversa in un'altra regione, merci che saranno trasformate, usurate, consumate in un paese diverso. Non abbiamo idea di dove e come la gente vedrà questa opera d'arte, ma siamo certi che alcune donne lontane proveranno un'emozione guardandola.

Anche noi dovremmo emozionarci di più incrociando lo sguardo delle donne che segnano la nostra vita, senza andare a cercarle lontano, per scoprire quanto lottano tutti i giorni, forse un po' anche per noi. Se sapremo guardarle e ascoltarle come ha fatto Gesù scopriremo non solo che sono eroi, ma che sono anche capaci di una fede e di una speranza nella vita davvero grandi. Scopriremo anche noi il miracolo di un incontro.
a cura di fr. Elia


In questo documentario è possibile conoscere tutto il progetto "Le donne sono eroi".