martedì 22 aprile 2014

Due Papi un’unica santità

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Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. 

(Vincenzo Bertolone, Arcivescovo di Catanzaro-Squillace) Nella discussione sulle note della Chiesa (via notarum) — inaugurata nel medioevo da Giacomo di Viterbo e continuata in età moderna da Roberto Bellarmino — quella della santità viene subito dopo la nota dell’unità. Come ci ricorda il concilio Vaticano II nella costituzione dogmatica Lumen gentium (n. 41), «nei vari generi di vita e nelle varie professioni un’unica santità è praticata da tutti coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio e, obbedienti alla voce del Padre e adorando in spirito e verità Dio Padre, seguono Cristo povero, umile e carico della croce, per meritare di essere partecipi della sua gloria».
Ora la santità della Chiesa si manifesta in due pontefici, che giungono insieme alla canonizzazione. Stanno bene insieme questi due santi già per il nome Giovanni, che ci ricorda il precursore, colui che prepara la via al Signore. Giovanni XXIII è precursore perché ha preparato al Signore la via di un rinverdimento della Chiesa cattolica. Lo ha fatto convocando un concilio in un momento in cui «mentre l’umanità è alla svolta di un’era nuova, compiti di una gravità e ampiezza immensa attendono la Chiesa, come nelle epoche più tragiche della storia», si legge nella costituzione apostolica Humanae salutis, con la quale indiceva il Vaticano II.
L’obiettivo dichiarato era quello di mettere le energie vivificatrici del Vangelo in dialogo con il mondo moderno caratterizzato soprattutto dal progresso della scienza e della tecnica e, soprattutto, di farlo preferendo alle voci dei «profeti di sventura» che vedono tutto nero un atteggiamento e un linguaggio simpatetici con il mondo, perché «il mondo ha bisogno di Cristo: ed è la Chiesa che deve portare Cristo al mondo», disse il Papa nel radiomessaggio dell’11 settembre 1962.
Muovendosi sulla stessa scia, Giovanni Paolo II — che aggiunse al nome del precursore quello del banditore del Vangelo, san Paolo — si trovò a gestire anche cambiamenti sociali e politici veramente rivoluzionari. Benedetto XVI, nel giorno delle esequie di questo Papa, nell’omelia disse di aver sentito «aleggiare il profumo della sua santità, e il Popolo di Dio ha manifestato in molti modi la sua venerazione per Lui». Il Papa polacco tra l’altro preparò in maniera inedita la via al Signore, gridando ai quattro punti cardinali la gioia di riscoprire le radici cristiane della cultura. Un grido positivo, che giunge particolarmente profetico in un’Europa che avrebbe assistito al dissolvimento del comunismo reale e alla caduta del muro di Berlino, ultimo emblema delle divisioni e delle guerre che avevano per due volte, nel corso del Novecento, dilaniato non solo l’Europa ma buona parte del mondo.
Nel discorso all’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio della cultura (12 gennaio 1990) Giovanni Paolo II disse tra l’altro: «Un messianismo terreno è crollato e sorge nel mondo la sete di una nuova giustizia». Non dimenticava, però, di avvertire che «non mancano nuovi rischi di illusione e di delusione. L’etica laica ha sperimentato i suoi limiti e si scopre impotente dinanzi ai terribili esperimenti che si effettuano su esseri umani considerati come semplici oggetti di laboratorio». Si era allora al preludio di quella che sarebbe diventata la nuova frontiera della bioetica. Nell’omelia della messa celebrata nel santuario di Velehrad il 22 aprile 1990, quasi facendosi precursore dei temi della «nuova evangelizzazione», il Pontefice apriva però i cuori alla speranza: «La notte è passata, è arrivato di nuovo il giorno. Il vostro pellegrinaggio verso la libertà deve continuare. Camminate come figli della luce (cfr. Efesini, 5, 8). Continuate a camminare verso la piena libertà».
