venerdì 6 aprile 2012

Il sole di Pasqua illumina il Paese del sol levante



Cristiani in Giappone

Riporto di seguito questo testo di don Antonello Japicca, missionario in Giappone

Gesù è il sole apparso all’orizzonte dell’umanità per illuminare l’esistenza personale di ognuno di noi e per guidarci tutti insieme verso la meta del nostro pellegrinaggio, verso la terra della libertà e della pace, in cui vivremo per sempre in piena comunione con Dio e tra di noi.
Benedetto XVI, Angelus del 6 gennaio 2012

I primi raggi sono per loro, i milioni di volti inconfondibili che abitano l'avamposto orientale del pianeta. Levandosi ogni mattina, il sole incontra prima di ogni altri gli sguardi giapponesi, e deve essere un po' come accade al marito con sua moglie al suono della sveglia, o viceversa: molto della nuova giornata dipenderà da quello sguardo mattutino... Te lo porti appresso e riverbera nel tuo, che piaccia o no. Così il sole, ogni mattina raccoglie i volti giapponesi, ed ogni raggio posato poi sul resto del globo, ne seminerà un riflesso. Il sole, una circonferenza colma di rosso vivo, orgoglioso, unico protagonista nel cuore della bandiera giapponese. Il Paese del sol levante, occhi puntati a oriente del proprio oriente, in perenne attesa: il Giappone, profezia d'ogni altro popolo, d'ogni altro cuore puntato sul buio della notte, nella speranza di scorgere un raggio capace di fendere quella coltre di angoscia.
Lo attendono da sempre, giorno dopo giorno, in quell'estremo confine posto alle acque dell'oceano. Attendono il sole, che è luce, gioia e vita. Il sole che è uno dei nomi dell'unico Salvatore; non lo sanno i milioni di giapponesi destati dal primo sole della terra che, attraverso i suoi raggi benefici, è il Sole di giustizia ad infondere forza e vita ad ogni loro mattino. Non sanno e attendono, troppo spesso dimentichi della speranza, nel sole, la luce capace di illuminare di senso la vita. Attendono la felicità, come ogni altro uomo. Si industriano, più degli altri, a dare dimensioni e spazi a questo bisogno che, per storia, cultura e religione, si è vestito di efficienza e ordine. Ma il puzzle dell’esistenza, anche se completato, non sazia il cuore. Misura, ordine ed efficienza sono tamponi adagiati sulla ferita, non guariscono. Lo spettacolo offerto dal Giappone nei giorni successivi il terremoto e lo tsunami devastanti dello scorso anno è la cifra di questo popolo: non vi è catastrofe dalla quale esso non si sia rialzato, con impegno e diligenza quasi sovraumane. Si leva il Giappone, come il sole, ogni mattina, e ricomincia da dove aveva lasciato il giorno precedente. Il buddismo ha solcato il cammino dei mille ritorni, un cerchio che trascina cose e persone, come i tifoni che investono senza pietà le isole senza numero, e distruggono, lasciando macerie dove ricostruire. E si ricostruiscono case, scuole e fabbriche, si dissodano ancora le povere terre per tornarvi a seminare, ma quel che è distrutto, laggiù, nel cuore, non c’è nessuno per sanarlo. Ordine all’esterno, spesso al prezzo di vite e famiglie, ma all’interno, ciascun giapponese è come ogni altro uomo che non ha conosciuto Cristo, profondamente solo.
