martedì 17 ottobre 2017

“Restituite a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”



BGL art collective, Artistique Feeling II, macchinario lancia banconote, 2008, Musée national des beaux-arts du Canada, Ottawa.
22 ottobre 2017
XXIX domenica del tempo Ordinario
di ENZO BIANCHI

Mt  22,15-21

In quel tempo 15 i farisei consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. 16 Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. 17 Dunque, di' a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». 18 Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? 19 Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. 20 Egli domandò loro: «Questa immagine e l'iscrizione, di chi sono?». 21 Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Negli ultimi giorni prima di essere catturato e subire la morte vergognosa di croce, a Gerusalemme Gesù si è scontrato con quelli che sarebbero stati i suoi accusatori durante il processo. Alcune di queste controversie sono testimoniate dal vangelo secondo Matteo, in dipendenza da Marco: la controversia con i farisei e gli erodiani circa il tributo a Cesare (cf. Mt 22,15-22), la controversia con i sadducei sulla resurrezione dei morti (cf. Mt 22,23-33), le controversie con i farisei sul comandamento più grande e sulla signoria del Messia rispetto a David (cf. Mt 22,34-46), e infine un attacco preciso di Gesù nei confronti di questi suoi avversari, che si estende su un intero capitolo (cf. Mt 23).
Oggi la liturgia ci propone il racconto della prima controversia, quella sul pagamento del tributo a Cesare. Non si dimentichi però che Gesù si era già trovato in precedenza di fronte a un problema analogo. Al capitolo 17 (vv. 24-27) – testo purtroppo tralasciato dal lezionario domenicale nonostante sia presente solo in Matteo – si narra che a Cafarnao si avvicinano a Pietro gli esattori della tassa per il tempio e gli chiedono: “Il vostro maestro non paga la tassa?”. Pietro risponde: “Sì!”, perché Gesù non si sottraeva ai precetti della Torah che comandavano questo tributo (cf. Es 30,11-16). Poi, all’entrare in casa, Gesù interroga Pietro: “Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi?”. E Pietro risponde: “Dai sudditi, non dai familiari”. Allora Gesù replica: “Di conseguenza, i figli sono esenti. Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala loro per me e per te”.
È un testo importante, perché ci rivela innanzitutto che Gesù, essendo il Figlio, ed essendo i discepoli suoi fratelli, quindi anch’essi figli di Dio, non devono pagare tributi a intermediari tra Dio e loro; testimonia inoltre che Gesù non vuole mai scandalizzare, mettere inciampi, dunque compie ciò che non è male e che può essere fatto guardando al bene dell’altro. Questo racconto ci testimonia in ogni caso l’obbedienza alla Legge da parte di Gesù: egli non è un ribelle, non è un contestatore della Legge, e solo quando questa viene pervertita dagli esseri umani, sconfessando così l’intenzione del Legislatore, il Signore, e rendendo l’umanità schiava dei precetti, allora può essere fatta cadere e non obbedita. Insomma, anche qui valgono le parole di Gesù: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!” (Mc 2,27).
Gesù paga i tributi, come Pietro aveva detto a quegli esattori. Ma qui farisei ed erodiani vogliono far cadere Gesù in un tranello, complottando contro di lui. D’altronde i partigiani di Erode, il re della Giudea posto al potere dei romani, dunque collaborazionisti con l’impero, chiedevano che i giudei pagassero le tasse a Cesare, a differenza dei farisei che su tale questione avevano un atteggiamento variegato al loro interno. Alcuni erano intransigenti e, se anche non partecipavano alla lotta armata degli zeloti, pensavano che almeno non si dovessero versare tributi all’autorità occupante e idolatrica. Altri, invece, ammettevano come male minore il sistema erariale imposto. In questo caso, seppur partendo da posizioni antitetiche, capi dei farisei ed erodiani trovano un accordo contro Gesù e inviano dei farisei anonimi a interrogarlo.
Costoro tessono un elogio di Gesù: riconoscono la sua capacità di dire la verità in ogni situazione, la sua coerenza tra ciò che dice e ciò che fa, il suo non avere uno sguardo partigiano o pauroso, il suo parlare senza tenere conto dell’aspetto di alcuno. Ma ecco, dopo questa captatio benevolentiae, il tentativo di farlo cadere: “Maestro, è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”. Se Gesù rispondesse negativamente, allora mostrerebbe di essere un contestatore dell’imperatore, un nemico di Roma; se, al contrario, rispondesse affermativamente, potrebbe essere collocato tra i collaborazionisti dell’impero, odiati dalla gente semplice. Ma Gesù, anziché rispondere direttamente, spiazza i suoi interlocutori: prima svela la loro malizia e ipocrisia, chiedendo per quale motivo vogliono tentarlo, poi chiede loro di mostrargli una moneta e li interroga sull’effigie stampata su di essa e sull’iscrizione. Costoro rispondono ovviamente che l’immagine e l’iscrizione sono di Cesare, allora Gesù pronuncia la famosa parola: “Restituite (verbo apodídomi) dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”.
Frase lapidaria, che ha solcato i secoli e che viene spesso invocata quando sorgono tensioni tra ciò che si deve a Dio e gli obblighi verso i poteri di questo mondo. In verità, questa parola di Gesù va innanzitutto compresa in profondità e letta in primo luogo nella situazione concreta di Gesù stesso, non applicata in modo letterale all’oggi. Come non ricordare, invece, l’abuso che i cristiani hanno fatto di questo detto? È su questa parola di Gesù che è stata elaborata in occidente la “teoria delle due spade”, secondo la quale la chiesa, che detiene il potere di Dio, pur rispettando Cesare esercita una giurisdizione superiore sui poteri di questo mondo, i quali devono esserle sottomessi: è la teocrazia medievale, secondo cui la chiesa detiene il potere assoluto e il re un potere subalterno. Quanto all’oriente, si ricordi la posizione simmetrica e contraria, il cosiddetto cesaropapismo, che considera l’imperatore, il basileús, come vescovo dei vescovi e capo supremo della chiesa sulla terra.
Ora, il detto di Gesù non allude affatto a queste o simili posizioni, e quando in epoca moderna la separazione tra chiesa e stato è diventata effettiva nella società, o per imposizione dello stato o per negoziazione (i concordati), in verità il problema non è stato risolto: il potere mondano a volte vuole confinare la chiesa nello spazio del privato; altre volte la chiesa vuole diffondere la religione civile che conviene allo stato, ricevendo in cambio da esso protezione e favori. La celebre parola di Gesù va dunque sempre ricompresa a partire da alcune semplici verità. Dicendo: “Restituite a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”, Gesù si tiene lontano da una politicizzazione di Dio così come da una sacralizzazione del potere politico. Cesare non è né Dio né divino, come invece indicava l’iscrizione sulla moneta: “Tiberio Cesare figlio del divino Augusto, Augusto”; nello stesso tempo, Dio non può prendere il posto di Cesare attraverso l’istituzione religiosa. Saremmo di fronte a due forme di idolatria che sconfessano l’autentica signoria di Dio, offendendola o pervertendola. Cesare non può pretendere per sé l’adorazione, non può pretendere di legiferare contro le convinzioni del cristiano, che in questo caso ha il dovere di obbedire a Dio piuttosto che al potere politico (cf. At 5,29), ma ha un compito ben preciso: ordinare la società, affinché possa vivere nella logica della libertà e del bene comune. Potremmo dire che i doveri verso Dio sono annunciati a tutti, ovunque e sempre, ma ciò che si deve a Cesare, le tasse e i tributi, vanno assolutamente pagati. Ogni cristiano, così come ogni figlio di Israele, è in alleanza con il Signore e porta sulla propria mano l’iscrizione: “Io appartengo al Signore” (cf. Is 44,5), e tuttavia vive nella polis, riconoscendo l’autorità politica e obbedendo a essa in ciò che non contraddice la volontà e la signoria di Dio. La moneta porta impressa l’effigie di Cesare, ma l’uomo porta impressa l’immagine di Dio (cf. Gen 1,27), dunque a Dio deve “restituire” se stesso interamente e obbedire a lui; a Cesare deve invece restituire quanto gli appartiene, non il proprio cuore!
Certamente con questa parola Gesù non voleva risolvere i nostri litigi e le nostre lotte politiche, perché ciò spetta alla nostra responsabilità che nasce da un discernimento che dobbiamo operare da noi stessi, come egli stesso ha avvertito: “Perché non giudicate, non discernete da voi stessi ciò che è giusto?” (Lc 12,57). Gesù non è stato e non ha voluto essere un Messia politico; e se ha confessato di essere Re, ha subito aggiunto di esserlo non come i re di questo mondo (cf. Gv 18,36). Non è stato dunque un Cesare contro Cesare, ma ha rispettato e ha chiesto di rispettare l’autorità stabilita e di onorare i suoi diritti, in quanto autorità umana necessaria, sempre sottomessa alla complessità della realtà sociale e politica di un’epoca precisa. Per questo Paolo domanderà ai cristiani di sottomettersi alle autorità civili (cf. Rm 13,1-7Tt 3,1), e analogamente farà anche l’apostolo Pietro: “Agite da uomini liberi,… quali servi di Dio. Onorate tutti, amati i vostri fratelli, temete Dio, rispettate il re” (1Pt 2,16-17). Queste direttive apostoliche – non lo si dimentichi – vengono date in un’epoca di persecuzione dei cristiani da parte dell’impero romano…
Il cristiano deve pertanto essere un cittadino leale e capace di onorare il suo dovere verso lo Stato, ma sarà servo di Dio, mai servo degli uomini o di poteri umani; e soprattutto, si sentirà chiamato a una cittadinanza (políteuma) nel regno di Dio, nei cieli (cf. Fil 3,20). Il cristiano sarà fedele alla terra, senza esenzioni né evasioni dalla storia, senza invocare spiritualizzazioni o fughe “angeliche”, ma opererà nel mondo secondo la volontà del Signore, cercando il bene comune, la libertà, la giustizia, la riconciliazione, la pace. Restituire a Dio ciò che è di Dio significa rendergli un’umanità che non porta solo la sua immagine indelebile ma che si è fatta a lui rassomigliante: questo restituirgli l’umanità rassomigliante è il cammino dell’umanizzazione!
Con la presente controversia si avvicina per Gesù il dramma della passione, ormai imminente, e il processo politico, quando Gesù sarà accusato di “sobillare il popolo e di impedire di pagare i tributi a Cesare” (cf. Lc 23,2). Ormai i nemici di Gesù, che non riescono a farlo cadere con un tranello, sono decisi ad accusarlo falsamente, al fine di eliminarlo per sempre.

