sabato 23 settembre 2017

XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) — 24 settembre 2017. Ambientale e commento al Vangelo

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Nella 25.ma Domenica del Tempo ordinario la liturgia ci presenta il Vangelo (Mt 20,1-16) in cui Gesù racconta la parabola dei lavoratori della vigna
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
Noi siamo la vigna di cui Dio si prende cura, e a nostra volta, come battezzati, riceviamo da Lui una vigna da proteggere e nella quale lavorare, ovvero, persone la cui salvezza eterna dipende dalla nostra sollecitudine pastorale. Tale importante consegna può avvenire a qualunque età, e consiste, anzitutto, nella testimonianza di una vita in cui traspare la vittoria di Cristo sulla morte, attraverso il perdono reciproco, l’allegria, l’amore vicendevole e l’obbedienza al Padre. Dio ci circonda, poco a poco, di una corona di fratelli e sorelle la cui fede si alimenta della nostra fede, per essi ci chiede di “perdere la vita” amandoli così come sono, come Cristo ha amato noi quand’eravamo suoi nemici. Questa preziosa missione è personale, ma anche di ogni famiglia e di ogni comunità cristiana. In questi mesi estivi, è stata vissuta, in modo veramente singolare, da circa dodicimila ragazzi e ragazze, seminaristi e presbiteri inviati in tutto il mondo ad annunciare il Vangelo, due a due, per una settimana, vivendo senza soldi, né alloggio, né cellulare, con i soli vestiti che indossavano, dormendo spesso all’aperto. Hanno offerto a Cristo di stare all’ultimo posto, accettando scomodità e rifiuto, per la salvezza di chi, non riconoscendoli, non li ha accolti. Cosa non fa il Signore, anche oggi, per raggiungere ogni uomo col suo amore. (Sanfilippo)

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Cristo si fa nostro “salario”


