giovedì 31 gennaio 2013

Culture giovanili emergenti 2


Alle ore 11.30 di questa mattina, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, ha avuto luogo la conferenza stampa di presentazione dell’Assemblea Plenaria annuale del Pontificio Consiglio della Cultura, che si svolgerà dal 6 al 9 febbraio sul tema Culture giovanili emergenti. Sono intervenuti il Card. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura; S.E. Mons. Carlos Alberto de Pinho Moreira Azevedo, Delegato del medesimo Pontificio Consiglio; Alessio Antonielli, un giovane di Firenze e Farasoa Mihaja Bemahazaka, studentessa originaria del Madagascar



Testo dell’intervento del cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. Parto da un passo delle Fonti Francescane che ci fa capire quanto Francesco avesse a cuore i giovani e desiderava che i frati, oltre alla credibilità della propria persona, fossero in grado di proferire parole capaci di penetrare il cuore di molti uditori, e soprattutto dei giovani... Devo confessare che da ragazzo invidiavo i giornalai perché avevano a disposizione una gamma così vasta di fogli da leggere senza pagare nulla. Ebbene, tra i tanti indizi possibili di una metamorfosi generazionale ce n’è uno che riguarda proprio il rapporto con la carta stampata e che mi ha colpito già anni fa, quand’ero ancora a Milano, direttore della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana. Il Corriere della Sera patrocinava una grande mostra del Codice Atlantico di Leonardo da noi custodito e quindi ogni mattina lasciava in offerta gratuita una pigna di giornali. Giungevano i visitatori adulti e tutti si affrettavano a prenderne una copia. Giungevano anche gruppi di ragazzi delle medie superiori: ebbene, nessuno di loro si sognava di raccogliere quel quotidiano. A tutti è facile avere una controprova: basta salire al mattino su una metropolitana e verificare quanti studenti abbiano coi libri scolastici un giornale… Tempo fa un mio lettore mi ha scritto: «In un’intervista una volta Lei si è dichiarato culturalmente un eclettico. Ma ci sarà pure un campo di interessi che in questa fase storica considera fondamentale». La risposta è per me facile: la cultura giovanile (e lasciamo perdere le discussioni su questa formula che non vuole essere né censoria né da apartheid). Che sia avvenuto un salto generazionale lo si registra subito a livello di comunicazione. Già in partenza, infatti, mi accorgo che il loro udito è diverso dal mio: mi sono persino esposto all’ascolto di un CD di Amy Winehouse per averne la prova immediata. Eppure in quei testi così lacerati musicalmente e tematicamente emerge una domanda di senso comune a tutti. La loro lingua è diversa dalla mia, e non solo perché usano un decimo del mio vocabolario. I nostri ragazzi sono nativi digitali e la loro comunicazione ha adottato la semplificazione del twitter, la pittografia dei segni grafici del cellulare; al dialogo fatto di contatti diretti visivi, olfattivi e così via hanno sostituito il freddo “chattare” virtuale attraverso lo schermo. La logica informatica binaria del save o delete regola anche la loro morale che è sbrigativa: l’emozione immediata domina la volontà, l’impressione determina la regola, l’individualismo pragmatico è condizionato solo da eventuali mode di massa (si pensi al tatuaggio, alla movida notturna, alle gang, ai giochi estremi, all’estetica del “trasandato”, del trash e del graffito…). Il loro passeggiare per le strade con l’orecchio otturato dalla cuffia delle loro musiche segnala che sono “sconnessi” dall’insopportabile complessità sociale, politica, religiosa che abbiamo creato noi adulti. In un certo senso calano una visiera per autoescludersi anche perché noi li abbiamo esclusi con la nostra corruzione e incoerenza, col precariato, la disoccupazione, la marginalità. E qui dovrebbe affiorare un esame di coscienza nei genitori, nei maestri, nei preti, nella classe dirigente. La “diversità” dei giovani, infatti, non è solo negativa ma contiene semi sorprendenti di fecondità e autenticità. Pensiamo alla scelta per il volontariato da parte di un largo orizzonte di giovani, pensiamo alla loro passione per la musica, per lo sport, per l’amicizia, che è un modo per dirci che l’uomo non vive di solo pane; pensiamo alla loro originale spiritualità, sincerità, libertà nascosta sotto una coltre di apparente indifferenza. Per questi e tanti altri motivi mi interesso dei giovani che sono il presente (e non solo il futuro) dell’umanità; dei cinque miliardi di persone che vivono nei paesi in via di sviluppo più della metà sono minori di 25 anni (l’85% dei giovani di tutto il mondo). Ed è per questo che, abbandonando le pur necessarie analisi oggettive socio-psicologiche sulla fede nei giovani, ossia sul senso della presenza religiosa in essi, preferirei puntare sulla fede nei giovani, cioè sulla fiducia nelle loro potenzialità, pur sepolte sotto quelle differenze che a prima vista mi impressionano. «Tutti – scriveva Henri Duvernois – dobbiamo avere una gioventù; poco importa l’età nella quale si decide di essere giovani”.