BGL art collective, Artistique Feeling II, macchinario lancia banconote, 2008, Musée national des beaux-arts du Canada, Ottawa.

Evangelii Gaudium. Incontro a Bose

15 ottobre 2017

Enzo BianchiFondatore di Bose
Domenica 15 ottobre, fr. Enzo Bianchi ha tenuto Bose la terza delle tradizionali giornate di incontro che ogni anno dedica a temi di spiritualità cristiana e di vita ecclesiale. Fr. Enzo ha offerto a quasi cinquecento ospiti presenti un’introduzione dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco. Un documento di grande portata che non riflette solo un programma papale, ma quello di tutta la chiesa e soprattutto richiede un cambiamento epocale. Tanto aperta e coraggiosa quanto poco applicata, l’Evangelii gaudium, merita, dunque, di essere approfondita e diffusa. Un punto fondamentale dell’esortazione è la dichiarazione della necessità di una conversione pastorale e missionaria. “E’ ora di invertire il senso del cammino: non chiedere ad altri di venire alla Chiesa, ma andare noi stessi verso gli altri, raggiungendoli dove sono, senza misurare la loro qualità di fede o la loro morale; lasciare il porto sicuro per navigare in mare aperto; non voler stare al centro o al di sopra degli uomini ma al loro servizio”. Dopo una breve introduzione, nell’incontro della mattina e in quello del pomeriggio fr. Enzo ha trattato alcuni temi corrispondenti ad alcuni capitoli del documento senza voler esaurire l’intero testo.
“La gioia del vangelo”. La prefazione si apre così: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia”›: si parla quindi non di un cristianesimo di chi sta sotto il peso di leggi o dei sensi di colpa, ma un cristianesimo basato sulla gioia, dono del Risorto e insieme impegno del credente.
“La conversione al vangelo”. Nel capitolo primo papa Francesco si sofferma sull’annuncio del vangelo che chiama a conversione. Il cristianesimo non è innanzitutto dottrina, morale, esecuzione di riti, ma incontro con la persona concreta e reale che è stato l’uomo Gesù Cristo. Senza un riferimento continuo al vangelo si può parlare di Gesù Cristo senza parlare veramente di Gesù Cristo. Scrive il papa: “Con la santa intenzione di comunicare loro (i fedeli) la verità su Dio e sull’essere umano, in alcune occasioni diamo loro un falso Dio o un ideale umano che non è veramente cristiano”.
“L’annuncio oggi”. Il secondo capitolo presenta un’analisi del contesto dell’annuncio nella realtà odierna, con un invito finale alle comunità a completarla e arricchirla e che si conclude così: “Le sfide esistono per essere superate. Siamo realisti, ma senza perdere l’allegria, l’audacia e la dedizione piena di speranza! Non lasciamoci rubare la forza missionaria!”.
“Evangelizzati per evangelizzare”. Corrisponde al terzo capitolo. Dopo aver ricordato che soggetto dell’evangelizzazione è tutto il popolo di Dio, ogni battezzato, papa Francesco dedica numerosi paragrafi all’omelia, che per molti cristiani è l’unico contatto con il Vangelo. Il papa invita a non perdersi nella moltitudine della dottrina e ad annunciare l’essenziale, arrivando a riassumere così il primo annuncio, l’annuncio fondamentale: “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti”.
Il fondatore di Bose ha concluso l’incontro dando appuntamento alla giornata di ritiro che predicherà a Bose la prima domenica di Avvento.