Sei felice della tua vita? Con la parabola di questa domenica, come uno Sposo innamorato Gesù ci ricorda che, per farci felici, è “uscito all’alba” della mattina di Pasqua vittorioso sulla morte. Che è venuto a cercarci per “salvarci” e strapparci all’ozio e ai vizi, frutto della “disoccupazione” del cuore, “prendendoci a giornata” per “lavorare” nella sua “vigna”.
Che ci ha promesso “quello che è giusto”, ovvero la giustificazione, il condono di ogni debito. E ci ricorda anche che lo abbiamo creduto: sì, nella “vigna” saremmo stati rigenerati e finalmente potevamo essere felici perché “occupati” per amare.
Credere è “convenire” che il salario promesso dal Signore è fantastico, proprio quello che il nostro cuore desidera. Ogni volta che accogliamo la predicazione, o riceviamo il perdono sacramentale, o mangiamo il Corpo del Signore, Cristo si fa nostro “salario”; è Lui stesso in noi che fa di “ogni giornata” un evento irripetibile, traboccante di vita.
E così siamo “andati” nella “vigna”, a camminare nella comunità cristiana dove sperimentare le promesse del Signore.
E oggi, si sono compiute in te? Sei felice o no? Forse dovrai dire, con molti altri, che no, non lo sei; se stai “mormorando” significa che sei ancora preda dei “tuoi pensieri”, così diversi da quelli di Dio.
Sei “invidioso”, ovvero, traducendo dal greco originale, il tuo “occhio è cattivo”; affetto di strabismo spirituale, guardi tutto di traverso con insoddisfazione ed esigenza.
Sei “invidioso” della “bontà” di Dio, come il demonio! Vorresti essere come Lui, “buono” con chi gli pare e come gli pare. Ma come? Nella sua imperscrutabile bontà non gli era parso di amare te che non ne avevi alcun diritto? Non ti ha “salvato” mille volte? Così satana rovescia la realtà nella nostra vita… 
Hai dimenticato le promesse e il “salario” accordato”. Non ti basta, Cristo non ti basta. Vuoi altro, quello che il mondo offre, quello che la carne reclama; magari ti basterebbe un sofà dove riposare, invece di discutere con tuo figlio o dover ascoltare le nevrosi di tua moglie.
Il demonio ha ancora potere e continua a sporcati lo sguardo; ti rapisce il cuore con i “pensieri” ragionevoli, accordati sul tuo sentimento di giustizia, perché tu metta il tuo tesoro nel salario che credi di meritare.
Sei così ingannato, infatti, che pensi di esserti sacrificato per seguire Gesù, di aver perduto molto per non aver ricevuto nulla in cambio, nulla di quanto speravi. Tua moglie continua ad essere identica a dieci anni fa, tuo marito è addirittura peggiorato, e tu, sì tu, ancora con gli stessi difetti, quelle debolezze che ti umiliano così tanto. 
Ma no, coraggio! Il Signore viene anche oggi ad annunciarci il suo amore! Il “Padrone”, ovvero il Padre, “fa delle sue cose quello che vuole”: “fa” cioè, di te e di me la sua volontà: “fa” una creazione nuova di te e di me, poveri peccatori “oziosi”.
Ci “fa” suoi “amici”, e per questo ci dona esattamente la stessa vita che ha dato al Primogenito, a Cristo! Allora, è un “torto” ricevere la natura di Dio, il suo potere sulla morte, l’amore nel quale offrirci agli altri e sperimentare la “ricompensa” che nessuno potrà toglierci?
E’ un “torto” ricevere in dono l’eredità che il Padre ha dato a suo Figlio? Pensa quanto ci inganna il demonio… Ma non ti rendi conto che sei “l’ultimo” di questo mondo? Che anche io, prete e missionario, dovrei stare all’inferno per i peccati che ho commesso, in pensieri, parole, opere e le omissioni?
Solo così potremmo aprire gli occhi e vedere che proprio per te e per me, Gesù si è fatto l’ultimo, lo “strumento d’espiazione nel suo sangue”, e viene a cercarci per farci diventare i “primi” tra i salvati. Ultimi perché deboli, incoerenti, nevrotici, peccatori, e “primi” perché più intensamente possiamo sperimentare il suo amore, gratuito, immeritato, insperato. 
Ora si comprende perché Gesù aveva detto al giovane ricco che Dio è “l’unico buono”: è l’unico che ama così, sovvertendo ogni idea sindacale della misericordia. Lui ricompensa di più chi meno merita… Anche se la carne pensa che sia ingiusto, questa è l’unica giustizia possibile, perché abbraccia tutti senza distinzioni.
Quello che non sa il mondo con i suoi “pensieri” che non prevedono il peccato originale nel cuore dell’uomo, è che nessuno merita nulla perché tutti sono stati “disoccupati” nell’incapacità di amare: “Non c’è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù” (Rm 3, 22-30).  
Se, per Grazia, siamo stati chiamati alla salvezza prima dei pagani che ancora sono schiavi del mondo, è in vista della loro salvezza. Lo aveva capito Pietro: ha continuato a seguire Gesù, cadendo altre mille volte, scandalizzandosi della Croce e tradendo; ma così ha sperimentato di essere stato chiamato ad essere il “primo” proprio perché era l’”ultimo” tra tutti, il peggiore.
Come aveva ben chiaro San Paolo: “Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana ” (1 Cor. 8,15-10). 
Proprio per questo desiderava morire per andare con Cristo! Aveva sperimentato quale fosse il “guadagno” che lo Sposo aveva “convenuto” con lui. Ma sapeva che c’era una “vigna” dove “occupare” il proprio “corpo” per “lavorare con frutto” annunciando il Vangelo.
Abbiamo bisogno di camminare molto per scoprire e accettare di essere gli “ultimi”, stupiti e felici del “denaro” ricevuto immeritatamente ogni giorno. Allora “Cristo sarà glorificato in noi” e saremo una primizia tra i risorti inviata agli ultimi della terra, per annunciare loro la “giustificazione” gratuita di Dio che li “fa primi nel Regno dei Cieli”.
Japicca

L' amore fedele

Famiglia Meisner


di Benedetta Frigerio (La nuova bq)