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INTERVENTO DI ALESSIO ANTONIELLI

Innanzitutto grazie al Cardinal Ravasi e agli amici del Pontificio Consiglio per la Cultura e a voi tutti per questa opportunità che mi avete dato e che offrite ai giovani di poter parlare in questa sede importante. La sento come una grande responsabilità che mi viene affidata. Quando mi è stato chiesto di partecipare a questo tavolo mi sono subito domandato cosa potessi volere io, in qualità giovane, dalla Chiesa. Volendo essere onesto con me stesso e con i miei coetanei ho pensato che i giovani, o buona parte di essi, probabilmente non vogliono niente dalla Chiesa, ma chiedono qualcosa alla vita, sta poi alla Chiesa intercettare le esigenze dei giovani, i bisogni esistenziali più profondi, cercando di tradurre il proprio messaggio per renderlo comprensibile alle nuove generazioni e divulgandolo attraverso le piazze multimediali con una massiccia presenza.
Nei prossimi giorni il Pontificio Consiglio con i suoi membri discuterà della Fede nei giovani, o meglio nelle culture giovanili, al plurale. Già questa mi è sembrata una scelta saggia dove i giovani non sono bollati o etichettati come tali e quindi messi tutti dentro un grande calderone.
E non avrò di certo io la pretesa di parlare a nome di tutti, in particolare di ragazzi che si trovano a migliaia di chilometri da dove sono sempre vissuto, con una cultura, esigenze, esperienze totalmente differenti dalle mie. Penso ad esempio ai ragazzi che sono in Africa, nei paesi in via di sviluppo, o in Asia dove vivono in metropoli con decine di milioni di abitanti. Tuttavia, se questo mi allontana da loro, sono certo che una cosa ci unisce tutti e lega ogni cultura ed ogni generazione: è la domanda fondamentale sull’esistenza.
Tutti quanti ci troviamo o ci siamo trovati a tu per tu con la vita e con la morte. L’ "essere per la morte", per utilizzare un’espressione di un filosofo a me caro come Martin Heidegger, è un orizzonte imprescindibile della nostra esistenza, è un esistenziale, e prima o poi tutti ci facciamo i conti. A questo problema la Chiesa da una risposta da duemila anni.
Cosa è cambiato? Sicuramente in occidente è cambiato il rapporto che abbiamo con il mondo, è subentrata la tecnica e, in particolare nel mondo dei giovani, è entrata la tecnologia, la smartTV in 3D, internet, gli smartphone, il peer to peer, la realtà aumentata, i navigatori, la Wi-Fi, Bluetooth, i social network ecc… Si sta vivendo il momento più frenetico che l’umanità abbia mai conosciuto. Siamo in quello scenario che i futuristi avevano solo ipotizzato. Miliardi di informazioni raggiungono costantemente ogni individuo in qualunque parte del mondo si trovi. Ogni ragazzo ha a disposizione in uno schermo di 4 pollici la più grande enciclopedia mai realizzata. Parlare e vedere un amico che si trova dall’altra parte del mondo, mentre si cerca il nome di un film su internet e si commenta insieme la foto di un altro, è diventato tanto facile quanto gratuito. Siamo diventati si direbbe oggi multitasking. In un mondo come questo le immagini passano in un flusso costante di fronte agli occhi di chi vuole o non vuole vederle. La velocità e il "PRESSAPPOCHISMO" sono diventate la cifra fondamentale della cultura che ci circonda.
In uno scenario del genere, che ruolo ha la Chiesa? Nella società liquida, nel fiume in piena di informazioni che arrivano, o la chiesa impara a nuotare oppure affoga.
Chiunque e in particolare i giovani che vivono da nativi questo "ecosistema digitale" - seppur immersi in un habitat - non sono esenti dalla domanda fondamentale sull’esistenza: sono probabilmente solo più distratti, più INDIFFERENTI a quelle che sono le questioni che la Chiesa pone. E proprio l’INDIFFERENZA credo sia il problema più cogente che oggi ha la Chiesa, spostare lo sguardo dal fugace, dall’effimero a ciò che è sostanziale e fondamentale per l’uomo. Il Cardinal Gianfranco Ravasi ed il Pontificio Consiglio per la Cultura con il Cortile dei Gentili stanno facendo sicuramente un ottimo lavoro da questo punto di vista e so che hanno intrapreso e stanno battendo proprio questa strada, come hanno poi sottolineato, oramai due anni fa, a Bologna all’apertura del ciclo di decine di conferenze che si sono succedute in tutto il mondo in questi anni. Sicuramente questa è una strada da percorrere, ma non basta. Per poter combattere l’indifferenza c’è bisogno di INTERCETTARE le esigenze che i giovani hanno. Come si diceva pocanzi ognuno, nella propria vita, ha bisogno di fermarsi un attimo, di riflettere sul senso delle proprie azioni per non arrivare in apnea fino all’altro bordo della vasca senza mai tirare fuori la testa dall’acqua. In questi momenti, essenziali e inevitabili della vita dell’uomo, i ragazzi si orientano. Io, ad esempio, ho scelto dopo un anno di architettura di studiare filosofia per il bisogno esistenziale di risposte a domande di senso che, probabilmente, non ho trovato. Mio padre mi avvertiva, anche lui incauto studente di filosofia, che non avrei trovato risposte ma solo altre domande. Forse è vero, è quello che è successo, ma questa è la nostra natura, la natura dell’uomo. Quello che voglio dirvi è questo: io in quel momento non sono stato intercettato dal messaggio della Chiesa.