Un cammino a tappe... La presentazione del Papa



Anticipiamo la presentazione scritta da Papa Francesco per la nuova edizione del «Catechismo della Chiesa cattolica» (Città del Vaticano - Cinisello Balsamo, Libreria editrice vaticana - Edizioni San Paolo, 2017, pagine 1716, euro 29,90) pubblicata con un nuovo commento teologico-pastorale e con l’introduzione, di cui riportiamo in questa pagina uno stralcio, curata dall’arcivescovo presidente del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica si presenta come un cammino che attraverso quattro tappe permette di cogliere la dinamica della fede. Si apre con il desiderio di ogni uomo che porta in sé l’anelito verso Dio, e si conclude con la preghiera, come espressione di un incontro dove l’uomo e Dio si guardano, parlano e ascoltano. La vita di grazia, espressa in particolare nei sette sacramenti, e lo stile di vita del credente come una vocazione a vivere secondo lo Spirito, sono le altre due tappe necessarie per comprendere in pienezza l’identità credente come discepolo missionario di Gesù Cristo. Nella scadenza del XXV anniversario della Costituzione Apostolica Fidei depositum, con la quale si consegnava ai fedeli il Catechismo della Chiesa Cattolica, firmata simbolicamente da san Giovanni Paolo II l’11 ottobre 1992, nel trentesimo anniversario dell’inizio del Concilio Ecumenico Vaticano II, la pubblicazione di questa nuova edizione, in cui insieme al Catechismo della Chiesa Cattolica si presenta un Commento teologico pastorale, èdi grande aiuto per entrare sempre di più nella comprensione del mistero della fede.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica in questo modo diventa un’ulteriore mediazione attraverso cui promuovere e sostenere le Chiese particolari in tutto il mondo nell’impegno di evangelizzazione come strumento efficace per la formazione soprattutto dei sacerdoti e catechisti. Mi auguro che possa essere conosciuto e utilizzato per valorizzare al meglio il grande patrimonio di fede di questi duemila anni della nostra storia.
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Catechismo per il nostro tempo
di Rino Fisichella
Per introdursi con coerenza allo studio del Catechismo della Chiesa Cattolica può essere utile far riferimento al logo che lo caratterizza dove si trovano alcuni elementi peculiari: il buon Pastore con un bastone in mano nell’atto di suonare il flauto; la pecorella accanto a lui in ascolto della sua musica e ambedue all’ombra dell’albero della vita.
La metafora del buon pastore è capace di sintetizzare in sé due aspetti che apparentemente potrebbero sembrare contrastanti: quello dell’autorità e quello dell’amicizia. Il pastore deve essere forte per difendere il suo gregge; nello stesso tempo, comunque, è capace di amare teneramente. Fedele all’immagine delle Scritture antiche, anche Gesù fa riferimento al pastore per indicare la cura che egli mette nei confronti dei suoi discepoli e di quanti crederanno in lui. I Sinottici mostrano Gesù nella sua consapevolezza di essere stato inviato alle «pecore perdute» (Mt 15, 24); egli raduna i suoi discepoli come un «piccolo gregge» (Lc 12, 32) e lo difende da chi, travestito da agnello, cerca di distruggerlo (Mt 7, 15). In questo stesso orizzonte, l’autore della lettera agli Ebrei lo chiamerà «il grande pastore delle pecore» (Eb13, 20) e Pietro, «il pastore supremo» (1 Pt 5, 4). Sarà, tuttavia, Giovanni che ci consegnerà l’immagine più coerente del buon pastore, presentando Gesù come il Figlio che nelle vesti del pastore rivela l’amore del Padre (cfr. Gv 10). Lui diventa un tutt’uno: buon pastore, porta da cui poter entrare nell’ovile, agnello che si offre. In forza di questa sua autorità, egli è anche l’unico in grado di affidare la sua cura pastorale a chi ha scelto per essere pastori: Pietro, i Dodici e i loro successori (cfr. Gv 21, 15; Ef 4, 11; Pt 5, 1).
Nel logo proposto, si nota che il pastore è seduto e tiene in mano il bastone. Anche da questa simbologia emerge un insegnamento che merita di essere esplicitato. Essere seduto è segno di autorità, perché indica il maestro che insegna. Per il pastore nomade, il bastone è il segno del cammino. Questi particolari aiutano a cogliere lo scopo del Catechismo della Chiesa Cattolica. L’insegnamento che viene offerto non è altro che la fede della Chiesa, così come si è sviluppata nel corso dei secoli, e che ha la sua fonte primaria nella Parola di Dio vissuta dalla comunità cristiana e interpretata autenticamente dai suoi Pastori. C’è, comunque, un cammino che si deve percorrere e non è ancora ultimato. Il bastone del pastore indica appunto questo: la lunga strada che ancora si deve percorrere. È il futuro che ci sta davanti carico di attese e speranze; futuro nel quale l’«impegno della fede» (1 Ts 1, 3) richiederà il dover crescere nella verità tutta intera (cfr. Gv 16, 13), per viverla coerentemente nella partecipazione a una responsabilità comune dalla quale nessuno può esimersi. La Chiesa in questo pellegrinaggio è accompagnata dalla moltitudine di uomini e donne che da millenni professano la fede. Dalle grandi figure bibliche di Abramo, Mosè, Elia, David, i profeti, gli apostoli, i discepoli... fino ai più sconosciuti credenti di cui in ogni caso permane viva la fede anche se non il nome, tutti si sono posti in cammino con un impegno che ha richiesto forza, coraggio, passione e amore.
Il buon pastore, seduto con in mano il bastone, sta suonando il flauto. La musica è segno della melodia e della bellezza dell’insegnamento del pastore. Il lungo cammino ha bisogno di una pausa. È il tempo per recuperare le forze e fare il punto della situazione. La pecorella è seduta accanto al pastore e lo guarda e ascolta con fiducia. È questo, l’atteggiamento fondamentale che si deve nei confronti della «musica» del maestro: la disponibilità all’ascolto perché egli non vuole e non può ingannare. L’immagine si applica facilmente al Catechismo della Chiesa Cattolica. Esso si inserisce in quel costante insegnamento «ordinario» dei Pastori della Chiesa; per questo motivo il popolo di Dio lo accoglie con fiducia e disponibilità nell’ascolto attento e nello studio sistematico. 
Il logo, inoltre, è avvolto come in una cornice, dall’albero della vita. È l’albero posto al centro del giardino dell’Eden (cfr. Gn 2, 8); è lo stesso albero che, rinnovato dal sangue dell’Agnello, si ritrova nell’Apocalisse. Un albero che «dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese, le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni» (Ap 22, 2). All’ombra di questo albero della vita, i credenti trovano riparo e orientano il loro sguardo al cammino successivo che resta da percorrere.
Non si dimentichi, infine, che questo logo è stato recuperato da un graffito che si trova nelle catacombe su una pietra sepolcrale. Ambedue questi aspetti permettono di aggiungere qualcos’altro nell’interpretazione. Per la fede cristiana, le catacombe sono il segno che rinvia al periodo in cui la fede aveva bisogno di essere sostenuta nella sua testimonianza pubblica. La fede ha conosciuto momenti di oscurità, di paura, di martirio; per molto tempo e fino ai nostri giorni, in diverse parti del mondo l’essere credenti è ancora una situazione catacombale. È questa loro fede, comunque, che sostiene la nostra, divenuta spesso pigra e incapace di scuotersi dal sonno per provocare alla conversione. Il graffito, posto sulla pietra tombale, è insieme segno di un’attesa e di una condivisione. Anche il buon pastore ha accolto e vissuto l’esperienza del «sabato santo». Su di lui la pietra sepolcrale venne fatta rotolare pensando che il caso Gesù di Nazareth potesse essere definitivamente chiuso. Non fu così. La pietra, benché pesante per le deboli forze umane, fu trovata spostata e Cristo ritornato per sempre in vita. L’annuncio dell’angelo alle donne: «Non è qui» (Mc 16, 6) rimane anche per noi il segno più convincente. Non è nel regno dei morti che si deve cercare Cristo, ma in quello dei vivi. Il sepolcro è segno di attesa e di speranza che il Signore, fedele alla sua promessa, permetterà anche a noi di risorgere a vita nuova con lui; questa è la novità radicale della fede cristiana.