Cristiani fino al midollo e sinceramente desiderosi di dare la vita a Dio, Bob e Audrey Meisner non avrebbero mai pensato di vivere una crisi gravissima dopo 17 anni di matrimonio. Eppure accadde, “proprio quello che mai avrei pensato potesse succedermi”, spiega durante le sue testimonianze Audrey, americana oggi sposata da 34 anni. 
Negli anni lei e suo marito Bob avevano incentrato la propria vita sulle mille attività cristiane, caritative e familiari, cercando anche inconsapevolmente di adeguarsi ad un’immagine di perfezione che li portava a sforzarsi in tutto senza possibilità di cedimenti o cadute. Come se la santità dipendesse dalla presunzione di essere come Dio. Un'intransigenza che lentamente li separò: “Eravamo insieme ma avevamo paura l’uno dell’altra, ci eravamo amati in modo molto romantico”, ma la paura era giunta comunque “perché puntavamo tutto sulle nostre forze”. Audrey spiega infatti che solo ora, dopo anni, vedo ciò che mi portò a tradire mio marito: “Avevo paura dei conflitti, di dire a lui quello che pensavo se gli avesse recato dispiacere, paura di chiedergli di più, perché temevo che avrebbe alzato le barriere per difendersi”. 
Per tutti gli anni di matrimonio e dopo aver avuto tre figli (allora dai 15 ai 13 anni) “pensavo di fare la cosa giusta ad essere sempre buona, brava, efficiente, non tirando mai fuori quello che avevo dentro...Vivevo nella bugia senza mai dire quando ero triste o delusa". Anche "quando mi sentivo disperata, dovevo alzarmi, essere determinata e non essere egoista. E tutte le volte che la Audrey 'nascosta' veniva fuori disperata e triste, volendo essere ascoltata, la mettevo a tacere dicendo 'no, io non sono una persona egoista'”. Ma, purtroppo, se non era egoista, Audrey era orgogliosa e incapace di accettare la sua debolezza. Eppure, spiega Bob, “se mi avesse detto che era triste e delusa avrei reagito…c’è una cosa nel maschio, una tendenza o una fragilità, che è quella di non riuscire ad ammettere che 'io non sono abbastanza', perciò cercavo di essere meglio di quello che pensavo di essere, ma se mi avesse detto cosa provava avrei fatto di tutto, perché odio ferirla o deluderla”.
Ma Audrey cominciò a frequentare un uomo più giovane di lei che veniva nella loro parrocchia: “Era solo un’amicizia, io mi ritenevo forte, senza bisogno di limiti, e quindi andai avanti anche se capivo di esserne ormai dipendente perché mi faceva sentire bella, me lo diceva, e importante. Era come ricevere acqua dopo anni di siccità”. Così la donna, pensando di gestire la situazione, cominciò a concedersi di più, ma “non c’è nulla di peggiore dei piccoli compromessi… quando non vuoi parlare a nessuno di un rapporto che hai vuol dire che sei già prossimo al tradimento”. La notizia del tradimento fu una doccia fredda per Bob: “Dopo 17 anni insieme in realtà eravamo isolati, mentre ci pareva di essere bravi sposi. Mi dicevo: 'Perché? Come è possibile?' e la giudicavo. Ma rimanere nel 'Perché?' non cambia nulla, non ti dà la risposta”. Audrey spiega che anche lei era incredula, perché “non avrei mai sospettato di essere la persona che poteva fare una cosa del genere dato che amo mio marito, amo i bambini, amo Dio”. 
Ma fu lì che tutto cambiò, perché per la prima volta Audrey stava cedendo: “Mi misi in ginocchio e dissi a Dio: 'Non so più che fare, aiutami'. Volevo mi togliesse da queste circostanze invece lui disse al contrario: 'Audrey vengo nell’esatto punto in cui tutto sembra perduto'. Capii che Dio mi avrebbe perdonata, ma nella preghiera mi disse che per ricevere guarigione avrei dovuto confessare tutto a mio marito”. La notizia fu uno tsunami, continua Bob: “Mi trovai davanti ad un fatto che mai mi sarei aspettato. Mi sentivo tradito, volevo andarmene, trattarla male, umiliarla”. Ma poi fece l’unica cosa che portò speranza e redenzione in una situazione apparentemente irreparabile, chiamando il pastore della chiesa che frequentava: “Non riuscivo a stare con lei. Volevo punirla, esporla al pubblico che la accusasse, ma lui mi sfidò dicendomi di tacere per proteggerla. Poi, quella sera, prima di andare a letto, chiesi al pastore che fare: 'Vado in hotel? Vado a dormire sul divano?'. 'No - mi disse - tu vai nel tuo letto perché noi non la daremo vinta allo spirito del divorzio'”.
Una cosa infatti salvò Bob, che “mi venne in mente quando mio padre mi chiamò dicendomi che lasciava mia madre: non avrei fatto questo ai miei figli. Non volevo il divorzio, anche se tutto mi portava a voler umiliare e abbandonare mia moglie”. Audrey spiega la sua gratitudine al marito, perché “la prima cosa, quella che ti salva è una: chiedere aiuto, da lì entra un Altro, entra la speranza”. Anche lei però pur non volendo divorziare all’inizio era tentata di tornare dall’amante: “Ero convinta che lui mi amasse perché mi ascoltava, mi valorizzava, anche se ora vedo chiaramente che non era amore ma un inganno, però non volevo distruggere la mia famiglia”. E poi, continua Bob, “dovevamo accettare di passare per la sofferenza altrimenti avrebbe vinto l'idea di lasciarci. Viviamo in una cultura che ti dà come sola risposta il divorzio, anche per questo serve aiuto". Quindi, continua Audrey, "sono poi grata che c’è stato chi lo ha spronato ad amarmi anche così”. E’ in quel perdono, quando Bob andò a dormire con lei dopo aver saputo del tradimento, “che ho visto che cos’era l’amore vero. La stessa cosa accadde quando mio padre mi disse: 'Tu hai fatto questo, ma tu non sei questo'".