E per quale motivo? Io credo che il linguaggio della Chiesa debba essere da un lato moltiplicato esponenzialmente, dall’altro debba essere TRADOTTO. E se è vero che il modo e il mezzo con cui una cosa viene detta ne cambia il contenuto, mai come adesso c’è bisogno di mettere mano al vocabolario.
Non dovete fare l’errore di stare su twitter per scrivere in 140 caratteri solo per il fatto che i giovani lo fanno, perché Cristo: "ama il tuo prossimo come te stesso", lo avrebbe scritto in molti meno caratteri e lo ha detto più di duemila anni fa. Quello che penso dobbiate fare è di usare questi 140 caratteri per fare quello che avete sempre fatto, per moltiplicare questo messaggio in milioni di modi diversi, per essere presenti, per comunicare in modo massiccio il messaggio della Chiesa; una cosa, tra l’altro, che vi è sempre riuscita: non a caso la bibbia è il libro più venduto al mondo. Fino a 50 anni fa la Chiesa era presente in modo considerevole nella comunità e quindi tra i giovani. La socialità si sviluppava intorno alla chiesa, la parrocchia era ancora la parà oikìa - dove appunto la vita della comunità si svolgeva per buona parte intorno alla casa del Signore - c’erano le feste paesane, l’azione cattolica, si andava in colonia con il prete, c’era il cineforum, il catechismo e le chiese si trovavano tutte nella piazza principale dove potevano far sentire il suono delle campane. Oggi il luogo della presenza, la piazza, si è spostato.
Si dice sempre che c’è bisogno di qualità e non di quantità, questo forse una volta, oggi invece è necessaria la QUANTITÀ, di qualità la Chiesa è piena, sono duemila anni che ragiona sempre sulle stesse cose… Sono stati scritti migliaia e migliaia di libri, il problema è che nessuno li legge. Se oggi non si è presenti in certi canali è come se non si esistesse. Se è vero che il cervello è una spugna che assorbe impulsi e informazioni e, di questi centinaia di migliaia che oggi ci vengono proposti la religione ne occupa solo una minima parte, anche se portatrice di un importante messaggio non verrà ascoltata, la parola rimarrà muta.
Ancora più urgente credo sia tradurre questo messaggio, attraverso la coerenza, mediante la testimonianza di vita, con un ragionamento razionale che possa arrivare alle persone in modo semplice e veloce da una parte, profondo e COMPRENSIBILE dall’altra. Io per cercare di rendermi intellegibili alcuni dei principi fondamentali della Chiesa mi sono dovuto leggere sant’Agostino e san Tommaso, leggere Platone e Aristotele, Hegel e Gadamer… ma quanti come me lo faranno? L’indifferenza come abbiamo detto sta alla base del problema se non si vuole arrivare a toccare l’altro lato della vasca in un sol fiato. Dall’altra, la TRADUZIONE diventa un momento imprescindibile, complementare, se si vuole intercettare le esigenze dei giovani. Io, come tanti miei amici e coetanei, se non vado a messa tutte le domeniche è perché il "predicozzo" del prete non mi dice niente, non mi si addice, non parla il mio linguaggio.
Un’etichetta che non mi è mai piaciuta è quella di "credente o non credente", come diceva Norberto Bobbio: "la differenza rilevante per me non passa tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti". E lavorando con i francescani mi sono imbattuto diverse volte in chi me lo chiedeva. In quei momenti ti sembra quasi di stare allo stadio: per chi tifi? Credo che una domanda così profonda abbia bisogno di una risposta altrettanto complessa se viene posta veramente, tanto complessa quanto lo è la vita. Gli ermeneuti, nel Novecento, avevano questo modo di scrivere trattando di argomenti fondamentali, parlavano e riparlavano per pagine e pagine sempre della stessa cosa, girando intorno al problema, con continue definizioni che mettevano sistematicamente di nuovo in discussione, percorrendo ogni volta strade diverse e allargando di volta in volta l’orizzonte e la consapevolezza che si poteva avere del problema. Quando approdai al Sacro Convento e iniziai a lavorare alla comunicazione dei francescani nessuno, e sottolineo nessuno, mi chiese se fossi credente o non credente. Sono sicuro che mi posi prima io il problema che loro. Avevo più pregiudizi io su me stesso che i frati. Solo dopo un po’ di tempo ho capito che il fatto di venire da un mondo laico che si pone delle domande e pone delle questioni alla Chiesa, avrebbe solo potuto arricchire il punto di vista della loro comunicazione, andando a creare quell’osmosi che intercettava le esigenze di coloro che sono fuori dai soliti canali ai quali finora si erano rivolti.
Il mio compito è stato quello di provare ad esprimere le esigenze dettate dal mondo in cui una generazione come la mia sta crescendo, quella dei nativi digitali. Quando avevo 8 anni mia madre mi comprò uno dei primi computer e una delle prime consolle e, a 15 anni, avevo già internet a casa, da allora sono passati quasi 15 anni e in questi 15 anni è cambiato il mondo in modo incredibilmente veloce. Con questo non voglio dire che quello che è stato fatto debba esser accantonato, ma sicuramente ripensato e integrato nel loro naturale sviluppo.
La Chiesa oggi rischia sicuramente di incidere poco perché i giovani non si fanno più le domande, ma vogliono comunque le risposte in un click. Non so quale sia la soluzione, questa dovete trovarla voi, questo è lo scopo della plenaria… In bocca al lupo…