L'Osservatore Romano

Sfida al nichilismo




Le risposte del cristianesimo alle domande dell’uomo di oggi.

Dialogo con don Carrón. Esce oggi, 17 ottobre, in Italia Dov’è Dio? La fede cristiana al tempo della grande incertezza (Milano, Piemme edizioni, 2017, pagine 216, euro 15,90), il primo libro intervista di don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, scritto da Andrea Tornielli. Il volume, una conversazione con il vaticanista della Stampa, verrà presentato a Milano giovedì 19 alle 21 nell’aula magna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Con gli autori intervengono Adolfo Ceretti e Mauro Magatti, moderati da Elisabetta Soglio. Del testo anticipiamo alcuni estratti.
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(Andrea Tornielli) Si può ancora incontrare Dio nel tempo in cui viviamo, nella “società liquida” in cui siamo immersi? La secolarizzazione e la scristianizzazione, caratteristiche di un Occidente un tempo cristiano, sono un segno della fine dei tempi o soltanto della fine di un tempo e dell’inizio di un altro? La società plurale e relativista è il nemico da combattere innalzando barriere e muri, oppure può diventare l’occasione per annunciare il Vangelo in modo nuovo? Don Julián Carrón è da dodici anni alla guida del movimento di Comunione e Liberazione. Ha avuto il compito non facile di raccogliere il testimone da don Luigi Giussani, il quale, pur non avendo inteso «fondare niente» perché voleva soltanto riproporre gli elementi essenziali del cristianesimo e dell’appartenenza alla Chiesa, ha dato vita a un movimento che come tutte le realtà nuove ha fatto e fa discutere. Mi sembrava interessante dialogare con lui, sacerdote spagnolo nato tra i ciliegi dell’Estremadura, sul momento storico che stiamo vivendo. 
Don Julián, perché è così difficile credere oggi? 
Per una distanza da noi stessi. A chi interessa Gesù? A chi ne ha bisogno. E chi ne ha bisogno? Chi è cosciente delle proprie ferite, delle proprie malattie, del proprio male, della propria insoddisfazione, del proprio peccato. Ne ha bisogno chi si sente mancante di qualcosa e avverte il dramma della propria incompiutezza, chi è messo alla prova dalla vita o ha sperimentato che anche il raggiungimento degli obiettivi più grandi che si era prefisso non è servito a dargli il compimento sperato. Queste sono le persone che hanno intercettato la portata di Gesù per la loro vita e lo hanno seguito. Accorgersi della propria incompiutezza rende possibile aprirsi a qualcosa d’altro: «Che cos’è quello che cerco?». Occorre andare fino in fondo a se stessi. Ma che cosa può ridestare la nostra sete quando è affievolita o in tanti modi travisata, ridotta? Essere guardati gratuitamente, senza condizioni, senza misura, vale a dire incontrare qualcuno che ha lo stesso sguardo di Gesù. Tutte le persone che attraversano difficoltà, fatiche, contraddizioni — borderline, irregolari — e che vivono drammi di ogni tipo hanno bisogno di essere guardate come Gesù guardava, accoglieva e amava la gente. Ma, attenzione, la loro risposta accade secondo un disegno che non è il nostro: non è l’esito di un meccanismo, come quando mettiamo l’euro nel distributore di bevande e cade la lattina di aranciata. La possibilità di un loro “sì” non dipende da noi, ma dal disegno di Dio e dalla loro libertà. Noi, come cristiani, abbiamo un compito: testimoniare che alle ferite e alle esigenze degli uomini, in qualunque condizione versino, c’è risposta.
Qual è il rapporto tra misericordia e giustizia? Ogni volta che si parla della misericordia c’è qualcuno che dice: «Eh sì, misericordia, misericordia. Però la giustizia…».
L’esigenza di giustizia non può essere soddisfatta da risposte parziali, essa reclama la totalità. Perciò senza la prospettiva di un “oltre” non ci può essere vera giustizia. Mi hanno colpito le parole finali di un’intervista al filosofo Paolo Rossi, di qualche anno fa, pubblicata sul «Corriere della Sera»: «Non me ne importa niente della prova dell’esistenza di Dio. Però […] ho questo sasso sullo stomaco: non accetto volentieri l’idea che il carnefice e la vittima scompaiano insieme nel nulla». Se insomma il carnefice e la vittima finiscono entrambi nel nulla, se tutto finisce con questa vita, non c’è giustizia. L’esigenza di giustizia, come tutte le esigenze umane fondamentali, è senza limiti, porta in sé un’urgenza di totalità. È proprio questo ciò che noi non riusciamo a soddisfare, anche se realizziamo tutti i nostri tentativi. Nessuna delle nostre immagini di giustizia riesce a compiere fino in fondo l’esigenza di giustizia. Ci troviamo davanti a qualcosa che ci sovrasta in tutti i modi e che colpisce tutti: tanto le vittime (e chi è vicino a esse), perché nessuno potrà mai soddisfare la loro sete di giustizia, quanto gli autori degli abusi, perché niente sarà mai sufficiente a colmare la voragine prodotta in loro dal male compiuto.
Che cosa può allora soddisfare questa sete di giustizia?
