domenica 22 ottobre 2017

Lettera del Santo Padre Francesco in occasione del centenario della promulgazione della Lettera apostolica “Maximum illud” sull’attività svolta dai missionari nel mondo

Risultati immagini per giornata missionaria mondiale 2017


Lettera del Santo Padre Francesco in occasione del centenario della promulgazione della Lettera apostolica “Maximum illud” sull’attività svolta dai missionari nel mondo 

Sala stampa della Santa Sede 

[Text: Italiano, Español, English, Français, Português]
Oggi, XXIX Domenica del Tempo Ordinario, Memoria di San Giovanni Paolo II, Giornata Missionaria Mondiale, il Santo Padre Francesco ha inviato al Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, l’Em.mo Card. Fernando Filoni, una Lettera in occasione del centenario della promulgazione della Lettera Apostolica Maximum illud sull’attività svolta dai missionari nel mondo, pubblicata nel 1919 da Papa Benedetto XV, che ricorrerà il 30 novembre 2019. Ne riportiamo di seguito il testo originale in lingua italiana e le traduzioni in varie lingue: 
Lettera del Santo Padre 
Al Venerato Fratello 
Cardinale Fernando FILONI 
Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli 
Il 30 novembre 2019 ricorrerà il centenario dalla promulgazione della Lettera apostolica Maximum illud, con la quale Benedetto XV desiderò dare nuovo slancio alla responsabilità missionaria di annunciare il Vangelo. (...)

L'Angelus di Papa Francesco. "L’affidamento prioritario a Dio e la speranza in Lui...



L'Angelus di Papa Francesco. "L’affidamento prioritario a Dio e la speranza in Lui non comportano una fuga dalla realtà, ma anzi un rendere operosamente a Dio quello che gli appartiene"


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il Vangelo di questa domenica (Mt 22,15-21) ci presenta un nuovo faccia a faccia tra Gesù e i suoi oppositori. Il tema affrontato è quello del tributo a Cesare: una questione “spinosa”, circa la liceità o meno di pagare la tassa all’imperatore di Roma, al quale era assoggettata la Palestina al tempo di Gesù. Le posizioni erano diverse. Pertanto, la domanda rivoltagli dai farisei: «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» (v. 17) costituisce una trappola per il Maestro. Infatti, a seconda di come avesse risposto, sarebbe stato accusabile di stare o pro o contro Roma.
Ma Gesù, anche in questo caso, risponde con calma e approfitta della domanda maliziosa per dare un insegnamento importante, elevandosi al di sopra della polemica e degli opposti schieramenti. Dice ai farisei: «Mostratemi la moneta del tributo». Essi gli presentano un denaro, e Gesù, osservando la moneta, domanda: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?». I farisei non possono che rispondere: «Di Cesare». Allora Gesù conclude: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (cfr vv. 19-21). Da una parte, intimando di restituire all’imperatore ciò che gli appartiene, Gesù dichiara che pagare la tassa non è un atto di idolatria, ma un atto dovuto all’autorità terrena; dall’altra – ed è qui che Gesù dà il “colpo d’ala” – richiamando il primato di Dio, chiede di rendergli quello che gli spetta in quanto Signore della vita dell’uomo e della storia.
Il riferimento all’immagine di Cesare, incisa nella moneta, dice che è giusto sentirsi a pieno titolo – con diritti e doveri – cittadini dello Stato; ma simbolicamente fa pensare all’altra immagine che è impressa in ogni uomo: l’immagine di Dio. Egli è il Signore di tutto, e noi, che siamo stati creati “a sua immagine” apparteniamo anzitutto a Lui. Gesù ricava, dalla domanda postagli dai farisei, un interrogativo più radicale e vitale per ognuno di noi, una domanda che ci possiamo fare tutti noi: a chi appartengo? Alla famiglia, alla città, agli amici, alla scuola, al lavoro, alla politica, allo Stato? Sì, certo. Ma prima di tutto – ci ricorda Gesù – tu appartieni a Dio. E' questa l'appartenenza fondamentale di ognuno di noi. È Lui che ti ha dato tutto quello che sei e che hai. E dunque la nostra vita, giorno per giorno, possiamo e dobbiamo viverla nel ri-conoscimento di questa nostra appartenenza fondamentale e nella ri-conoscenza del cuore verso il nostro Padre, che crea ognuno di noi singolarmente, irripetibile, ma sempre secondo l’immagine del suo Figlio amato, Gesù. E’ un mistero stupendo.
Il cristiano è chiamato a impegnarsi concretamente nelle realtà umane e sociali senza contrapporre “Dio” e “Cesare” (fare questo sarebbe un atteggiamento fondamentalista), ma illuminando le realtà terrene con la luce che viene da Dio. L’affidamento prioritario a Dio e la speranza in Lui non comportano una fuga dalla realtà, ma anzi un rendere operosamente a Dio quello che gli appartiene. È per questo che il credente guarda alla realtà futura, quella di Dio, per vivere la vita terrena in pienezza, e rispondere con coraggio alle sue sfide.
La Vergine Maria ci aiuti a vivere sempre in conformità all’immagine di Dio che portiamo in noi, dando anche il nostro contributo alla costruzione della città terrena.


I saluti del Santo Padre dopo l'Angelus. Francesco, in occasione della Giornata Missionaria Mondiale, ricorda il Mese Missionario Straordinario che si celebrerà ad ottobre 2019

Cari fratelli e sorelle,
ieri, a Barcellona, sono stati beatificati Matteo Casals, Teofilo Casajús, Fernando Saperas e 106 compagni martiri, appartenenti alla Congregazione religiosa dei Claretiani e uccisi in odio alla fede durante la guerra civile spagnola. Il loro eroico esempio e la loro intercessione sostengano i cristiani che anche ai nostri giorni, in diverse parti del mondo, subiscono discriminazioni e persecuzioni.
Oggi si celebra la Giornata Missionaria Mondiale, sul tema “La missione al cuore della Chiesa”. Esorto tutti a vivere la gioia della missione testimoniando il Vangelo negli ambienti in cui ciascuno vive e opera. Al tempo stesso, siamo chiamati a sostenere con l’affetto, l’aiuto concreto e la preghiera i missionari partiti per annunciare Cristo a quanti ancora non lo conoscono. Ricordo anche che è mia intenzione promuovere un Mese Missionario Straordinario nell’ottobre 2019, al fine di alimentare l’ardore dell’attività evangelizzatrice della Chiesa ad gentes.
Nel giorno in cui ricorre la memoria liturgica di San Giovanni Paolo II, Papa missionario, affidiamo alla sua intercessione la missione della Chiesa nel mondo.
Vi chiedo di unirvi alla mia preghiera per la pace nel mondo. In questi giorni seguo con particolare attenzione il Kenya, che ho visitato nel 2015, e per il quale prego affinché tutto il Paese sappia affrontare le attuali difficoltà in un clima di dialogo costruttivo, avendo a cuore la ricerca del bene comune.
***
E ora saluto tutti voi, pellegrini provenienti dall’Italia e da vari Paesi. In particolare, i fedeli del Lussemburgo e quelli di Ibiza, il Movimento Famiglia del Cuore Immacolato di Maria del Brasile, le Suore della Santissima Madre Addolorata. Saluto e benedico con affetto la comunità peruviana di Roma, qui radunata con la sacra Immagine del Señor de los Milagros. Saluto i gruppi di fedeli di tante parrocchie italiane, e li incoraggio a proseguire con gioia il loro cammino di fede. A tutti auguro una buona domenica. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Buon pranzo e arrivederci!

L'alba della mezzanotte



Luigino Bruni (Avvenire)

Un popolo che crede ancora in se stesso ha ancora il suo proprio Dio. Proietta il suo piacere di sé, il suo sentimento di potenza in un essere al quale possa rendere grazie. Chi è ricco vuole offrire; un popolo superbo ha bisogno di un Dio per "sacrificare"… Laddove declina la volontà di potenza, c’è ogni volta anche una involuzione fisiologica, una "décadence". La divinità ella "décadence" diventa il Dio dei fisiologicamente regrediti, dei deboli Friedrich Nietzsche, L’Anticristo
In certi momenti decisivi, la fede e la speranza diventano, di fatto, la stessa cosa. Ciò accade quando la domanda: "tu credi?", ci appare troppo piccola e incapace di cogliere la ricchezza del mistero del nostro cuore. Quando perdiamo la fede semplicemente perché volevamo diventare adulti e la prima fede bambina non è riuscita a crescere insieme al nostro amore e al dolore nostro e degli altri, la fede può ritornare a casa presa per mano dalla speranza. La speranza è più resiliente della fede, perché anche sotto un cielo diventato disabitato possiamo sempre sperare che le parole buone che ci avevano detto che nel mondo c’era un amore più grande, fossero vere – che ne fossero vere alcune, che ne fosse vera almeno una. Anche quando non riusciamo più a credere in Dio possiamo sempre continuare a sperarlo, possiamo sperare che nel giorno in cui abbiamo smesso di pregare abbiamo commesso l’errore più grande, ma quel giorno non potevamo saperlo. E questa speranza, umile e mite, diventa già una nuova preghiera vera, e riempie di vita e di bellezza l’umanissima e inquieta attesa del non-ancora.