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INTERVENTO DI FARASOA MIHAJA BEMAHAZAKA

Forme di partecipazione, creatività e volontariato

Sono Fara Bemahazaka, vengo dal Madagascar e sono studentessa presso la Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Firenze.
La popolazione del mio Paese è composta in prevalenza da giovani, i quali non riescono a trovare facilmente la loro identità e ad essere protagonisti della propria vita e di quella del Paese.
L’Africa, anche se in questo momento è ferita e divisa, avrebbe tanto da dare al mondo: una forte accoglienza, l’apertura al trascendente che accomuna le varie culture del Continente, il desiderio di appartenenza ad un gruppo attivo pronto a servire e non ad essere servito.
Come tanti giovani vorrei realizzare qualcosa di grande nella mia vita. In particolare, desidero tradurre la spiritualità ed i valori della Fede cristiana in azioni per il bene della mia gente, pronta ad offrire la mia vita per salvare altri giovani che si stanno perdendo.
La frequentazione del Centro Studenti Diocesano Internazionale "Giorgio La Pira", dove ho svolto un anno di servizio civile volontario, mi ha permesso di incontrare giovani studenti di diversi Paesi e culture, molti dei quali segnati dal peso dell’emigrazione forzata. Ho capito che l’Accoglienza, espressione della cultura africana, è anche tratto tipico dell’umanità.
Come studentessa, insieme ad altri giovani africani, mi sono sentita spinta a unire le forze migliori dell’Africa. Per questo abbiamo promosso l’Associazione degli Studenti Africani a Firenze, andando oltre le divisioni tribali o nazionali, facendo emergere la bellezza e l’unità culturale africana. Il nostro impegno di partecipazione alla vita studentesca è per noi una esperienza di volontariato, di dono gratuito.
Noi giovani non possiamo impegnarci per portare solo dei rimedi provvisori, ma per riuscire a risolvere i problemi possibilmente alla radice. Bisogna entrare nel vivo della società, pronti ad intervenire là dove si manifestano le sofferenze più acute.
Con i "Giovani per un Mondo Unito" di tutto il mondo mi sforzo di realizzare progetti di fraternità e mi impegno a dare visibilità al Bene che avanza: ci aspettiamo che il mondo si convinca che è chiamato all’unità, come Gesù ha annunciato.