Solo Dio fatto uomo, Cristo — quell’“oltre” che è entrato nella storia —, con la sua misericordia, croce e resurrezione, può soddisfare la sete di giustizia, può portare una risposta all’esigenza degli uni e degli altri. Ecco qui emergere il nesso tra misericordia e giustizia: senza Cristo il problema è insolubile. Così come niente è davvero in grado di saziare la sete di felicità della samaritana, allo stesso modo niente può veramente soddisfare la sete di giustizia che ci troviamo addosso. Si manifesta qui tutto il mistero dell’uomo. Senza quell’“oltre” che si rende presente nella storia attraverso Cristo, che fa sì che proprio per il legame con il Padre si rompa la spirale della violenza, non si può cominciare a sperare in un mondo diverso. Senza l’abbraccio di Cristo non c’è vera risposta, né per le vittime, né per i carnefici.
Papa Ratzinger, in un colloquio sul suo viaggio a Cuba con il cardinale Ortega y Alamino, ha detto che «la Chiesa non è nel mondo per cambiare i governi» e che la via del dialogo è l’unica via possibile. Che cosa significa questo, secondo lei, e quali chiavi di lettura offre tale sguardo per la vita di un movimento come CL?
Cristo non è venuto a portare nel mondo uno dei possibili schieramenti, una delle possibili opzioni politiche. Egli ha messo sul tavolo della storia la più grande promessa che l’umanità abbia mai ricevuto: chi lo segue vivrà il centuplo quaggiù, un’intensità cento volte maggiore in ogni aspetto del vivere, e poi sperimenterà la vita eterna. Cristo ha la pretesa di essere la risposta al desiderio sconfinato di felicità di ogni singola persona. Ma questo è anche l’unico annuncio interessante per l’uomo reale. La sfida di oggi non è appena cambiare un governo. La vera sfida è il nichilismo che attanaglia giovani e meno giovani, cioè il credere che in fondo non ci sia una risposta adeguata al proprio desiderio. Nel tran tran quotidiano uno pensa di potersela cavare. Ma quando la vita urge si accorge del senso di distruzione che lo abita, di tutta la mancanza di speranza. Può forse rispondervi un cambiamento di strutture o di governi? È qui che uno può cogliere la portata del cristianesimo e il contributo che un cristiano, nella misura in cui vive ciò che ha ricevuto, gli può offrire. Mi diceva di recente un giornalista non credente: «Voi non vi rendete conto di cosa portate!».
Come ha accolto, nel marzo 2013, l’elezione del cardinale Jorge Mario Bergoglio quale successore di Benedetto XVI?
Con grande sorpresa. Sapevo che da cardinale aveva mostrato interesse per la figura di don Giussani e aveva sempre accettato gli inviti di alcuni del movimento in Argentina a presentare i libri del nostro fondatore. Poi mi erano noti i suoi rapporti di amicizia con persone della comunità di Roma. Da quando ho cominciato a vederlo in azione, mi è diventato evidente — al di là di quello che poteva apparire a prima vista, e cioè che egli costituisse una rottura rispetto a Benedetto XVI, tanto sono diversi per temperamento e storia — che tutto il magistero di Francesco rappresenta una radicalizzazione di quello di Benedetto XVI. Francesco ha portato a compimento una serie di intuizioni di Papa Ratzinger e grazie alla sua modalità di porsi le ha rese accessibili a tutti. In Papa Francesco c’è il desiderio di rispondere alla nuova situazione che si è venuta a creare e che egli chiama «cambiamento d’epoca». Le persone semplici comprendono benissimo il suo messaggio: la modalità della sua presenza, i suoi gesti e le sue parole intercettano infatti immediatamente i bisogni e le ferite dell’uomo contemporaneo. Questa capacità di sintonizzarsi con l’uomo, di dialogare con il cuore dell’uomo ferito, caratterizza anche l’anima di Benedetto. Ma, per la sua indole pastorale, per il suo temperamento, per la sua personalità di fede, Papa Bergoglio riesce a testimoniare il volto della misericordia con una semplicità, con un’immediatezza, con un abbraccio all’altro che raggiunge di schianto le persone più diverse e più semplici allo stesso tempo. Papa Francesco rappresenta una grazia per la Chiesa nel mondo di oggi. L’unica questione è se noi accettiamo la provocazione della sua testimonianza, per imparare, dal suo modo di porsi, a essere testimoni come lui. È evidente che un uomo non può fare tutto o andare ovunque: allora egli compie un gesto come quello di recarsi a Lampedusa o a Lesbos, indicandoci attraverso esso che occorre uscire, che occorre abbracciare l’altro, testimoniando la fede con gli stessi gesti di Gesù. Ma perché tutto ciò diventi nostro, patrimonio di tutti, bisogna che la Chiesa, cioè tutti noi, assecondiamo la testimonianza del Papa, imitandola e traendone le conseguenze nella nostra vita. Perciò mi permetto di dire: lasciamoci colpire e provocare da lui!
L'Osservatore Romano

Tre gruppi di stolti




«La strada della stoltezza porta alla corruzione»: è l’insegnamento che il Papa ha tratto dalle letture liturgiche celebrando martedì 17 ottobre la messa mattutina a Santa Marta.
Francesco ha esordito facendo notare che «nella liturgia della parola di oggi per due volte si dice la parola “stolto”. La dice Gesù ai dottori della legge, ad alcuni farisei (Luca 11, 37-41); e la dice Paolo ai pagani: “Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti” (Romani 1, 16-25)». A questi Francesco ha voluto aggiungere un terzo caso: Paolo l’ha detta anche ai Galati, definendoli «“sciocchi” perché si sono lasciati ingannare, incantare dalle nuove idee». Di conseguenza, «questa parola detta ai dottori della legge, detta ai pagani e detta ai cristiani che si lasciano incantare dalle ideologie, è una condanna». O meglio, ha chiarito il Papa, «più che una condanna, è una segnalazione perché fa vedere la strada della stoltezza: porta alla corruzione».