«Così Giovanni, figlio di Karèach, e tutti i capi delle bande armate raccolsero tutti i superstiti di Giuda, (…) e insieme con il profeta Geremia e con Baruc, figlio di Neria, andarono nella terra d’Egitto, non avendo dato ascolto alla voce di YHWH» (Geremia 43, 4-7). Quei superstiti portano con sé Geremia e il suo discepolo Baruc verso l’Egitto. Lo portano in mezzo a loro, come nuova arca dell’Alleanza. Non ascoltano le sue parole, ma il patto con quel Dio diverso, i racconti dei patriarchi e della liberazione attraverso il mare, erano ancora vivi nei loro cromosomi morali e spirituali, e, in qualche modo, continuavano a determinare le loro azioni. Come accade a chi ha dimenticato la fede dei genitori e tutte le preghiere imparate da bambino, ma prova un dolore vero se il terremoto distrugge la chiesa del paese dove da piccolo ha ascoltato parole buone. Questa fede può non essere solo cultura o nostalgia dell’infanzia. Agisce a un livello più profondo della nostra psicologia, opera a nostra insaputa e, qualche volta, a nostro dispetto, come un istinto o un destino. Possiamo non ascoltare i profeti, li possiamo uccidere, ma c’è un "resto" dell’anima che si può intonare con la loro voce. Per questo li vogliamo con noi, non li ascoltiamo, ma li vorremmo vicini, li vogliamo accanto, per quel bisogno di vita e di verità che hanno anche i malvagi. Restiamo umani anche quando siamo cattivi. Siamo Adam prima di essere anche Caino, e restiamo Adam anche dopo Abele. Restiamo immagine e somiglianza di chi possiamo non ascoltare con l’orecchio, ma che non possiamo non ascoltare con le midolla – questa è l’antropologia biblica.

Geremia, giunto con la carovana in Egitto, continua, semplicemente, a fare il suo "mestiere", a compiere il suo destino. A profetizzare in nome di YHWH, a parlare con la bocca e con i gesti: «Allora la parola di YHWH fu rivolta a Geremia a Tafni: "Prendi in mano grandi pietre e sotterrale nel fango nel terreno argilloso all’ingresso della casa del faraone a Tafni, sotto gli occhi dei Giudei"» (43,8-9). Il senso del gesto è subito chiaro: «Io manderò a prendere Nabucodònosor, re di Babilonia, mio servo; egli porrà il trono su queste pietre che hai sotterrato e stenderà il baldacchino sopra di esse» (43,10). Sono fuggiti in Egitto, ma non possono fuggire al loro triste destino. Anche in Egitto YHWH continua a parlare a Geremia, gli consegna messaggi per il popolo. E Geremia obbedisce. Lo ha fatto per tutta la vita, e continua a farlo anche in esilio, senza patria, senza tempio. Questa voce nomade ed errante, che parla senza tempio, tra deportati e in mezzo a nuovi dei, dice ancora una volta la laicità radicale dell’umanesimo biblico: per trovare lo spirito divino sulla terra non c’è bisogno di altro che di persone umane, di voci di uomini e donne, di mani, di occhi, di corpi. Siamo noi l’unico tempio imprescindibile sotto il sole – allora, forse, nel nostro tempo dove il Dio parla sempre meno nei templi, possiamo sperare di riascoltare la sua voce se incontriamo e riconosciamo almeno un profeta.

Geremia continua a profetizzare, e i suoi continuano a non ascoltarlo: «Dice dunque YHWH: "Perché mi provocate con l’opera delle vostre mani, offrendo incenso a divinità straniere nella terra d’Egitto?"» (44,7-8). Al termine della sua missione e della sua vita, Geremia si ritrova dentro le stesse battaglie dei primi tempi ad Anatot. Sopra tutto e tutti, ritroviamo la sua eterna e continua lotta contro l’idolatria, la grande malattia di Israele e di tutte le religioni, della quale i profeti sarebbero la sola cura, se fossero ascoltati: «Allora tutti gli uomini che sapevano che le loro donne avevano bruciato incenso a divinità straniere, e tutte le donne che erano presenti, una grande folla, e tutto il popolo che dimorava nel paese d’Egitto e a Patros, risposero a Geremia: "Quanto all’ordine che ci hai comunicato in nome del Signore, noi non ti vogliamo dare ascolto; anzi decisamente eseguiremo tutto ciò che abbiamo promesso, cioè bruceremo incenso alla regina del cielo e le offriremo libagioni come abbiamo già fatto noi, i nostri padri, i nostri re e i nostri capi nelle città di Giuda e per le strade di Gerusalemme"» (44,15-17). Coerenti e sinceri fino alla fine nel loro rifiuto.

Ritrovare la lotta (vana) all’idolatria anche al termine del libro e della profezia di Geremia, deportato, stanco e vecchio, è qualcosa di una importanza estrema. Il giorno in cui Geremia ricevette la vocazione, YHWH gli aveva detto che i re, i sacerdoti e tutto il popolo «ti faranno guerra, ma non ti vinceranno» (1,19). Perché non hanno "vinto" i suoi nemici? In realtà, se ripercorriamo l’intero suo libro, ci accorgiamo che Geremia sapeva per vocazione che quel popolo era troppo guastato per convertirsi, e gli aveva sempre annunciato la fine. Dove sta allora la "vittoria" di Geremia? I profeti, innanzitutto, non vogliono vincere, vogliono solo rispondere alla loro vocazione, resistere fino alla fine nell’insuccesso e nella frustrazione, non spegnere la loro voce che continua a gridare nel deserto di ascolti. In questo senso Geremia "ha vinto".
I profeti sanno che non possono vincere le loro battaglie idolatriche. L’idolatria è invincibile, perché noi essere umani amiamo troppo costruire idoli. E fino alla fine il libro di Geremia ci spiega e rispiega la natura dell’idolatria, e quindi la sua ineluttabilità: «Da quando abbiamo cessato di bruciare incenso alla regina del cielo e di offrirle libagioni, abbiamo sofferto carestia di tutto e siamo stati sterminati dalla spada e dalla fame» (44,17-19).

La radice dell’idolatria è la nostra tendenza radicale a trasformare il rapporto con la divinità in uno scambio commerciale. Crediamo in un dio se e fino a quando ci conviene, se e fino quando quella particolare divinità soddisfa al meglio i nostri bisogni; e cambiamo dio non appena pensiamo che un nuovo "dio" serva meglio i nostri interessi. E quando si cambia un dio per un altro più conveniente si sta chiaramente dicendo che sia il dio vecchio che il nuovo erano, semplicemente, degli idoli, cioè esperienze di consumo per cercare il nostro tornaconto. I rapporto idolatrico è un mutuo consumo, un consumarsi a vicenda: l’idolo consuma il suo credente, e l’idolatra consuma l’idolo, fino al reciproco olocausto totale. 
L’idolatria torna puntuale tutte le volte che nell’esperienza religiosa o ideale prevale la dimensione del consumo di beni spirituali, la ricerca di emozioni forti, la soddisfazione dei propri interessi e del piacere. Gli uomini e le donne lo hanno sempre fatto, e continuano a farlo, dentro e fuori le religioni, dentro e fuori la chiesa, i movimenti, le comunità religiose. È naturale, è umano cercare anche con Dio un rapporto di convenienza. Ma non è l’esperienza di Dio che i profeti ci donano e difendono. Il rapporto con il Dio biblico conviene massimamente all’uomo, ma è una convenienza che va trovata su un piano diverso da quello economico, del consumo e del piacere – è questo il grande insegnamento di Giobbe, dei vangeli, dei profeti. Non è la convenienza del potere e della ricchezza. La convenienza del Dio biblico è l’impotenza di Giobbe, la sconfitta dei profeti, la "potenza" del Discorso della montagna, la "debolezza" di un Dio onnipotente che non riesce a convertire neanche il suo popolo. Tutte le volte, e sono tante, che misuriamo la convenienza della fede con il metro del nostro consumo e del nostro piacere siamo giàdentro un rapporto idolatrico, anche se al nostro idolo conveniente diamo il nome di Dio. Non bisogna mai dimenticare che alle pendici del Sinai il nome dato al vitello d’oro, il paradigma di ogni idolo, fu YHWH: «Allora dissero: "Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto!". Ciò vedendo, Aronne costruì un altare davanti al vitello e proclamò: "Domani sarà festa in onore di YHWH"» (Esodo 32,4-5). Forse la principale ragione che rende le idolatria invincibile è proprio il nome: l’idolo di oggi ha spesso lo stesso nome del Dio di ieri, e lo celebriamo sotto lo stesso monte, sugli stessi altari, con le stesse preghiere.