Ma non era finita, perché Audrey scoprì anche di essere incinta. Assalita dalla disperazione pensò all’aborto “io che avevo avuto come solo scopo nella vita comunicare Cristo pensavo di oltraggiare il Suo corpo”. Quando Bob seppe che sua moglie era incinta pensò però che il limite fosse stato oltrepassato e che la sua debolezza non gli avrebbe permesso di continuare, ma “chiamai di nuovo il pastore, sperando che mi dicesse che questo era troppo, invece, senza esitare, mi disse: 'Bob la grazia di Dio ti sarà sufficiente'. Ero così arrabbiato, non volevo la risposta religiosa, ma quelle parole entrarono nel mio cuore. Dio e il Suo Spirito entrarono a darmi la grazia e l’amore necessari che prima non avevo per accettare quel bambino”.
Ma come dirlo ai figli? Anche qui si vede cosa significhi amare e quanto Bob fosse pieno di una forza sovrannaturale: “Invitammo i figli (dai 15 ai 13 anni di età, ndr) in camera. Audrey piangeva, i figli erano pieni di paura, nervosi, io mi alzai e presi la coperta, poi coprii Audrey dalla testa ai piedi e la abbracciai dicendo: “Ragazzi questo e ciò che Dio fa quando sbagliamo: ci copre e ci abbraccia e ci dice: 'Non ti lascerò mai, non ti abbandonerò'”. Così mostrai loro cos’era la speranza e mostrai l’amore per la loro mamma. Poi dissi loro: “Avrete un fratello”. La più piccola delle figlie guardò Bob ridendo, “e anche se riconosceva il mio dolore mi disse: 'Papà avremo un bambino'". “Così - continua Audrey - cominciai a sentire protezione, pace e l’amore di Dio”. Perciò “gli dicevo 'ti amo' ma lui non riusciva a rispondere lo stesso”. Di fatto, spiega Bob, “continuavo a pensare: come può, dopo tutto quello che ha fatto, dirmi ti amo? E combattevo contro le immagini di mia moglie insieme ad un altro”. E poi c’era quel figlio, “che era innocente e non volevo subisse la mia rabbia". Per cui il pastore lo sfidò di nuovo: “Vuoi essere come questa generazioni senza padri o vuoi essere un padre? Bob devi crescere”. Alla fine “ho chiamato il bambino Robert, come me…anche se la frustrazione rimaneva”.
Lo stesso era per Audrey perché “non volevo perdonarmi. Non volevo accettare quella Audrey". Ma un giorno mentre era in preghiera avvertì il sussurro di Dio: “Io ti amo tutta, anche la Audrey che ha fatto un errore, quindi la devi amare anche tu”. Fu solo allora che “abbracciai quella Audrey e la perdonai. E a prendere il posto del dolore fu un senso di grandezza della mia persona, dato dal fatto che Dio mi amava tutta: questa era la mia dignità. Vidi come Dio mi vedeva e ricevetti indietro me stessa. Questo cambiò la mia vita per sempre. Il perdono di Dio lo avevo avuto ma dovevo accettare di perdonarmi io”. Il cambiamento della moglie fece però arrabbiare Bob: “Avevo fatto tutto quello che dovevo, avevo tenuto insieme la mia famiglia ma ero triste, perché soffocavo la mia rabbia. Allora, una sera, vedendola felice, le chiesi di aiutarmi a pregare. Erano passati due anni dal tradimento e quella notte riguardai tutte le immagini ancora presenti nella mia testa. Le guardai una a una dicendo: 'Ti perdono, ti perdono'. Durante la preghiera accadde una cosa incredibile. Sentii il signore sussurrarmi: 'Bob vuoi lasciare che il mio amore entri completamente in te?' Quella notte dissi di sì. L’amore di Dio entrò in me, permettendomi di darlo a Audrey e al bambino”. 
Ora i due coniugi americani aiutano centinaia di coppie in crisi a comprendere l'amore attraverso la fede, dimostrando che se uno ha la volontà di rimanere fedele a Dio e ai suoi comandamenti, domandano aiuto a Lui e ai agli uomini che Lo amano e che credono nella Sua grazia, tutto, ma veramente tutto è possibile. Anche la redenzione laddove parrebbe ormai umanamente impensabile.