Il cuore ferito dei giapponesi, lo conosciamo bene, le famiglie missionarie e i presbiteri che, negli ultimi venti anni, siamo stati inviati ad annunciare il vangelo in Giappone, dal Beato Giovanni Paolo II prima e da Benedetto XVI poi. Il loro dolore bussa, simulato all’interesse, alla porta delle nostre case; lo incontrano i figli tra i banchi di scuola; lo scopriamo negli uffici e nelle botteghe dove lavoriamo. E’ un dolore antico, come una incrostazione di millenni che serra il cuore. Si è fatto rassegnazione, facendo difficile la missione. Occorre il bisturi per inoltrarsi tra i sedimenti di abitudini che, come coaguli raggrumati a difesa della consolante routine, ostruiscono la via alla verità dell’intimo. La sofferenza trova sempre un ripostiglio dove nascondersi; percuote il petto ma, alla lunga, resta soffocata dalla forma che riordina lacrime e sentimenti nello spazio e nel tempo ad essi concessi. Ma il dolore è brace viva sotto la cenere dell’apparenza. A volte è così forte da riprendersi, prepotentemente, i più deboli, ragazzi o anziani, per gettarli tra le braccia del demone suicida.
Ma il Sole sorge, ogni giorno, quello vero, lo sfolgorante sole di Pasqua: il Signore è risorto anche per questo popolo, che assomiglia così tanto alle mirofore che si recarono di buon mattino, al levar del sole, alla tomba del Maestro. Sì, come loro, i giapponesi si alzano per infilarsi nel giorno che li attende, prima di ogni altro popolo, ed è come andare ad imbalsamare la speranza. Tutto preparato, tutto previsto, ma l’imprevedibile è sempre possibile! Gli angeli sulla soglia della loro vita, gli apostoli del Signore risorto, li attendono, li cercano, li amano. Sono loro i raggi del Sole che ha distrutto la morte e il peccato, raggi di pace inviati a chiunque abbia smarrito la pace narcotizzandola nello “shikataganai”, espressione ripetuta come un mantra dai giapponesi, un sinistro “non c’è niente da fare” cui appendere speranze e progetti andati in frantumi. Ogni giorno i figli delle famiglie in missione in Giappone si stendono come raggi di fuoco a bruciare la rassegnazione, incarnando l’impossibile che si fa possibile. Tre, cinque, nove fratelli, che vivono di pura provvidenza, una buona notizia la loro vita che ogni giorno è un miracolo dell’amore di Dio. E la pace e la felicità nascostamente sperate dai loro compagni, impresse in quei volti stranieri, spesso impauriti come i loro, ma diversi, come un dono imprevisto deposto proprio sull’uscio della loro infanzia e gioventù. Raggi di vita tra i banchi di scuole che hanno visto bambini e giovani stritolati nelle regole e negli obiettivi da raggiungere a qualunque costo. Raggi di amore disegnati nella vita dei loro genitori, partiti senza denaro né bisaccia, e ormai da tanti anni incarnati nella terra giapponese: hanno lasciato tutto, famiglia, amici, lavoro per fare dei giapponesi del loro quartiere la loro nuova famiglia, i loro nuovi amici. Sono seminati tra i grattacieli di Tokyo e di altre metropoli, così come nell’estrema periferia del Paese, tra i campi di riso di paesi dimenticati. Vivono lì, cristianamente, con i loro presbiteri e con gli altri cristiani giapponesi. Si levano ogni mattina come il sole, con il Sole che li ha spinti ad offrire la propria vita per questo popolo. Ogni giorno la loro vita riflette la Lumen Gentium, tra debolezze, crisi paure e sofferenze immerse nella vittoria di Cristo; come la Chiesa di Gerusalemme duemila anni fa, come le piccole comunità disperse nell’Impero Romano, come la Chiesa tra i gentili di ogni generazione, i raggi luminosi di una vita celeste tra le lacrime di questa valle terrena, illuminano e chiamano alla fede. Interrogano, inquietano, e così, ogni giorno, nella semplicità di una vita normalissima e fragile di precarietà, sono come il bisturi tra le mani del Padre, perché il suo amore si faccia strada tra l’indifferenza e la rassegnazione.