La tenace lotta dei profeti contro l’idolatria, che la Bibbia ha custodito e custodisce, ci aiuta a prendere coscienza della nostra idolatria (noi invece siamo più bravi a vedere quella degli altri), e poi ci dona la speranza che un giorno potremo udire una voce diversa oltre i molti idoli che riempiono la nostra casa. La fede biblica, ogni fede, è autentica finché ci aiuta a prendere coscienza della nostra naturale e inevitabile condizione idolatrica, e quindi ci fa nascere nell’anima il desiderio di qualcosa di più vero. E perché ce lo ripete cento, mille volte nel corso della vita. Fino alla fine, quando, se non abbiamo smesso di frequentarla e ascoltarla, ci aiuterà a distinguere l’angelo buono della morte dall’ultimo idolo che ancora non conoscevamo. E sarà il nostro ultimo grazie alla Bibbia, ai profeti, alla vita. 
l.bruni@lumsa.it

La schizofrenia gnostica sulla pena di morte



Angela Pellicciari (
(Lanuovabq)
All’inizio del quinto secolo, nel primo libro de La città di Dio Agostino scrive: “L’autorità divina ha stabilito alcune eccezioni al divieto di uccidere”, “Non trasgrediscono perciò il comandamento non uccidere quelli che conducono guerre volute da Dio e, ricoprendo posti di pubblico potere, hanno condannato a morte conformemente alle leggi, cioè secondo i giusti dettami della ragione, delle persone colpevoli”.
Il Catechismo della chiesa cattolica, al numero 2266, chiarisce: “L’insegnamento tradizionale della Chiesa ha riconosciuto fondato il diritto e il dovere della legittima autorità pubblica di infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto, senza escludere, in casi di estrema gravità, la pena di morte”. Il catechismo specifica: “La pena ha lo scopo di difendere l’ordine pubblico e la sicurezza delle persone”. Il potere temporale cristiano e la stessa Chiesa, quando ha avuto potere temporale, si sono sempre attenuti a queste indicazioni.
Negli ultimi decenni il pensiero gnostico, radicale, e liberal massonico, ha aperto un fuoco di sbarramento contro la pena di morte, che non si dovrebbe applicare mai, in nessun caso, nemmeno in presenza di crimini efferati. Curiosamente l’avversione alla pena di morte inflitta ai malfattori si è affermata parallelamente all’esaltazione della pena di morte inflitta agli innocenti: ai milioni di bambini uccisi nel seno della propria madre, e, per ora, alle migliaia ma in un futuro prossimo ai milioni di persone uccise perché vecchie o malate o disabili. L’aborto è definito e propagandato come scelta di libertà e diritto umano, mentre la morte applicata ai malati e alle persone in difficoltà viene detta “buona”, “dolce”: eutanasia, per l’appunto. In definitiva una specie di morte tutta particolare che, in fondo, non sarebbe una morte.
L’alleanza con la morte che il pensiero dominante impone e vuole ratificato per legge si accompagna all’orrore per la morte inflitta ai colpevoli dei più gravi reati. Come spiegare una simile schizofrenia?
L’istituzione che genera, protegge e tutela - anche se, purtroppo, non sempre - la vita in tutte le sue fasi è la famiglia. In particolare è la famiglia che protegge la vita dei neonati, dei bambini e degli adolescenti. La vita di quanti sono il bersaglio privilegiato degli “orchi” che purtroppo esistono e non sono pochi.
Un violento attacco alla famiglia è sempre stato caratteristico del mondo gnostico, ma lo è in modo particolare del mondo gnostico sviluppatosi a partire dalla rivoluzione luterana, trionfante ovunque grazie alla dottrina dei “lumi”. 
E’ possibile che all’origine dell’opposta valutazione della morte (buona per gli innocenti, cattiva per i colpevoli) ci sia, anche, il desiderio degli orchi di sfuggire alle dure condanne in cui potrebbero incorrere? E’ possibile che si voglia smantellare la difesa dell’ordine pubblico e della “sicurezza delle persone” a partire dall’eliminazione del massimo deterrente (per estremo e terribile che possa essere) agli orrendi reati a sfondo sessuale?

L'Humanae vitae 50 anni dopo...



50 anni dopo. L'Humanae vitae di Paolo VI: Chiesa, amore e vita, come si cambia?
Avvenire

(Luciano Moia) Sessualità, generazione e famiglia a 50 anni dall'enciclica di Paolo VI. A livello internazionale si accende lo scontro. Dalla Gregoriana proposta per approfondire e ipotizzare nuovi percorsi. La difesa a oltranza dei metodi naturali dev’essere considerato criterio assoluto e intangibile per la regolazione delle nascite? È vero che il presunto obbligo non discende né da principi scientifici concordemente accettati né da dichiarazioni magisteriali che hanno il sigillo dell’infallibilità e dell’immutabilità?  (...)