venerdì 22 settembre 2017

Sabato della XXIV settimana del Tempo Ordinario



La terra buona produce frutto con la pazienza: 
con ciò intendiamo che le nostre buone opere 
potranno avere qualche valore se sopporteremo con pazienza 
le noie procurateci dal nostro prossimo. 
Del resto, quanto più avanziamo verso la perfezione, 
tanto più abbiamo prove da sopportare; 
una volta che la nostra anima ha abbandonato l'amore del mondo presente, 
l'ostilità di questo mondo cresce. 
Per questo ne vediamo tanti affaticarsi sotto un carico pesante, 
quando le loro opere sono buone... 
Eppure secondo la parola del Signore, «producono frutto con la loro perseveranza» 
nel sopportare umilmente queste prove, 
cosicché, dopo aver faticato, saranno invitati a entrare nella pace del cielo.

San Gregorio Magno

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Dal Vangelo secondo Luca 8, 4-15 

In quel tempo, poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: «Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. Un’altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché vedendo non vedano e ascoltando non comprendano.Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza.

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"Poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città" Gesù mette in chiaro le cose. Insieme alla folla si può "ascoltare" la sua Parola, ma ciò non significa avere fede. Fateci caso, negli esempi che fa Gesù, emerge un tempo successivo all'ascolto, quello nel quale esso dovrebbe penetrare nella terra, mettervi radici e crescere libero. Tra il momento dell'ascolto e quello in cui appare la fede adulta di chi "crede" e dà frutto, vi è un "dopo", un tempo decisivoNon basta dunque ascoltare la Parola di Dio per avere fede. Non è sufficiente ascoltarla durante la messa della domenica, nei gruppi di ascolto, nelle conferenze e nei corsi biblici. E' necessario un tempo di crescita nella fede perché, "dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, si custodisca per produrre frutto con perseveranza". Attenzione, non ci confondiamo: Gesù identifica il seme con coloro che "ascoltano", non i vari tipi di terreno. Ciò significa che, a prescindere della situazione nella quale essi si trovano, la Parola entra e si fa carne con loro. Non importa se si trovano in peccato, se non si sono preparati ad ascoltare. La predicazione giunge quando meno te lo aspetti, perché Dio conosce i tempi e i momenti, e sa quale è quello favorevole per ciascuno. Forse uno ha un'amante da tempo, e ha una doppia vita che lo sta dilaniando. Forse un altro sta rubando sul lavoro, o è schiavo dell'alcool o della droga; forse ha un rancore sordo da anni. Bene, nel momento della predicazione non c'è ostacolo alla semina della Parola. Anzi, i peccatori hanno più possibilità di quelli che si ritengono giusti. E la fede viene dalla predicazione dice San Paolo. In un momento può cambiare la vita, eccome, perché la Parola di Dio ha il potere di risuscitare i morti. Infatti Gesù non dice che il seme che non ha dato frutto è simile a coloro che non hanno creduto. Anzi, tutti hanno accolto e hanno creduto in quel primo momento. Ma poi è successo qualcosa. E' di questo che sta parlando Gesù, del "dopo" successivo alla predicazione e all'ascolto. Quando il "seminatore esce a seminare" siamo ancora nel momento in cui chi ascolta è uno della "folla", confuso tra la "gente" che "accorre a Gesù da ogni città". "Dopo" deve scegliere dove camminare; se seguire l'invito degli apostoli a convertirsi e andare a farsi battezzare, a camminare cioè in una seria iniziazione cristiana, il "terreno buono" dove far crescere il seme, oppure se scegliere un percorso fai da te. Questo è il punto decisivo, e si può cambiare "terreno" anche "strada facendo". Perché l'ascolto è solo l'inizio di un cammino serio di conversione durante il quale si vedrà, concretamente, se si ha "ascoltato con cuore integro e buono", cioè retto e sincero, oppure no. La parabola è diretta proprio a quanti sono già nella Chiesa, hanno ascoltato e creduto. A noi. E ci chiede: dove ci troviamo oggi? Stiamo camminando sul "terreno buono" della comunità cristiana, oppure abbiamo disobbedito e ci siamo avventurati sulla "strada" tracciata dai nostri criteri e asfaltata dal nostro orgoglio? Se siamo sulla "strada" allora di certo i fatti e le persone ci stanno "calpestando", ci arrivano come frustrazioni e non ci capiamo nulla. Per caso, sentimentali e bambinoni superficiali che non possono "mettere radici", dopo aver "accolto la Parola con gioia e creduto per un po'", siamo inciampati tra le "pietre" scandalizzati dalle "prove" che non ci aspettavamo? Forse abbiamo creduto che seguire Gesù ci avrebbe resi immuni dai problemi, e invece tutto il contrario, accidenti.