I nuovi santi stanno bene insieme anche perché, oltre ad avere realizzato ambedue in grado eroico le tre virtù teologali, le hanno mirabilmente praticate, illustrate, descritte e insegnate a tutto il popolo di Dio, che ancora ne trae giovamento. E tra le tante possibilità offerte dal magistero di Giovanni XXIII bisogna ricordare la sua peculiare «teoria di una fede socialmente impegnata» che propose nell’enciclica sociale Mater et magistra (15 maggio 1961), preludendo alle aperture conciliari di Gaudium et spes.
L’enciclica viene promulgata per mantener viva la fiaccola sociale accesa dai suoi predecessori, primo fra tutti Leone XIII, il Pontefice della dottrina sociale della Chiesa. Bisogna esortare tutti, ripete Papa Roncalli, a non rinchiudere la fede nella sfera privata, bensì a trarre dalla dottrina della fede cristiana «impulso ed orientamento per la soluzione della questione sociale in forma più adeguata ai nostri tempi» (n. 38). Rispetto a teorie emergenti, che in quegli anni teorizzavano una città secolaristica, oppure un progresso sociale e culturale ritenuto possibile anche a prescindere da Dio, Giovanni XXIII ricordava a tutti, in controtendenza fiduciosa: «Si è affermato che nell’era dei trionfi della scienza e della tecnica gli uomini possono costruire la loro civiltà, prescindendo da Dio. La verità invece è che gli stessi progressi scientifico-tecnici pongono problemi umani a dimensioni mondiali che si possono risolvere soltanto nella luce di una sincera ed operosa fede in Dio, principio e fine dell’uomo e del mondo» (n. 194).
Era una spinta educativa e profetica per le famiglie e soprattutto ai genitori che Papa Roncalli chiamava «a una vita di fede e a una profonda fiducia nella divina Provvidenza perché siano pronti ad affrontare fatiche e sacrifici nell’adempimento di una missione tanto nobile e spesso ardua quale è quella di collaborare con Dio nella trasmissione della vita umana e nell’educazione della prole» (n. 182).
In continuità rispetto a un’altra enciclica — l’Aeterni patris con la quale nel 1879 Leone XIII auspicava la rinascita della filosofia cristiana — si mosse poi Giovanni Paolo II con un testo in cui la correlazione, e non più l’antitesi, diviene la via maestra della fede e della ragione che era diventata, rispetto agli anni di Giovanni XXIII, una ragione ancora di più scientifica e tecnologica avanzata. La Fides et ratio (1998) utilizza la metafora delle ali e del volo: i due motori, dati da Dio all’essere umano perché vada verso il vero razionale, il vero scientifico e il vero rivelato: «La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità. È Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso», si legge nell’esordio dell’enciclica. La fede, perciò, non può che apprezzare «l’impegno della ragione per il raggiungimento di obiettivi che rendano l’esistenza personale sempre più degna» (n. 5). Ma allo stesso tempo non può non ricordare alla ragione retta che viene anche il momento di inchinarsi di fronte al mistero.
L'Osservatore Romano,