E il bisturi a volte affonda, e scopre il cuore ferito, e l’amore più forte della morte raggiunge quella morte. Ne siamo testimoni stupiti. Ragazzi sul ciglio della storia, dimenticati dentro alle loro depressioni, assopiti negli psicofarmaci con cui lo Stato ha risolto il problema. Uno di loro ha bussato alla porta della Chiesa qualche anno fa; non sapeva a chi rivolgersi, ha cercato laddove aveva intravisto speranza, l’unica che il suo cuore aveva intuito affidabile. Abbiamo parlato e subito ha cominciato un cammino di conversione con altri che, come lui, cercavano luce ai propri passi. Giovani dispersi, ormai lontani dai radar dell’efficienza e dell’ordine della società. Giovani e adulti con le vite distrutte nell’alcool, presi dal laccio dell’adulterio, schiacciati come sardine nell’ingranaggio del lavoro. Ragazze sulla soglia dell’aborto, fragili, con il mondo che cadeva loro addosso. Genitori che avevano perduto un figlio tragicamente, giovani spose tremanti impaurite di fronte ad un cancro che troppo presto le aveva aggredite. Gentili, giapponesi, come gli altri centoventi milioni che non hanno mai conosciuto il Signore. Pochi, deboli, fragili, hanno incontrato il granello di senapa seminato nella loro vita. Ne hanno intercettato la gratuità in un amore che supera le barriere della cultura e della razza; hanno gustato la fragranza della misericordia infinita di Dio che riluceva nella vita di quegli amici, conoscenti, compagni di scuola e di lavoro cristiani. E hanno compreso che volevano vivere come loro, perché quella era la vita che reclamavano il loro cuore e la loro mente, normalissima e ferita come la loro, ma splendente di una luce di pace, gioia e amore che non avevano mai conosciuto.
La Buona notizia del Vangelo annunciata con la stoltezza della predicazione e resa credibile dalla vita dei suoi apostoli, ha aperto per loro un cammino di conversione, un catecumenato che li ha presi per mano per condurli alle acque della vita. Improvvisamente, come per l’infinita teoria di gentili catturati dalla Chiesa lungo duemila anni, come ha sperimentato San Francesco Saverio primo evangelizzatore del Giappone, l’annuncio del Vangelo fatto vita nella piccola comunità cristiana, ha acceso il desiderio della stessa vita, della medesima comunione, di quella fede, e speranza e carità che anima i cristiani. E così, nelle metropoli e nei villaggi, è riapparso in Giappone il catecumenato, la gestazione alla fede adulta che ha caratterizzato la prassi della Chiesa durante i primi secoli della sua storia. Con molto amore e molta pazienza, come solo una Madre premurosa sa fare, la Chiesa ha accolto i gemiti e i desideri dei piccoli che hanno bussato alle sue porte. A poco a poco, nelle chiese come nelle case, li abbiamo iniziati alla Sacra Scrittura, all’ascolto fedele della Parola di Dio che ha cominciato ad illuminare gli eventi della loro vita. Siamo testimoni del potere infinito che ha la Parola Di Dio proclamata e annunciata nella Chiesa. Essa penetra realmente fino alle giunture più recesse dell’anima, illumina e muove i passi dei catecumeni in una vita nuova. Senza moralismi, con misericordia, la Chiesa ha così potuto curare a poco a poco le ferite più profonde: la comunione che Dio ha donato dal Cielo a queste piccole comunità ha irrorato di fede e speranza sempre più credibili la carità che appariva tra quei fratelli che venivano dalle esperienze più diverse. Lo stesso Spirito sigillava la stessa predicazione e la stessa Parola, attraverso liturgie nelle quali la quotidianità veniva trasfigurata nella Verità che dà senso a tutto ciò che si vive. E i gentili raccolti dagli apostoli ai crocicchi delle strade giapponesi hanno cominciato a cambiar vita! La libertà ha preso il posto della schiavitù: quel giovane che aveva bussato alla nostra porta, è ora un uomo libero, ha preso a lavorare, sta imparando ad accettare la sua debolezza psicologica ed è per lui un segno da mostrare a tutti, la Croce nella quale ha incontrato il suo Signore. E quanti impiegati hanno avuto il coraggio di mettere in secondo piano il lavoro per ritornare a casa e occuparsi dei propri figli! O hanno cambiato lavoro, quando questo non era adatto a un discepolo di Cristo; ricordo di un anziano scultore che viveva scolpendo statue buddiste.