In proposito il Pontefice ha individuato «tre gruppi di stolti» che «sono dei corrotti». Anzitutto i dottori della legge e i farisei, ai quali «Gesù aveva detto: “Assomigliate a sepolcri imbiancati”: fuori appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa e di marciume. Corrotti». In secondo luogo in pagani, quelli accusati da «Paolo, nella lettura di oggi», di essere «diventati stolti», avendo «scambiato la gloria di Dio incorruttibile con un’immagine e una figura di uomo corruttibili, di uccelli, di quadrupedi... Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità, secondo i desideri del loro cuore». Insomma, anche in questo caso, «c’è la corruzione», proprio come quei dottori della legge citati in precedenza che «diventano corrotti per sottolineare soltanto l’apparenza, e non quello che è dentro. Corrotti dalla vanità, dall’apparire, dalla bellezza esteriore, dalla giustizia esteriore. Sono diventati corrotti perché si preoccupavano soltanto di pulire, di fare bello l’esterno delle cose, non andavano dentro: dentro è la corruzione. Come nei sepolcri». Dunque, ha proseguito il Papa nel parallelismo, «questi pagani sono diventati corrotti perché hanno scambiato la gloria di Dio, che avrebbero potuto conoscere per la ragione, per gli idoli: la corruzione dell’idolatria, di tante idolatrie». E, ha avvertito in proposito Francesco, «non solo le idolatrie dei tempi antichi, anche l’idolatria dell’oggi: l’idolatria, per esempio, del consumismo; l’idolatria di cercare un dio comodo».
Infine il terzo caso, quello dei Galati, «ai quali Paolo dice lo stesso», essendosi «lasciati corrompere dalle ideologie: lasciano di essere cristiani per diventare ideologi del cristianesimo». In definitiva comunque, è la conclusione del Pontefice, «tutte e tre» queste categorie «finiscono nella corruzione, per questa stoltezza».
Da qui l’invito a domandarsi, a chiedersi: «Cos’è questa stoltezza»? E la prima risposta del Papa è che essa «è un non ascoltare; letteralmente si può dire un “nescio”, “non so”, non ascoltare. L’incapacità di ascoltare la Parola: quando la Parola non entra, non la lascio entrare perché non l’ascolto. Lo stolto non ascolta. Lui crede di ascoltare, ma non ascolta. Fa la sua, sempre. E per questo la parola di Dio non può entrare nel cuore, e non c’è posto per l’amore». O al limite, ed è un caso questo abbastanza comune, la Parola «se entra, entra distillata, trasformata dalla mia concezione della realtà».
Dunque, ha ripreso il ragionamento Francesco, «gli stolti non sanno ascoltare. E questa sordità li porta a questa corruzione. Non entra la parola di Dio, non c’è posto per l’amore e infine non c’è posto per la libertà». E su questo aspetto «Paolo è chiaro: diventano schiavi. “Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, tanto da disonorare i loro propri corpi”. Perché? Perché hanno scambiato la verità di Dio con la menzogna, e hanno adorato e servito le creature anziché il Creatore. Non sono liberi, e il non ascoltare, questa sordità non lascia posto all’amore e neppure alla libertà: porta sempre a una schiavitù».
Sarebbe perciò opportuno interrogarsi, ha suggerito il Papa: «Ascolto, io, la parola di Dio? La lascio entrare? Questa parola, della quale abbiamo sentito cantando l’Alleluia, la parola di Dio è viva, è efficace, discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. Taglia, va dentro. Questa parola, la lascio entrare o a questa parola sono sordo? E la trasformo in apparenza, la trasformo in idolatria, abitudini idolatriche, o la trasformo in ideologia? E non entra». Perché, ha ammonito il Pontefice, «questa è la stoltezza dei cristiani».
Infine Francesco ha esortato a fare un ulteriore passo, ovvero «così come le icone dei santi ci fanno tanto bene», si dovrebbe «guardare l’icona degli stolti di oggi». E, ha assicurato «ce ne sono» molte. «Ci sono cristiani stolti e anche pastori stolti»: quelli che, ha ricordato il Papa, «sant’Agostino “bastona” bene, con forza. Perché la stoltezza dei pastori fa male al gregge: sia la stoltezza del pastore corrotto, sia la stoltezza del pastore soddisfatto di se stesso, pagano, sia la stoltezza del pastore ideologo».
Ecco allora la consegna conclusiva del Pontefice: «Guardiamo l’icona dei cristiani stolti, e accanto a questa stoltezza guardiamo il Signore che sempre è alla porta: bussa alla porta e aspetta». In pratica si tratta di pensare «alla nostalgia del Signore, quando ricorda i bei tempi: “Mi ricordo di te dal tempo della tua giovinezza, dal tempo dell’amore, del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in terre non seminate”. Quella nostalgia di Dio, del primo amore che ha avuto con noi». Infatti «se noi cadiamo in questa stoltezza e ci allontaniamo, lui prova questa nostalgia. Nostalgia di noi». Al punto che «Gesù con questa nostalgia pianse, ha pianto su Gerusalemme: era la nostalgia di un popolo che egli aveva scelto, aveva amato, ma che si era allontanato per stoltezza; aveva preferito le apparenze, gli idoli o le ideologie».