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Karol Wojtyla e l'allegria della virtù

Secondo l'ex portavoce dell'Opus Dei, Pippo Corigliano, Giovanni Paolo II non fu tanto un "comunicatore" quanto un "testimone della verità" e seppe vivere la sofferenza come fecero Gesù e i santi

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Portavoce per quarant’anni dell’Opus Dei, Pippo Corigliano considera la santità di Giovanni Paolo II molto vicina a quella di San Josemaría Escrivà, fondatore della Prelatura.
Autore di libri come Preferisco il Paradiso e Quando Dio è contento. Il segreto della felicità(Mondadori), Corigliano ha raccontato il suo incontro con il pontefice polacco mettendo in luce alcuni sorprendenti tratti di umanità del futuro santo che, al pari del suo predecessore Giovanni XXIII - con cui domenica prossima condividerà la canonizzazione – ha incarnato una Chiesa straordinariamente vicina agli uomini, senza distinzioni e in tutte le sfaccettature della loro esistenza.
Ingegner Corigliano, domenica prossima saranno canonizzati due papi, uno dei quali è Giovanni XXIII: quale è stata la sua esperienza personale con questo pontefice e che messaggio le ha trasmesso?
Pippo Corigliano: Il ricordo è di un'epoca piena di speranza: Papa Giovanni, Kennedy e Kruscev (che aveva appena sotterrato il mito di Stalin) erano tre icone di una pace ritrovata. Il Concilio prospettava un rinnovamento promettente e lo stile di Papa Giovanni rappresentava una Chiesa che parla al cuore. La Chiesa Cattolica si presentava come una famiglia aperta a tutti.
Venendo a Giovanni Paolo II, ci sono aneddoti o episodi curiosi da Lei vissuti in prima persona che ha il piacere di raccontarci?
Pippo Corigliano: Venivamo da un periodo in cui la Chiesa sembrava devastata e abbandonata, assediata da un mondo aggressivo. Di colpo arrivò il grande campione che diceva agli assedianti, non agli assediati: "Non abbiate paura, spalancate le porte...". Era un ribaltamento: sembrava che si aprisse una nuova fase storica e così era. Allora mi occupavo dell'apostolato con i giovani in Italia e il Papa fu accogliente: ci ricevette, restò con noi, si divertì con noi. Memorabili furono gli incontri nel cortile di San Damaso la domenica di Pasqua, nel pomeriggio. Il Papa dialogava, cantava con noi. Lo vidi ridere alle lacrime davanti ad una scenetta di studenti vestiti da pagliacci, come un nonno con i nipotini in famiglia. Grazie all'amicizia col Prelato dell'Opus Dei, il prossimo Beato Alvaro del Portillo, e al contatto con gli studenti vicini all'Opera  comprese perfettamente lo spirito di santificazione delle realtà quotidiane che San Josemaría Escrivá ci aveva trasmesso.
Giovanni Paolo II fu il papa che beatificò e canonizzò Josemaría Escrivá, il vostro fondatore: quanta sintonia avverte tra papa Wojtyla e il carisma dell'Opus Dei?
Pippo Corigliano: Credo che la sua esperienza di lavoratore in fabbrica e la vocazione relativamente adulta (entrò nel seminario clandestino a 22 anni) lo avesse preparato ad una totale sintonia con il carisma di San Josemaría: si può essere anime di Dio, contemplativi, anche fra i fornelli o in fabbrica. Si può essere fedeli al magistero della Chiesa e amici veri del prossimo, senza rigidezze né cedimenti. C'era una vera affinità elettiva.
Papa Wojtyla è stato testimone di speranza ma ci ha anche insegnato come vi vive cristianamente la sofferenza: in che modo, a suo avviso?
Pippo Corigliano: Che meraviglia un Papa così vicino che t'insegna a vivere e a morire con il petto di cristallo che faceva trasparire un cuore di amico e di padre! Come si vive la sofferenza? Come Gesù, come Wojtyla, come i santi...
Nei suoi libri, Lei si è soffermato sul concetto di felicità cristiana: ritiene che Giovanni Paolo II - che era un uomo notoriamente gioioso - possa essere stato in qualche modo un ispiratore di questi pensieri?
Pippo Corigliano: L'ispiratore è stato san Josemaría: gli incontri con lui finivano con le lacrime agli occhi ma non sapevi se era per quanto avevi riso o ti eri commosso per la sua fede. Il soprannaturale era a portata di mano ed era divertente, cosa che per un napoletano come me era ed è entusiasmante. Con Karol, che fu eletto tre anni dopo la morte del fondatore, ritrovammo di colpo lo stesso stile: avevamo di nuovo un padre gioioso che ci guidava. Era una conferma che la virtù non è né triste né antipatica ma amabilmente allegra.
Lei lavora nel campo della comunicazione da più di 40 anni e papa Wojtyla è stato, oltre che un santo, un grande comunicatore: cosa le ha insegnato in questo senso?
Pippo Corigliano: Credo che la vera comunicazione non sia soltanto una tecnica o una scienza. Comunicare deriva dall'essere. Non credo che Wojtyla si considerasse un comunicatore ma un testimone. Il teatro, come era concepito allora in Polonia, non era un'espressione di soggettività ma una testimonianza, attraverso la parola, della verità e dell'identità polacca in particolare. Il suo essere attore non era un'esibizione di se stesso ma una forte testimonianza. Non gli piacevano le interviste formali: l'unica intervista vera televisiva con la Rai  sfumò e diventò un libro, un gran libro, pieno di contenuti, il primo libro di un Papa: Varcare la soglia della speranza, realizzato con Vittorio Messori.
L. Marcolivio

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LOMBARDI SU SANTITA’ RONCALLI E WOJTYLA:  NEGARLA SIGNIFICHEREBBE… - di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 22 aprile 2014
Nel tardo pomeriggio di martedì  22 aprile padre Federico Lombardi ha incontrato i giornalisti presso la Sala Stampa Estera – La doppia canonizzazione di domenica 27 aprile richiama l’importanza del Vaticano II come tempo fondamentale pure per il cammino della Chiesa dei nostri giorni –Negare la santità di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II? Vorrebbe dire ritenere che sono all’Inferno, cosa veramente molto difficile dopo le indagini accuratissime svolte dalla Chiesa