Divino rinnovamento



Corsi Alfa. Se la Chiesa è per sua natura missionaria, deve esserlo anche ogni singola parrocchia. Tanto più che, di fronte alla drastica diminuzione del numero dei sacerdoti e al calo dei praticanti, il rinnovamento delle comunità parrocchiali s’impone come una delle questioni cruciali. È quanto mette in evidenza un volume, appena pubblicato in Italia con la prefazione di monsignor Nunzio Galantino, che fotografa l’esperienza pastorale di James Mallon, un giovane sacerdote canadese (Divino rinnovamento. Per una parrocchia missionaria, Padova, Edizioni Messaggero Padova, 2017, pagine 328, euro 24). L’autore, parroco ad Halifax, è noto per aver diffuso i “Corsi Alfa”, una serie di incontri per i cristiani e per coloro che si sono allontanati dalla pratica religiosa.
*****
(James Mallon) La catechesi centrata sui bambini ha come presupposto una cultura cattolica e una attiva partecipazione alla chiesa. Ma questa cultura cattolica non esiste più nella nostra società e la maggior parte delle famiglie che domandano i sacramenti, non sono membri attivi della parrocchia. Questa nuova realtà significa che, per quanto buoni siano i programmi, il loro valore sarà limitato a meno che non lavoriamo con i genitori dei bambini. Coinvolgere i genitori non può essere un’aggiunta fatta sul modello delle classi scolastiche, ma deve implicare la formazione della fede degli adulti nell’intera parrocchia.
Chiunque di noi abbia preso l’aereo per volare da qualche parte, ha fatto conoscenza con i video di sicurezza che vengono proiettati prima del decollo del velivolo. Questi video mettono sempre in risalto che, nel caso di un calo della pressione, gli adulti devono indossare la propria maschera di ossigeno prima di metterne una sul capo dei propri bambini. Se qualcosa del genere capitasse agli adulti, i bambini sarebbero in difficoltà. Le parrocchie invece si concentrano per lo più sui bambini e trascurano gli adulti. In moltissime parrocchie e diocesi i termini “catechesi” e “istruzione religiosa” significano ciò che si fa per i bambini. La formazione di fede degli adulti rimane troppo spesso una novità che è concessa di tanto in tanto a pochi parrocchiani. Di conseguenza solo raramente gli adulti arrivano alla maturità della fede. E non appena i bambini si accorgono che quanto hanno ricevuto ha poco valore per i propri genitori, anche la loro fede di bambini produce scarsi frutti. Portare gli adulti a maturare la fede è il più grande dono che possiamo fare ai nostri ragazzi.
Nella parrocchia di San Benedetto, e nelle altre in cui ho prestato servizio nel corso degli anni, abbiamo sempre sperimentato ogni settembre la lotta furiosa per trovare un numero sufficiente di catechisti per tutti i livelli di età. Cercando di fornire programmi identici per ogni livello, le nostre risorse diventano troppo esigue e spesso non riusciamo a fare bene nulla. Viene a mancare il centro d’interesse e il lavoro risulta inefficace. Benché ciò possa non essere un problema per parrocchie che possiedono una scuola cattolica, ci sono altre sfide collegate al fatto di operare secondo il modello delle classi scolastiche, specialmente nel mantenere un legame vitale con la parrocchia e la celebrazione dell’eucaristia domenicale. Infine la trasmissione della sola conoscenza, per quanto valido sia il contenuto del programma, non produrrà il risultato che si desidera di “fare discepoli”. Essere discepoli è qualcosa di molto più vasto della catechesi e presuppone che quelli che diventano discepoli siano stati autenticamente evangelizzati. Ricordate le parole del documento di Aparecida del 2007? Ci diceva che se il kerygma o il primo annuncio non viene trasmesso e ricevuto, tutti gli altri passi del processo di fare “discepoli missionari” sono condannati alla sterilità. Tentare di catechizzare famiglie che non sono state evangelizzate è come tentare di piantare dei semi nel cemento. La cosa non funziona. Anche quando lavoriamo con famiglie che sono state evangelizzate, un processo del diventare discepoli deve favorire e incrementare una vera crescita personale non solo nella conoscenza, ma nella maturità di fede, nell’esperienza della preghiera e del discernimento dei doni di ciascuno per «preparare i fratelli a compiere il ministero» (Efesini, 4, 12). La catechesi è un programma prestabilito, con un punto fisso di partenza e uno di arrivo. Invece il diventare discepoli è un modo di vivere.
Parecchi anni fa, in una conferenza internazionale per i direttori degli uffici catechistici, ascoltai suor Edith Prendergast che ci diede un indirizzo chiave. Qualcosa che lei disse mi bloccò di colpo. Era una citazione di Michael Warren: «La catechesi dovrebbe essere occasionale e durare per tutta la vita. Invece l’abbiamo fatta diventare ciclica, con un inizio e una fine». Per me ciò fu uno dei momenti in cui uno dice «Eureka».
La semplicità di questa frase era abbagliante. Perché abbiamo avuto bisogno di far passare i bambini attraverso un ciclo di incontri domenicali oppure di inserirli in classi di istruzione religiosa per nove anni di seguito, per poi bruscamente interrompere tutto, quando conseguivano il diploma della scuola media, pensando che quei ragazzi appena adolescenti fossero formati per il resto della loro vita? Immaginate che ci si possa staccare completamente da un simile modello di programma e che “essere chiesa” sia invece tale programma. Immaginate che ogni parrocchia abbia una cultura del “fare discepoli”, in modo che la formazione di fede sia valorizzata per tutte le persone. Se ciò diventasse un impegno permanente e che dura per tutta la vita, non dovrebbe più essere limitata nel tempo con un inizio e una fine.

L'Osservatore Romano

Lavoro e dignità





(Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto) Si terrà a Cagliari nei prossimi giorni (26- 29 ottobre 2017) la 48ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, sul tema “Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo, solidale”. Denuncia (“Il lavoro che non vogliamo”), buone pratiche (“per curare la ferita del lavoro”), ascolto (“lavoro degno e futuro”) e proposte (“prospettive”), saranno i motivi dominanti delle quattro giornate di dibattito, riflessione e preghiera, animate dai delegati di tutte le diocesi italiane e arricchite dalla partecipazione di esperti e protagonisti della vita sociale e politica del Paese, fra cui il Presidente del Parlamento Europeo, On. Antonio Tajani, e l’On. Paolo Gentiloni, Presidente del Consiglio dei Ministri. 
Radicata nella tradizione del cattolicesimo sociale, la Settimana che sta per aprirsi si ispira al magistero di Papa Francesco, da cui ha assunto il titolo, che riprende una frase dell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (24 Novembre 2013): “Nel lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, l’essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita” (n. 192). Già nel testo preparatorio (l’“Instrumentum laboris”) il “lavoro” è presentato come “un’esperienza umana fondamentale che coinvolge integralmente la persona e la comunità. Esso dice prima di tutto quanto amore c’è nel mondo: si lavora per vivere con dignità, per dar vita a una famiglia e far crescere i figli, per contribuire allo sviluppo della propria comunità. Il lavoro umano è un’esperienza dove coesistono realizzazione di sé e fatica, contratto e dono, individualità e collettività, ferialità e festa. Esso richiede passione, creatività, vitalità, energia, senso di responsabilità, perché nelle imprese, nelle botteghe, negli studi professionali, negli uffici pubblici, la differenza, alla fine, la fanno le persone” (n. 1). Lo stesso testo cita una testimonianza significativa di Primo Levi, tratta dalla memoria della sua terribile esperienza nel lager: “Ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del «lavoro ben fatto» è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i nazisti, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale”. Sarà questo il centro focale della riflessione che la Settimana vuole stimolare: il rapporto fra lavoro e dignità della persona. Si tratta di una relazione così stretta e necessaria che la mancanza di lavoro produce alla lunga un’inevitabile ferita alla dignità personale, mentre nel lavoro la persona esprime se stessa, affermando la sua più profonda identità e costruendo legami vitali, necessari alla vita dell’individuo e alla realizzazione del bene comune.
Da questa rilevanza che per tutti ha il lavoro conseguono alcune sfide che toccano da vicino l’attualità politica e sociale del nostro Paese: fra di esse quelle del lavoro giovanile e della disoccupazione, della salubrità delle condizioni in cui si lavora e della sostenibilità sociale e ambientale di esse. “Negare ad un giovane di partecipare a questo grande progetto comune o privare un adulto della possibilità di continuare a dare il proprio contributo; sfruttare il lavoro altrui o discriminare in base all’identità di genere o razziale sono atti di violenza che lacerano il tessuto umano e sociale. Anche rispetto al tema degli immigrati, è proprio il lavoro che costituisce lo strumento più efficace per il successo del percorso di integrazione. La questione della disoccupazione ci interpella in modo particolare. L’isolamento sociale, il senso di fallimento, il rischio di depressione sono costi umani che non possono essere dimenticati. E ciò è tanto più vero nelle regioni del Mezzogiorno dove l’aspirazione ad avere un lavoro dignitoso è troppo spesso destinata a non trasformarsi in realtà”. La domanda che emerge è quella di come creare per tutti un lavoro che sia rispettoso della dignità personale e contribuisca al bene comune: la risposta della Settimana Sociale toccherà due livelli. Il primo è quello dell’impresa: “Il lavoro lo crea l’impresa, nella misura in cui risponda in modo adeguato al suo specifico dovere di solidarietà. L'efficienza, rispettosa dei principi di sostenibilità sociale e ambientale, oltre a costituire il motore di una azienda ben organizzata e a fruttare dunque profitto, diventa allo stesso tempo un criterio di giustizia sociale”. L’appello è rivolto agli imprenditori perché - senza rinunciare a una logica di guadagno, indispensabile al funzionamento dell’economia di mercato - sappiano reinvestire in maniera proporzionata e giusta gli utili per creare nuove possibilità di lavoro. Delocalizzare per guadagnare di più è l’esatto opposto di quanto questo comportamento richiede: sui tempi lunghi, anzi, le scelte mirate all’assolutizzazione del profitto risultano perdenti anche rispetto al loro scopo. Coniugare guadagno e solidarietà, temperando gli appetiti e mantenendo una visione del bene comune come orizzonte necessario per tutti, impresa compresa, è la sola via affidabile per un domani condiviso e positivo. L’altra via da mettere al centro dell’attenzione è quella dell’educazione: “Promuovere una cultura d’impresa - afferma il testo preparatorio - significa investire sulla capacità di essere protagonisti della propria vita. Per far ciò, crediamo sia necessario sostenere la ‘creatività’ dei giovani: la virtù dell’iniziativa che sgorga dalla soggettività creativa della persona umana, ossia l’inclinazione a cogliere ciò che altri non riescono ancora a vedere. In secondo luogo, educare alla ‘solidarietà’, ossia al ‘senso della comunità’, in considerazione del fatto che il lavoro è lavoro con gli altri e lavoro per gli altri. In terzo luogo, educare al ‘realismo’, cioè alla fatica e ai tempi lunghi necessari per vincere la sfida della creazione del lavoro attraverso l’impresa”. Ovviamente la Settimana Sociale di Cagliari non proporrà ricette facili. Essa si sforzerà, però, di suggerire stili di vita, modi di fare impresa e tensioni etiche ad essi necessarie, chiamando tutti, dagli imprenditori ai politici, dai lavoratori ai giovani e a quanti sono in cerca di occupazione, ad un impegno collettivo, in cui ciascuno faccia la sua parte al massimo delle sue possibilità, con senso di responsabilità e di partecipazione attiva alla realizzazione del bene comune. Prospettive tanto sagge, quanto esigenti nella pratica: saranno pronti a condividerle, elaborarle e metterle in pratica la politica, le istituzioni, la scuola, le imprese, i giovani, i lavoratori e quanti sono in cerca di lavoro? 