L'Osservatore Romano

Papa Francesco: Adesso fate le vostre domande



Papa Francesco: "Ho faccia tosta ma sono timido". La comunicazione secondo il Papa. Esce il libro che raccoglie i suoi dialoghi con i giornalisti
Intervistatemi guardandomi negli occhi
Repubblica

(Francesco) Ho faccia tosta, ma sono anche timido. A Buenos Aires avevo un po' timore dei giornalisti. Pensavo che avrebbero potuto mettermi in difficoltà e per questo non davo interviste. Ma un giorno mi sono lasciato convincere da Francesca Ambrogetti, pensando al bene che ne sarebbe potuto venire. Mi ha convinto e io mi sono fidato di lei. E quindi una volta al mese, alle nove del mattino, vedevo lei e Sergio Rubín, e alla fine uscì il libro-intervista "El Jesuita". Ho sempre avuto timore delle cattive interpretazioni di ciò che dico. Di quella prima intervista da arcivescovo di Buenos Aires non mi piacque la copertina, ma rimasi molto contento di tutto il resto. 
La storia delle mie interviste da arcivescovo è cominciata così. In seguito ne ho date altre a Marcelo Figueroa e Abraham Skorka. Sempre sulla fiducia nelle persone con le quali dialogavo. Ero già Papa quando p. Antonio Spadaro venne a chiedermi un' intervista. La mia reazione istintiva fu di incertezza, come in passato, e gli dissi di no. Poi sentii che potevo avere fiducia, che dovevo fidarmi. E accettai. Con lui ho fatto due lunghe interviste che sono raccolte in questo volume. Spadaro è il direttore della Civiltà Cattolica, rivista da sempre strettamente legata ai papi. Lui è stato presente nelle interviste e nelle conversazioni di questo libro e si è fatto carico delle mie parole. Dopo quella prima intervista nell' agosto del 2013 sono venute le altre, anche quelle che do in aereo nel ritorno dai viaggi apostolici. Anche là, in quei viaggi, mi piace guardare le persone negli occhi e rispondere alle domande con sincerità. So che devo essere prudente, e spero di esserlo. Prego sempre lo Spirito Santo prima di cominciare ad ascoltare le domande e di rispondere. E così come non devo perdere la prudenza, non devo perdere nemmeno la fiducia. So che questo può rendermi vulnerabile, ma è un rischio che voglio correre. Le interviste per me hanno sempre un valore pastorale. Tutto quello che faccio ha valore pastorale, in un modo o in un altro. Se non avessi questa fiducia, non concederei interviste: per me è ben chiaro. È una maniera di comunicazione del mio ministero. E unisco queste conversazioni nelle interviste con la forma quotidiana delle omelie a Santa Marta, che è - diciamo così - la mia "parrocchia". Ho bisogno di questa comunicazione con la gente. Là, quattro giorni a settimana, vengono a trovarmi venticinque persone di una parrocchia romana, insieme ad altre. Ho una vera e propria necessità di questa comunicazione diretta con la gente. Concedere un' intervista non è come salire in cattedra: significa incontrarsi con giornalisti che spesso ti fanno le domande della gente. Una cosa in cui mi ritrovo bene è anche parlare con piccole riviste e giornali popolari. Mi sento ancora più a mio agio. Infatti in quei casi ascolto davvero le domande e le preoccupazioni della gente comune. Cerco di rispondere in modo spontaneo, in una conversazione che voglio sia comprensibile, e non con formule rigide. Uso anche un linguaggio semplice, popolare. Per me le interviste sono un dialogo, non una lezione. Per questo non mi preparo. A volte ricevo le domande in anticipo, ma quasi mai le leggo o ci penso sopra. Semplicemente non mi viene in mente niente. Altre volte, in aereo, immagino le domande che potrebbero farmi. Ma per rispondere ho bisogno di incontrare le persone e di guardarle negli occhi. Sì, ho ancora paura di essere male interpretato. Ma, ripeto, voglio correre questo rischio pastorale. Questo mi succede anche in altri casi. A volte nei miei intervistatori ho notato - anche in chi si dice molto lontano dalla fede - grande intelligenza ed erudizione. E pure, in alcuni casi, la capacità di lasciarsi toccare dal "tocco" di Pascal. Questo mi commuove e lo apprezzo molto.[] Desidero una Chiesa che sappia inserirsi nelle conversazioni degli uomini, che sappia dialogare. È la Chiesa di Emmaus, in cui il Signore "intervista" i discepoli che camminano scoraggiati. Per me l' intervista è parte di questa conversazione della Chiesa con gli uomini d' oggi. 
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Questo testo del Papa è tratto da Adesso fate le vostre domande ( Rizzoli pagg. 240, euro 19,50) scritto da Francesco con Antonio Spadaro. In libreria da dopodomani. Verrà presentato il 21 ottobre alle 18 a Roma presso La Civiltà Cattolica ( via di Porta Pinciana 1) Con Antonio Spadaro ci saranno Piero Badaloni e Ferruccio de Bortoli.

Martedì della XXVIII settimana del Tempo Ordinario




Se io avessi capito, come oggi, 
quale grande Re abitava in quel piccolo palazzo della mia anima, 
non l'avrei lasciato da solo così spesso; 
sarei rimasta di tanto in tanto accanto a lui, 
e avrei fatto il necessario affinché il palazzo fosse meno sporco. 
Il punto capitale è fargliene un dono assoluto e vuotarsi completamente
affinché egli possa riempire o svuotare a suo piacimento, 
come in una dimora che gli appartiene. 
Se riempiamo il palazzo con gente volgare e ogni sorta di ninnoli, 
come il sovrano, con la sua corte, potrebbe trovarvi posto? 
È già molto che si degni di fermarsi 
qualche momento in mezzo a tanto ingombro.

Santa Teresa d'Avila

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Dal Vangelo secondo Luca 11,37-41. 

In quel tempo, mentre Gesù stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo. Allora il Signore gli disse: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di rapina e malvagità. Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro».