Durante il catecumenato, a una tappa precisa dove ha potuto scrutare la propria vita, ha deciso di abbandonare quella fonte di sussistenza, si è messo a far statue cristiane, perdendo prestigio nel mondo e denari, ma acquistando gioia e libertà. Quante riconciliazioni tra parenti e colleghi, impensabili in un paese dove l’etichetta è colonna portante della società e i ruoli sono decisi e inamovibili. Quanti anziani han preso su e sono andati a cercare un vecchio nemico per chiedergli perdono, calpestando quell’onore nel cui idolatria sono stati educati. Quante case aperte per accogliere i fratelli e non solo, proprio in Giappone dove quando ti invitano a cena ti portano al ristorante per la vergogna di mostrare case troppo piccole. Quanti giovani hanno scoperto la bellezza della comunità cristiana, una nuova e piena amicizia, la possibilità di vivere fidanzamenti santi e casti, e hanno lasciato le innumerevoli attività parascolastiche che li tenevano impegnati sino alla notte inghiottendo le loro vite separandole dalla famiglia. Quanti figli hanno rinunciato a lasciare i propri genitori negli ospizi a causa del lavoro, rinunciando a carriere e denaro. Quante coppie hanno imparato dall’amore di Cristo ad amarsi in Lui, ad aprirsi alla vita e vedere così vinto l’egoismo e dare alla luce il terzo, il quarto, il settimo figlio? E’ un miracolo che contempliamo grati e stupiti sperimentare l’autenticità profetica dell’Enciclica Humanae Vitae di Paolo VI, qui, in questa terra pagana che a percentuali di nuovi nati se la batte con l’Italia per vincere la maglia nera, dove la Chiesa è un’impercettibile minoranza, dove tutto congiura contro le coppie che desiderano aver figli. Emoziona vedere come, attraverso il neocatecumenato che Dio ha donato alla Chiesa di questi tempi, in quest’angolo sperduto di mondo, dove tutto è organizzato e ottimizzato, dove si regola anche l’inclinazione da fare negli inchini di saluto, saltare la regolazione delle nascite che fagocita il mondo e lo strangola nelle crisi economiche sue figlie.
I piccoli, i cuori feriti dalla storia passata lontana da Cristo, ritornano in vita, ed è la vita nuova di Cristo e dei cristiani. La vediamo, bella, splendente come il sole. E’ Pasqua, è la notte nella quale la Chiesa consegna alla luce della vita immortale i suoi figli. La notte che ha distrutto le tenebre e nella quale Cristo risorge vittorioso. Anche in Giappone, anche quest’anno. Con Lui risorgono tanti giapponesi che, sui sentieri delle loro storie, hanno incontrato il Sole levato dalla morte per destarli alla libertà dei figli di Dio, che non temono precarietà e terremoti, debolezze e tsunami, perché hanno visto vivo nella Chiesa e in loro stessi il Signore crocifisso. Anche loro erano appesi ad un legno che inchiodava la speranza; anche loro, come le mirofore, si erano recati ogni mattina a cercare di imbalsamare la propria vita. Anche loro hanno visto gli angeli, le bende e il sudario; hanno visto e hanno cominciato a camminare sino a credere che il Signore era risorto davvero e li attendeva in Galilea. Sono pronte le acque del battesimo, possono rinascere, rivestirsi della vita immortale, essere unti dello Spirito che vince ogni timore, possono gettarsi sulle strade della loro Galilea, i luoghi della loro esistenza, come raggi del Sole che li ha illuminati e trasformati, primizie per ogni altro giapponese.