Quando padre Lombardi viene alla Stampa Estera, è sempre una festa, dato che i giornalisti colà accreditati generalmente  non lesinano domande di ogni genere sull’argomento in discussione (vedi articolo “Stampa estera: padre Lombardi su papa Francesco” del 25 aprile 2013 in questo stesso sito, rubrica “papa Francesco”). E il direttore della Sala Stampa vaticana cerca sempre di rispondere con onestà, amabilità, nei limiti di ciò che sa, condendo spesso il tutto con un pizzico di humour che non guasta mai.
Anche stavolta, parlando della prossima canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, ha dato risposte che hanno lumeggiato meglio l’avvenimento. Sostanzialmente quando ha evidenziato come la canonizzazione avvenga “anche perché ci troviamo nel cinquantesimo del Concilio Vaticano II” e dunque ha una ragione precisa l’universalizzazione del culto verso papa Roncalli che il Concilio ha avviato e papa Wojtyla che al Concilio ha partecipato, cercando poi come Papa di ispirarsi ad esso e di applicarlo nella Chiesa. Insomma “bisogna riportare all’ispirazione conciliare la Chiesa che continua il suo cammino”, essendoci “un’intenzione di rilanciare il Concilio come elemento fondamentale della vita della Chiesa”.
Esordendo, padre Lombardi ha evocato le tappe consuete dei processi di canonizzazione: nel nostro caso è vero che – su legittima decisione di papa Francesco, così richiesto dalla Postulazione e dalla diocesi di Bergamo - è stato risparmiato a Giovanni XXIII il secondo miracolo (necessario normalmente per passare dalla beatificazione alla canonizzazione). Ed è anche vero che – su legittima decisione di Benedetto XVI – sono stati risparmiati a Giovanni Paolo II i cinque anni necessari dopo la morte per avviare il processo e inoltre al papa polacco è stata riservata poi una ‘corsia preferenziale’. Però - ha rilevato padre Lombardi – “l’indagine è stata fatta in modo accurato e approfondito: sono solo i tempi che si sono ridotti”. Quando una persona, Papi compresi, viene dichiarata santa, non è che si intenda con questo sostenere che abbia vissuto una vita perfetta: ha sottolineato il portavoce vaticano che tale persona ha vissuto in modo straordinario (cioè molto più dell’ordinario) le virtù cristiane. Ma, ad esempio, in un Pontificato lungo come quello di papa Wojtyla, è evidente che ci potranno essere stati anche momenti su cui la valutazione può essere differenziata. Del resto sulla stessa canonizzazione dei Papi le opinioni sono diverse: c’è chi non le ritiene opportune (“una volta Andreotti mi ha detto la stessa cosa”). Non necessariamente del resto un grande Papa diventa santo per la Chiesa: sono lì a testimoniarlo esempi come quelli di Benedetto XV e Pio XI  (“Si vede che quest’ultimo non ha ispirato tante devozioni come Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II”).
Ma – abbiamo chiesto - un cattolico, tale restando, può negare la santità di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II? “Per negare la santità, si dovrebbe ritenere che sono all’Inferno”. E questo sembra veramente difficile, considerate anche le indagini accuratissime della Chiesa. E un cattolico – insistiamo - può essere scettico sulla santità dei due Papi? “La Chiesa ha tanti santi… a qualcuno può piacere particolarmente san Francesco, ad altri no… è la bellezza della varietà delle vie per raggiungere la salvezza…. Ognuno può avere simpatia per un santo in particolare, che offre una sua via, diversa da quella offerta dall’altro… Nessuno obbliga il cattolico a dire che gli devono piacere tutti i santi in maniera indifferenziata… sono tante le vie della salvezza”!
Su Giovanni Paolo II poi, rispondendo a una domanda sulla sua ‘mediatizzazione’, padre Lombardi ha rilevato che un Papa deve comunicare per forza, deve annunciare il Vangelo: “Papa Wojtyla diceva le cose che voleva dire, onestamente, con coraggio, non perché dovesse piacere ai media!”