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L’amore autentico è sporco, ma sporco da far schifo e ribrezzo. E’ una pattumiera piena di spazzatura, una tuta da lavoro macchiata all’inverosimile. Scandalizza come un barbone lercio e maleodorante capitato in un ricevimento di corte. Come Gesù, invitato a casa di un fariseo, un luogo separato dall’esterno e purificato in ogni angolo, dove si è “sdraiato” (secondo l’uso del tempo) a tavola senza prima “lavarsi”. Altro che Hiroshima, in quella casa Gesù aveva fatto scoppiare un terremoto devastante; probabilmente non abbiamo idea di cosa possa essere accaduto: immaginate un contadino appena uscito dalla stalla dove ha munto le sue mucche e pulito i loro escrementi, entrare in una camera sterile di un ospedale: ecco, Gesù deve aver prodotto più o meno lo stesso effetto. L’effetto dell’amore autentico fatto carne in Lui, sporca e impura, indegna della mensa di un fariseo. L’effetto deflagrante e sconvolgente dell’amore autentico a contatto con quello ipocrita che si nutre di purificazioni esteriori. Quanti fidanzamenti e matrimoni, quante amicizie e relazioni scivolano tra un maquillage e l’altro, illudendosi di fortificare l’unione lucidando la superficie (il sentimento, per capirci, le parole chattate, i pensieri postati) mentre invece la si accompagna alla tomba perché all’interno continua a covare e a crescere la concupiscenza che “rapina” la dignità dell’altro, facendolo “cattivo”, ovvero “schiavo” di se stesso. Creato a «immagine e somiglianza» di Dio, l'uomo era destinato a una vita pura, nella comunione e nell'intimità con Lui. Mangiando dell'albero però, ha fatto esperienza della morte, la madre di ogni impurità, che lo ha strappato al Paradiso. Il cuore, l' "interno", si è contaminato di una menzogna "malvagia" che lo ha orientato a "rapinare" quello che, invece, gli era stato gratuitamente. Non a caso all'origine del termine "malvagità" vi è anche l'idea di una "fatica dolorosa del male". Fateci caso, il male è sempre faticoso, e lascia nudi e sporchi, come i progenitori che hanno conosciuto la vergogna e la concupiscenza, e "tutto" è divenuto impuro: l’amore tra gli sposi, gli affetti, le amicizie, il lavoro. Tutto è ferito dalla "dolorosa fatica" del male. Ma coraggio, non aver timore di guardare oggi al tuo fidanzamento, al matrimonio, alla relazione con i tuoi figli o i tuoi genitori, con i tuoi fratelli di carne o quelli della comunità cristiana, con i parenti, i colleghi di lavoro o i compagni di scuola; invita anche tu Gesù a casa tua, e lasciati illuminare dalla presenza di Gesù che, per amore, si “sdraia” nel letamaio che si nasconde nel tuo cuore. No, Lui non si lava prima di mangiare, non avrebbe senso perché è giunto accanto a te, nella tua intimità, per “battezzarsi”  (Luca ha usato il termine “baptizein” tradotto con “lavare”), immergersi nei tuoi peccati. Il vero amore infatti, quello incorruttibile e celeste che la Chiesa ha annunciato al mondo con il nome di “agape”, si sporca per lavare, si “sdraia” per far risuscitare, si dona per fare della vita di ogni uomo il dono che il Padre ha pensato quando lo ha creato, maschio e femmina, a sua immagine e somiglianza. Gesù non ha bisogno di lavarsi le mani perché il suo amore è puro alla fonte. E anche oggi viene nella Chiesa per compiere nella nostra vita di alienati, il miracolo dell’amore autentico che disintegra l’amore ipocrita dell’uomo vecchio. In fondo la Chiesa è come la casa di quel fariseo, una comunità di poveri uomini che spesso cadono nel tranello antico del demonio e si illudono di invitare Gesù a mensa, dimenticando che, come accadde a casa di Marta e Maria e di quel fariseo, è Lui che ci invita ad accogliere il suo amore fatto Parola da ascoltare e Pane da mangiare, perché viene a visitarci proprio per purificare le nostre case.

Accettiamolo fratelli, anche noi spesso prendiamo il cristianesimo come prendiamo la vita, ingannati cioè dalla menzogna del demonio. Credere di poter diventare come Dio, infatti, significa anche illudersi di raggiungere il suo grado di purezza e “separazione” (fariseo significa “separato”) dal mondo del peccato, con le proprie forze impegnate a lucidare la carrozzeria della vita. E ciò significa concretamente essere diversi dai politici che rubano, come da tuo cugino che ha l’amante. Intendiamoci, un cristiano è “nel” mondo ma non è “del” mondo perché è “santo” nella “santità” di Dio (anche “santo” significa “separato”); ma c’è un particolare che distingue la “stoltezza” di quel fariseo che siamo tutti noi, dalla “sapienza” dei cristiani che hanno camminato nella fede sino ad immergersi con Cristo nel suo stesso battesimo: la Croce. Per caso ci si lavava prima di salire al patibolo più infamante? Tutto il contrario, ci si giungeva sfiancati e sfigurati, come Gesù, che su di essa si è “sdraiato” per te e per me, sporco al punto che il suo aspetto non era più neanche quello di un uomo. Aveva infatti lasciato che il flagello gli straziasse la carne perché con il suo sangue potesse lavare la nostra carne impigliata nell’ipocrisia. Avete presente la Sindone? Ecco, l'Uomo che è stato avvolto in esso e "sdraiato" nel sepolcro è il segno dell'amore autentico. Coraggio allora, perché nella comunità cristiana Gesù si “sdraia” nella tua storia di peccati, per strapparti all’alienazione che ti fa curare maniacalmente l’esterno del bicchiere, nello sforzo di rispettare e far rispettare leggi e codici che ti sei costruito per dare un aspetto presentabile e dignitoso al fidanzamento, al matrimonio e a tutta la tua vita. Basta fratello! “Dai in elemosina quanto è dentro” il tuo cuore, approfitta cioè del marcio che sino ad oggi hai accarezzato e viziato; dai a Cristo il tuo sporco e allora “tutto in te diventerà puro”, cioè autentico perché sarai finalmente immagine e somiglianza di Dio. Attenzione, non a caso il Signore ci dice di “dare in elemosina” quello che abbiamo dentro: il denaro, infatti, è il segno della superbia che ci vorrebbe come Dio, è il potere che ci fa “puri” agli occhi degli altri, cioè inattaccabili e in diritto di comprare ed esigere quello che un dio vuole. Per il denaro il cuore si muove a “rapinare”, perché di esso è “schiavo”, e quindi ogni pensiero, parola e gesto è “cattivo”. Allora, dai in elemosina il denaro che, al tuo interno, usurpa il posto di Dio; oggi, prendi quello che hai nel portafoglio, magari il tuo conto in banca, sì, proprio quello che ti sporca dentro rendendoti invidioso, geloso, pauroso e violento; il denaro di cui ti vesti per non apparire per quello che sei. Prendilo e dallo in elemosina al primo barbone che incontri, o nella cassetta dei poveri nella prima chiesa che ti trovi davanti. Gesù lo ha fatto per te, misero e senza dignità, dandoti in elemosina tutto se stesso. Accogli la sua ricchezza, l’amore e lo Spirito Santo, la misericordia e la vita eterna, e dagli l’ipocrisia fatta denaro che avvelena e sporca il tuo cuore. Allora saranno puri il tuo fidanzamento, il matrimonio, e ogni relazione, perché il tuo cuore e i tuoi occhi purificati sapranno vedere Dio nell’altro, l’amore nel quale donarsi e trascendersi. Solo amando in Cristo saremo davvero “puri”, privi cioè della malizia demoniaca che ci dilania interiormente separando dolorosamente fede e vita, cuore e opere; solo nell’amore che incarna lo Shemà, infatti, saremo immagine e somiglianza di “Colui che ha fatto l’interno e anche l’esterno”, vivendo nella “purezza” della creatura che compie la volontà del suo Creatore.