Il Sole 24 Ore

Aprite le porte...


di Emanuela Campanile
La Chiesa ha scelto di ricordare San Giovanni Paolo II il 22 ottobre, giorno in cui il “Papa polacco” pronunciò il suo discorso di inizio Pontificato. Intervento che segnò un nuovo percorso nella storia dell’uomo e che mostrò il coraggio di annunciare Cristo a quella parte di mondo che invece, Cristo, lo aveva voluto estirpare. In virtù delle parole pronunciate da Simon Pietro “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, Giovanni Paolo II dichiarava la sua fiduciosa preghiera: 
“O Cristo! Fa’ che io possa diventare ed essere servitore della tua unica potestà! Servitore della tua dolce potestà! Servitore della tua potestà che non conosce il tramonto! Fa’ che io possa essere un servo! Anzi, servo dei tuoi servi”.
Dalla consapevolezza che “la potestà assoluta e pure dolce e soave del Signore risponde a tutto il profondo dell’uomo” e “non parla con un linguaggio di forza”, il Papa invitava ad accogliere Cristo con parole che sarebbero passate alla storia:
“Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!”
Punto di ancoraggio per capire il pensiero di Giovanni Paolo II è, dunque, Cristo “in cui - spiega don Massimo Serretti, docente di Teologia alla Pontificia Università Lateranense - tutto il mistero di Dio si rende presente nella storia umana”. “In quei 27 anni di Pontificato - prosegue - ha tenuto sempre fermo il registro principale e, cioè, di continuare a mostrare come Gesù Cristo sia l’unica vera risposta a tutte le attese dell’uomo e di tutti gli uomini”.
Raccontare un Santo in poche righe sembra quasi “offendere la sua grandezza” - confessa don Serretti - “soprattutto se parliamo di Giovanni Paolo che ha lasciato la sua impronta in numerosi ambiti diversi”.
In questo caso, i numeri aiutano a capire l’ampiezza del suo Magistero. Tra i documenti principali si annoverano: 14 Encicliche, 15 Esortazioni apostoliche, 11 Costituzioni apostoliche e 45 Lettere apostoliche. Grandi numeri anche se si considerano le visite pastorali in Italia (146) e i viaggi apostolici (104). Milioni, inoltre, i fedeli incontrati e i giovani che si riunivano in occasione delle Giornate Mondiali della Gioventù.
In Giovanni Paolo II anche il “non aver celato al mondo intero la sua sofferenza, ha un tratto cristologico fortissimo che è stato recepito - conclude don Serretti - in maniera straordinaria da tutti”. “Non ha temuto di mostrare il volto indebolito perché, in quello stesso volto, il Padre ha voluto mostrare la Sua forza e la Sua potenza, così come fece nel volto dell’Ecce homo, Suo Figlio”.
Forse, è anche per questo che ritornano alla mente quelle parole pronunciate 39 anni fa dal “Papa polacco” che segnarono l’inizio di un nuovo cammino nella “storia santa” di tutti e di ogni uomo. “Non abbiate paura! - ci diceva -  Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo lui lo sa!”
rv

Intervista a Papa Francesco: p. Spadaro (La Civiltà Cattolica)




Intervista a Papa Francesco: p. Spadaro (La Civiltà Cattolica), “il rapporto col giornalista non è qualcosa da temere, ma struttura la sua comunicazione” 
SIR 

“Il Papa non adotta una strategia comunicativa quando risponde alle domande di un’intervista. È sempre se stesso. Nel momento in cui incontra l’intervistatore comunica con naturalezza”. Lo ha detto padre Antonio Spadaro, direttore de “La Civiltà Cattolica”, intervenendo alla presentazione del libro che nasce dalle sue conversazioni con Papa Francesco, (...) 

La riforma e le riforme nella Chiesa



Mercoledì 25 ottobre p.v. alle ore 17,00 in Campidoglio, presso la Sala Pietro da Cortona, il Centro Europeo per il Turismo e la Cultura e la Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede presenteranno il libro di Agostino Marchetto dal titolo “'La riforma e le riforme nella Chiesa'. Una risposta”  (Libreria Editrice Vaticana, 2017, p. 117).
Alla manifestazione, che sarà presieduta dal Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin che farà l’intervento conclusivo, parteciperà il Ministro della Giustizia Onorevole Andrea Orlando. L’Autore si sofferma sul dibattito in corso nella Chiesa ed esprime l’auspicio che si arrivi ad una sintesi, di “unità nella legittima diversità”, come d’altronde avvenne durante il Concilio Vaticano II.
Alcune linee guida di presentazione del volume
La nuova opera pubblicata dalla Libreria Editrice Vaticana a firma dell' arcivescovo è “una risposta” a un’altra pubblicazione:  “La riforma e le riforme nella Chiesa” (Queriniana, 2016).
In effetti al termine di una lettura attenta di tale grosso volume di 615 pagine, curato da Antonio Spadaro e Carlos María Galli (edd.), l' Autore ha avuto la netta impressione che quasi tutti i partecipanti al Seminario che originò appunto la pubblicazione, si situarono in una linea unidimensionale di riforma, con sottolineatura della sinodalità-collegialità, senza tener giustamente presente l’altro polo del fondamentale binomio "primato-sinodalità", cioè il primato (nelle sue varie espressioni e livelli), che nel suo aspetto conciliare ha costituito uno dei centri vitali, decisivi e specifici di attenzione e decisione del Concilio ecumenico Vaticano II, a lui particolarmente caro e oggetto del suo lavoro di studioso da almeno 30 anni.
E proprio per questo, in fondo monocorde tono del coro e la conseguente unilateralità dell’opera, è sorta in Mons. Marchetto l’idea di far udire un’altra voce, per quel “et” “et” che caratterizza il cattolicesimo, la nostra “via media” – Cullmann parlava del suo “genio” – e applicare la giustizia dell’ audiatur et altera pars.
A chi si rivolge e come è strutturato il testo?
Naturalmente la risposta è diretta anzitutto agli studiosi a cui, dopo una sintesi del loro pensiero, l'Autore si dirige, con una critica, come si dice, che può essere anche un compartire il loro punto di vista. Fondando tale atteggiamento, e agendo in modo rispettoso e costruttivo affinché ci sia con essi un dialogo in scriptis, nell’impossibilità di farlo per il momento dal vivo, e che possano ad esso accedere gli studiosi delle varie tendenze e gli interessati alla riforma, e approfondire così le varie questioni in un momento in cui di dialogo intraecclesiale c’è vero bisogno.
L' Autore si augura però che anche altri possano conoscere le ragioni profonde su cui si dibatte, si decide e – ci si augura – si faccia sintesi, unità nella legittima diversità, come del resto avvenne durante il Vaticano II, nonostante tutto, che per Mons. Marchetto è l’ analogatum princeps del modo di procedere nella realizzazione del binomio inscindibile primato-sinodalità (e collegialità).
La struttura del libro
La struttura del libro, per questioni di praticità nella Risposta, rispetta quella del Seminario a cui ci si riferisce, i suoi punti di cristallizzazione, di coagulo, e cioè:
I. La riforma missionaria della Chiesa. Popolo di Dio in cammino. Il rinnovamento della Chiesa oggi alla luce del Concilio Vaticano II.
II. Le lezioni della storia circa la riforma della Chiesa.
III. La comunione sinodale come chiave del rinnovamento del Popolo di Dio.
IV. Le riforme delle Chiese particolari e della Chiesa universale.
V. L’unità dei cristiani e la riforma della Chiesa.
VI. Verso una Chiesa più povera, fraterna e inculturata.
VII. Lo spirito e la spiritualità della riforma evangelica della Chiesa.
E anche per aiutare il lettore che non avesse a disposizione il volume di riferimento e fargli intendere di più la risposta, per l’intervento di ogni partecipante al Seminario in parola, Mons. Marchetto ha fatto una sintesi dei suoi principali punti di vista e delle sue convinzioni e proposte.
Ermeneutica conciliare
Per “l'ermeneutica conciliare” (interpretazione) del Magno Sinodo, formula caratteristica di Mons. Marchetto per indicare il Vaticano II, l''Autore sposa  -ed è notissimo- la formula benedettina, chiamiamola così, e cioè “non l' ermeneutica della rottura nella discontinuità, ma della riforma e del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa”. Certo è di Papa Benedetto, nel suo primo Natale da Papa, ma egli esprime quanto tutti i Papi conciliari e post Vaticano II, anche Papa Francesco, hanno tenuto, diremmo creduto. Di fatto qui entriamo in ciò che è specifico del cattolicesimo, quello che ha fatto passare Newman dall’anglicanesimo al cattolicesimo.
A questo proposito l'Arcivescovo Marchetto sente quindi di poter affermare che questa è la chiave ermeneutica definitiva, e che stava fin dall’origine, del Vaticano II.
Eppure è questo un tema ancora divisivo, e  Mons. Marchetto ne è cosciente. Si tocca qui un punto fondamentale da chiarire sia per i convegnisti, sia per l' Autore e ancora per il Vaticano II e per l’attuale momento postconciliare. Qual è dunque l’ermeneutica corretta ecclesiale, dopo il gradino storico e prima di quello della ricezione, circa il Magno Sinodo? E' questione vitale per cui non poche volte nel volume ci si chiede quale sia l'ermeneutica di chi interviene nell'arena dei partecipanti al Seminario.
In effetti a tale proposito Mons. Marchetto considera che ci troviamo ancora in alto mare proprio perché non si rinuncia a quella della rottura, implicita a tutte le volte che anche nel libro si parla di rivoluzione. Ed è la parola che primeggia in questo volume di riferimento al saggio di cui presentiamo qui qualche linea.
L'Autore conclude che gli pare ciò si opponga proprio a uno sviluppo non solo organico (questo si dice una sola volta nel volume di riferimento) ma omogeneo, caratteristica del cattolicesimo.
Del resto Papa Francesco applica il termine “rivoluzione” all’evento fontale del Cristianesimo, il Signore Gesù e il suo Vangelo. Altrimenti si corre il rischio di precipitare in quel vortice di rottura che cattolico non è.
Binomio primato e sinodalità
Qui troviamo anche il punto nevralgico del binomio primato e sinodalità (e anche collegialità naturalmente) poiché lo sviluppo dogmatico nella Chiesa dev’essere omogeneo per poterlo accettare e mutatis mutandis anche nella prassi nella vita.
E pure qui l' Autore ricorda le difficoltà del grande Jedin quando affermava che il Vaticano II era in continuità con il Concilio di Trento. Mal gliene incolse da parte di chi si può considerare fazioso e non illuminato.
Chiesa carismatica  e Chiesa istituzione
A conclusione di un capitolo del libro, Mons. Marchetto cita quanto il beato Paolo VI disse a Bogotá nel 1968, ponendo a confronto la Chiesa “cosiddetta istituzionale”, con “un’altra presunta Chiesa cosiddetta carismatica, quasi che la prima, comunitaria e gerarchica, visibile e responsabile, organizzata e disciplinata, apostolica e sacramentale, sia espressione di un cristianesimo ormai superato, mentre l’altra, spontanea e spirituale, sarebbe capace di interpretare il cristianesimo per l’uomo adulto della civiltà contemporanea, e di rispondere ai problemi reali e urgenti del nostro tempo”.
L' Autore a questo riguardo si domanda implicitamente se questa contrapposizione si avverta ancora oggi e risponde affermativamente poiché chi studia la storia della Chiesa e della Teologia e anche del Diritto canonico sa quanto questo confronto, che per molti è opposizione, tra Chiesa dello Spirito (“cosiddetta carismatica”) e diciamo Chiesa istituzione si trova sempre, pur in svariate sfumature ed espressioni. Anzi egli richiama a questo punto una esperienza della sua vita con i giovani universitari, pur cristiani ma rivoluzionari, che accompagnava pastoralmente al tempo del suo servizio a Cuba, i quali avevano la tentazione di dire “Cristo sì, Chiesa no”, e intendevano quella gerarchica, istituzionale, se vogliamo.
Del resto ciò conferma per Mons. Marchetto quanto diceva Romano Guardini scrivendo a Paolo VI, in fondo, a questo proposito. Si  esprimeva così: “La scelta cristiana non viene propriamente compiuta riguardo alla concezione di Dio e nemmeno riguardo alla figura di Cristo, bensì riguardo alla Chiesa. Ciò che può convincere l’uomo moderno non è un cristianesimo modernizzato in senso storico e psicologico o in qualsiasi altro modo, ma soltanto l’annuncio senza limiti e interruzioni della rivelazione. Naturalmente è poi compito di chi insegna porre questo annuncio in relazione ai problemi e alle necessità dei tempi”.
Comunque nel Vaticano II basta rileggere il n. 8 della Costituzione dogmatica Lumen Gentium per incontrare “la Chiesa come organismo visibile... La società costituita di organismi gerarchici e il corpo mistico di Cristo, la comunità visibile e quella spirituale, la Chiesa terrestre e la Chiesa ormai in possesso dei beni celesti non si devono considerare come due cose diverse, ma formano una sola complessa realtà risultante di un duplice elemento, umano e divino. Per una non debole analogia, quindi, è paragonata al mistero del Verbo incarnato... l’organismo sociale della Chiesa serve allo Spirito di Cristo che la vivifica, per la crescita del corpo”. Orbene questa verità era certamente una risposta alla Sitz im Leben al tempo del Vaticano II, ma ancora di più, secondo Mons. Marchetto, a quella del postconcilio fino ad oggi.
Primato e collegialità
Una questione pure incandescente appare posta nel volume dell'arcivescovo Marchetto, e cioè se si ritiene comunemente che il primato del Vescovo di Roma e l’autorità ad esso associata siano oggi considerati un freno al lavoro collegiale, nel contesto di come si conciliano primato e sinodalità.
La risposta merita la lettura del libro, specialmente perché, come si diceva sopra, all’inizio di ogni risposta agli interventi dei partecipanti al Seminario (furono trenta) sono riassunte per sommi capi le loro posizioni.
Da essa risulterà che purtroppo la visione abbastanza generale è nel senso che il primato è in fondo un freno, meglio, non se ne parla, si osserva, si sottolinea la sinodalità, senza tener conto della inscindibilità del binomio fondamentale “primato-sinodalità”. E ciò, si badi bene, non risulta solo nella questione del primato petrino.
Ci sono altri protos, i patriarchi, per esempio, i metropoliti, i vescovi nelle loro diocesi, oltre che per essere cum Petro et sub Petro membri del Collegio episcopale, che nella collegialità in senso stretto ha pure un primato.

sabato 21 ottobre 2017

Clausura è missione



In occasione della Giornata missionaria mondiale, che verrà celebrata questa domenica, il 22 ottobre 2017, l’agenzia Fides ha prodotto e lanciato oggi, venerdì 20 ottobre 2017, un video intitolato “Clausura è missione”.
Con la produzione multimediale, disponibile sul canale Youtube di Fides in Italiano e in inglese, l’agenzia della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli vuole ricordare “il 90° anniversario della proclamazione di Teresa di Lisieux ‘Patrona delle missioni’”. E’ quanto si legge sul sito Internet di Fides.
Fu infatti papa Pio XI a proclamare il 14 dicembre del 1927 santa Teresa di Gesù Bambino (1873-1897) “patrona speciale dei missionari, uomini e donne, esistenti nel mondo”, titolo già concesso a san Francesco Saverio (1506-1552).
Il video, che dura 3:35 minuti, è girato nel monastero di clausura delle suore carmelitane di Sutri, nel Lazio, dove le monache “abbracciano tutto il mondo”.
“Teresa di Lisieux desiderava ‘essere l’amore nel cuore della Chiesa’. Oggi le monache di clausura sono come un cuore che pompa il sangue, cioè la carità di Cristo, a tutto l’organismo della Chiesa universale”, così ha dichiarato oggi padre Ryszard Szmydki, O.M.I., sottosegretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, durante la presentazione del video.
“Il missionario, come afferma la ‘Redemptoris Missio’, deve essere un ‘contemplativo in azione’”, ha ricordato p. Szmydki. “La risposta ai problemi egli la dà alla luce della parola di Dio e nella preghiera personale e comunitaria. Se il missionario non è un contemplativo non può annunciare Cristo in modo credibile.”

Consigli per discernere i discorsi ingannevoli.




(Diego Fares) Come discernere se un discorso viene dallo «spirito buono» e ci avvicina a Gesù, o se invece è animato dallo «spirito cattivo», anche quando chi lo pronuncia afferma di voler «dire la verità»? È l’interrogativo a cui, partendo dall’esperienza spirituale di Pietro Favre (1506-1546), canonizzato dal Pontefice il 17 dicembre 2013, risponde un articolo scritto per la Civiltà Cattolica di cui anticipiamo ampi stralci.

Ogni tanto capita di leggere articoli che attaccano la Chiesa e il Papa. Sì, la Chiesa e il Papa, perché si tratta di un attacco a entrambi, sebbene qualcuno affermi di attaccare il Papa per difendere la dottrina della Chiesa; come pure altri dicono di difendere il Papa mentre se la prendono con la Chiesa. Il linguaggio che essi usano non sembra complicato: i titoli su intrighi di potere, veleni tra alti prelati, lotte interne alla Curia, clamorosi errori pastorali o politici e minacce alla dottrina cattolica, sono chiarissimi e diretti. Ma un linguaggio semplicistico non è un linguaggio semplice, sebbene possa assomigliargli, proprio come la zizzania all’inizio assomiglia al grano buono. 
L’uomo della parabola lo discerne a colpo d’occhio: se c’è zizzania, è perché un nemico l’ha seminata (cfr. Matteo, 13, 28). Ma non si deve cercare di estirparla tutta prima del tempo, perché si corre il rischio di strappare insieme con essa anche il grano. Tuttavia è bene, quando le troppe erbacce soffocano il grano buono, tagliarne un po’ per dare respiro alle piante. Quando, in una discussione, i toni si alzano troppo e le parole cominciano a ferire, se si vuole continuare a dialogare, occorre abbassare i toni e «curare il linguaggio».
Qualcuno giustifica un linguaggio scandaloso dicendo che sono i fatti di cui si parla a essere tali. Se bastasse questa giustificazione, dovrebbe accadere lo stesso quando il Papa afferma che c’è corruzione in Vaticano o quando condanna uno scandalo. Ma la verità non consiste soltanto nei «fatti» che chiunque può riferire in modo soggettivo, senza preoccuparsi di chi sta ascoltando o leggendo. Parafrasando alcuni commenti su questo genere di notizie, si potrebbe dire che un certo tipo di linguaggio attacca soprattutto lo «splendore della verità».
Avere tutti maggiore cura del linguaggio che usiamo non è meno vitale dell’avere cura della qualità dell’aria del pianeta. E tale cura del linguaggio non riguarda soltanto i concetti e le immagini che scegliamo di utilizzare per intessere un discorso razionale: piuttosto ha a che fare con l’attenzione e il rispetto che hanno l’uno verso l’altro coloro che dialogano e cercano assieme la verità. 
Dato il livello di sofisticazione del linguaggio attuale, non è facile discernere con chiarezza quando si presenta un discorso ingannevole. Ce ne sono di vari generi. Su questo cammino di crescita nel discernimento del linguaggio ci facciamo aiutare da alcuni criteri indicati da san Pietro Favre, il gesuita compagno di Ignazio e di Francesco Saverio. Favre, a giudizio di Ignazio, era la persona che dava meglio gli Esercizi spirituali e aveva il carisma del discernimento e della conversazione spirituale: sapeva dialogare con tutti e aveva modi particolarmente rispettosi e convincenti nei confronti dei suoi avversari. 
Il primo criterio egli lo spiega così: «Durante la messa mi nacque un altro desiderio, che cioè tutto il bene che potrò compiere, l’abbia a fare con la mediazione dello Spirito buono e santo. E mi venne l’idea che a Dio non piaccia la maniera con cui gli eretici vogliono fare certe riforme nella Chiesa. Sebbene infatti dicano delle cose vere, ciò che capita anche ai demoni, non lo fanno con quello spirito di verità che è lo Spirito santo». 
Pietro Favre fa notare che non basta «dire cose vere», ma bisogna dirle con quello spirito di verità che è lo Spirito santo. Purché poi si voglia davvero che quelle cose aiutino a correggere concretamente un errore o un cattivo comportamento. Favre, in pratica, distingue tre «verità»: le cose vere (i fatti), lo spirito di verità (ossia la disposizione d’animo con cui si dicono «le cose vere»), e lo Spirito della verità come persona. Tra la verità dei fatti e lo Spirito della verità si colloca appunto lo spirito di verità o «spirito buono», il quale permette ai fatti della vita — anche al peccato — di connettersi con la grazia, che ordina tutto al bene. È utile possedere questo tipo di discernimento quando si tratta di giudicare se qualcosa è vero o falso. In un discorso va considerata e valutata la capacità che esso ha, nel suo insieme e in ciascuna parola, di essere usato per il bene dallo Spirito. E, d’altra parte, va soppesata la capacità che esso ha, nel suo insieme o in qualcuna delle sue parti, di bloccare l’azione dello spirito buono o di rafforzare quello cattivo. Quella che dunque potrebbe sembrare una piccola differenza — dire bene una cosa vera, oppure dirla con scherno, ira e disprezzo — in realtà è in grado di attivare grandi cambiamenti. Una verità detta con mitezza e rispetto è una mano tesa che crea ponti. Invece, una verità detta con asprezza e mancanza di rispetto è un ceffone che ostacola il dialogo e la comprensione reciproca.
San Pietro Favre ci offre un secondo criterio per discernere il modo di parlare secondo lo Spirito della verità. Egli chiede al Signore di insegnargli a parlare bene — sotto l’influsso dello Spirito santo — delle cose di Dio, e si accorge di fare esperienza di un «meno». Sente che nel suo linguaggio c’è qualcosa che, se non sta attento, può togliere efficacia alla grazia che ha ricevuto, nel momento in cui egli comunica questa esperienza a un altro. Favre dice così: «[Domandavo al Signore che] mi insegnasse come parlare di cose già prima intuite, per me o per gli altri, sotto l’influsso dello spirito buono. Di continuo infatti io dico, scrivo e faccio una quantità di cose senza badare allo spirito nel quale prima le avevo sentite. Così mi capita, ad esempio, di esprimere alla familiare, con gaiezza e animo scherzoso, ciò che per l’innanzi avevo provato in uno spirito di compassione e d’intima lacerazione: chi ascolta ne ricava minor frutto perché la verità vi è detta secondo uno spirito meno buono di quello con cui era stata recepita».
Favre attribuisce tutto questo al fatto di aver espresso la grazia ricevuta con uno spirito «meno» buono di quello con cui l’aveva ricevuta. E attribuisce questo minore grado di bontà a quello che potremmo chiamare un «cambiamento di tono»: ha espresso in modo scherzoso ciò che prima in lui aveva suscitato compassione. Si tratta di quei linguaggi in cui si nota un cambiamento di tono e di registro che «sminuisce» l’altro — lo squalifica, lo denigra — oppure si parla di cose importanti, persino sacre, in modo semplicistico o riduttivo.
Sant’Ignazio esprime questo tipo di tentazione con una regola di discernimento che mostra come non sempre lo spirito cattivo cerchi il male maggiore: «Se nel caso dei pensieri suggeriti si va a finire in qualche cosa cattiva o futile o meno buona di quella che l’anima si era prima proposta di fare, o la infiacchisce o inquieta, o conturba l’anima, togliendo la sua pace, tranquillità e quiete che prima aveva, è chiaro segno che questo procede dal cattivo spirito». Inoltre, questo «male minore» a volte viene cercato volutamente da chi si accorge che, se mirasse a un male maggiore, non avrebbe successo. Tutto questo ritorna spesso nei discorsi che si fanno sul Papa e sulla Chiesa, ed è la maniera più facile per far sì che molta gente “se la beva” senza accorgersene. 
Un terzo criterio, tra quelli indicati da Favre e che può tornare utile in questa riflessione, è quello del «magis ignaziano». Sant’Ignazio è l’uomo del magis («di più»), della «maggior gloria di Dio». Ma non si tratta di un «di più» ideale, di una perfezione proposta in astratto, che poi bisognerebbe cercare di realizzare, bensì di un «di più» concreto, possibile, incarnato nella vita, che tiene conto dei tempi, dei luoghi e delle persone. In definitiva, è il passo avanti che il Padre gradisce e che lo Spirito santo ci invita a fare. Può trattarsi di un grande passo, come quello della conversione di san Paolo o quello del gesto di san Massimiliano Kolbe, che ha dato la propria vita per salvare un condannato a morte; oppure di un piccolo passo, come quello che fa un bambino per saltare una pozzanghera. Piccolo o grande che sia, questo passo è un «più nello Spirito». Afferma Favre: «In generale quanto più alto sarà lo scopo che tu avrai proposto all’attività, alla fede, alla speranza e all’amore di un uomo perché egli vi dedichi tutte le sue forze affettive e operative, tanto più sarà probabile gli si mettano in moto gli spiriti buoni e cattivi [...], cioè quello che dà forza e quello che debilita, quello che illumina e quello che annebbia e oscura, insomma il buono e l’altro che gli è opposto».
In contrasto con la dimensione propria del linguaggio di Francesco, che esorta ciascuno — anche i suoi critici — a pensare al passo avanti da fare personalmente, esistono affermazioni che esortano a fare un passo avanti, ma finalizzato a individuare quale Papa precedente o quale enciclica o dogma di fede Francesco starebbe attaccando. Ecco il criterio per discernere quei linguaggi che seguono la logica dei farisei e dei dottori della legge, i quali, quando Gesù faceva un bene concreto — a esempio, guariva di sabato un uomo che aveva la mano paralizzata — lo accusavano di infrangere la legge. Il movimento di questi linguaggi è del tutto contrario a quello dell’incarnazione, in cui le parole e le azioni particolari non cercano di attaccare nessuno né di distruggere qualcosa, ma si propongono di trasmettere la grazia a una persona che si trova in un luogo e in un tempo determinato. Le affermazioni o insinuazioni sul fatto che Francesco attaccherebbe l’enciclica di Giovanni Paolo II Veritatis splendor non meriterebbero neppure di essere menzionate, se non fosse per il fatto che la gente semplice resta perplessa e scandalizzata quando cose simili vengono dette in maniera categorica e solenne. Il fatto che Francesco, nella sua esortazione apostolica Amoris laetitia, che raccoglie i risultati di due sinodi sulla famiglia, dica che «non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero» (Amoris laetitia, 3) è in perfetta consonanza con lo spirito della Veritatis splendor, in cui Giovanni Paolo II conclude «il discernimento di alcune tendenze della teologia morale odierna» con questa esortazione: «Bisogna però che noi, Fratelli nell’Episcopato, non ci fermiamo solo ad ammonire i fedeli circa gli errori e i pericoli di alcune teorie etiche. Dobbiamo, prima di tutto, mostrare l’affascinante splendore di quella verità che è Gesù Cristo stesso» (Veritatis splendor, 83). Francesco fa sua e amplia questa «esortazione apostolica» di san Giovanni Paolo II. Infatti, la verità non rifulge nelle definizioni, nemmeno in quelle della Veritatis splendor, ma nell’uomo vivo.

L'Osservatore Romano

Udienza ai Partecipanti al Convegno promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione. Discorso del Santo Padre

Risultati immagini per Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione

Udienza ai Partecipanti al Convegno promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione. Discorso del Santo Padre 
Sala stampa della Santa Sede 
Alle ore 11.30 di oggi, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i Partecipanti al Convegno Catechesi e persone con disabilità: un’attenzione necessaria nella vita quotidiana della Chiesa, promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, in occasione del 25.mo anniversario di promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, che ha luogo presso la Pontificia Università Urbaniana a Roma, dal 20 al 22 ottobre 2017. Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti nel corso dell’incontro:
Discorso del Santo Padre
Cari fratelli e sorelle,

Mi rallegra incontrarvi, soprattutto perché in questi giorni avete affrontato un tema di grande importanza per la vita della Chiesa nella sua opera di evangelizzazione e formazione cristiana: La catechesi e le persone con disabilità. Ringrazio S.E. Mons. Fisichella per la sua introduzione, il Dicastero da lui presieduto per il suo servizio e tutti voi per il vostro lavoro in questo campo.Conosciamo il grande sviluppo che nel corso degli ultimi decenni si è avuto nei confronti della disabilità. La crescita nella consapevolezza della dignità di ogni persona, soprattutto di quelle più deboli, ha portato ad assumere posizioni coraggiose per l’inclusione di quanti vivono con diverse forme di handicap, perché nessuno si senta straniero in casa propria. Eppure, a livello culturale permangono ancora espressioni che ledono la dignità di queste persone per il prevalere di una falsa concezione della vita. Una visione spesso narcisistica e utilitaristica porta, purtroppo, non pochi a considerare come marginali le persone con disabilità, senza cogliere in esse la multiforme ricchezza umana e spirituale. E’ ancora troppo forte nella mentalità comune un atteggiamento di rifiuto di questa condizione, come se essa impedisse di essere felici e di realizzare sé stessi. Lo prova la tendenza eugenetica a sopprimere i nascituri che presentano qualche forma di imperfezione. In realtà, tutti conosciamo tante persone che, con le loro fragilità, anche gravi, hanno trovato, pur con fatica, la strada di una vita buona e ricca di significato. Come d’altra parte conosciamo persone apparentemente perfette e disperate! D’altronde, è un pericoloso inganno pensare di essere invulnerabili. Come diceva una ragazza che ho incontrato nel mio recente viaggio in Colombia, la vulnerabilità appartiene all’essenza dell’uomo.
La risposta è l’amore: non quello falso, sdolcinato e pietistico, ma quello vero, concreto e rispettoso. Nella misura in cui si è accolti e amati, inclusi nella comunità e accompagnati a guardare al futuro con fiducia, si sviluppa il vero percorso della vita e si fa esperienza della felicità duratura. Questo – lo sappiamo – vale per tutti, ma le persone più fragili ne sono come la prova. La fede è una grande compagna di vita quando ci consente di toccare con mano la presenza di un Padre che non lascia mai sole le sue creature, in nessuna condizione della loro vita. La Chiesa non può essere “afona” o “stonata” nella difesa e promozione delle persone con disabilità. La sua vicinanza alle famiglie le aiuta a superare la solitudine in cui spesso rischiano di chiudersi per mancanza di attenzione e di sostegno. Questo vale ancora di più per la responsabilità che possiede nella generazione e nella formazione alla vita cristiana. Non possono mancare nella comunità le parole e soprattutto i gesti per incontrare e accogliere le persone con disabilità. Specialmente la Liturgia domenicale dovrà saperle includere, perché l’incontro con il Signore Risorto e con la stessa comunità possa essere sorgente di speranza e di coraggio nel cammino non facile della vita.
La catechesi, in modo particolare, è chiamata a scoprire e sperimentare forme coerenti perché ogni persona, con i suoi doni, i suoi limiti e le sue disabilità, anche gravi, possa incontrare nel suo cammino Gesù e abbandonarsi a Lui con fede. Nessun limite fisico e psichico potrà mai essere un impedimento a questo incontro, perché il volto di Cristo risplende nell’intimo di ogni persona. Inoltre stiamo attenti, specialmente noi ministri della grazia di Cristo, a non cadere nell’errore neo-pelagiano di non riconoscere l’esigenza della forza della grazia che viene dai Sacramenti dell’iniziazione cristiana. Impariamo a superare il disagio e la paura che a volte si possono provare nei confronti delle persone con disabilità. Impariamo a cercare e anche a “inventare” con intelligenza strumenti adeguati perché a nessuno manchi il sostegno della grazia. Formiamo – prima di tutto con l’esempio! – catechisti sempre più capaci di accompagnare queste persone perché crescano nella fede e diano il loro apporto genuino e originale alla vita della Chiesa. Da ultimo, mi auguro che sempre più nella comunità le persone con disabilità possano essere loro stesse catechisti, anche con la loro testimonianza, per trasmettere la fede in modo più efficace.
Vi ringrazio per il vostro lavoro di questi giorni e per il vostro servizio nella Chiesa. La Madonna vi accompagni. Vi benedico di cuore. E vi chiedo, per favore, di non dimenticarvi di pregare per me.