E per questo, la gioia si è sciolta come neve al sole trasformandosi in una paura che ci ha chiuso il cuore per difendere i nostri beni, il nostro tempo e i nostri progetti diventando così impermeabili alla Grazia. Oppure siamo tra quelli che il mondo e i "piaceri della vita" hanno di nuovo irretito. Non solo quelli grossolani, ma anche i "piaceri" più fini e corretti: i voti migliori per i figli, una carriera dignitosa, casa e vacanze assicurate, senza esagerare per carità... E' per questo che ci sentiamo "soffocare" dalle preoccupazioni: il mutuo, le rate della macchina e del televisore, la retta della piscina e dei corsi di russo dei figli, e poi la cellulite, il dirigente che non si accorge di me... Ci siamo dentro tutti, vero? Vuol dire che siamo usciti dalla "terra buona". Ma coraggio, oggi il Signore viene di nuovo a svelarci "i misteri del Regno di Dio" per chiamarci a conversione, cioè a tornare all'unica terra dove si impara a "custodire" il "seme" dagli attacchi del diavolo che vuole "rubarlo" per impedire di credere. Solo nella comunità cristiana c'è "l'umidità" necessaria per "mettere radici" capaci di resistere alle tentazioni e nelle "prove": la cura dei pastori e dei catechisti, il Magistero della Chiesa, i sacramenti, e la predicazione che illumina di nuovo i fatti della storia alla luce della fede. Coraggio, perché il Signore ci ama, e vuole donarci la natura nuova di figli di Dio, che sa "custodire" il tesoro della vita divina e "produce il frutto" dell'amore "con perseveranza". E' in questa, infatti, che si distinguono i cristiani che camminano nella terra buona. Il loro amore dura per sempre, con tutti e in ogni circostanza. Non è passione o sentimento, è vita donata, concretamente, ogni giorno, anche al nemico. E' la vita seminata dalla predicazione che ci fa seme nel Seme, figli nel Figlio, sposa nello Sposa, amore nell'Amore.

Cari musulmani in Italia, avete ragione voi.




di Roberto Marchesini (La nuova bq)
Sondaggio choc de Il Giorno: un musulmano su tre non vuole integrarsi. Da un sondaggio in esclusiva per Il Giorno condotto da IPR Marketing risulta che il 50-60% degli immigrati  non si mantiene grazie ad una attività lavorativa. Ovvio, considerato che l'Italia non riesce a garantire un lavoro a tutti gli italiani occupabili. Come farà, dunque, il nostro paese a garantire l'integrazione a tutti gli immigrati irregolari che sono arrivati (e continuano ad arrivare) in massa sulle nostre coste?
Non è un problema. Un terzo di essi (il 31%, secondo il sondaggio IPR) non ha nessuna intenzione di integrarsi. E allo sconcerto della sinistra («Casa e lavoro per tutti!») si unisce quello dei liberali («Chi viene in Italia è tenuto ad integrarsi!»). Così stanno le cose: buona parte degli immigrati musulmani non hanno nessuna intenzione di integrarsi. Non gliene può fregare di meno. E adesso che si fa?
Ottima domanda, però... pensandoci bene... non hanno tutti i torti.
Nemmeno io voglio integrarmi.
Non voglio integrarmi in una società dove vige la legge del più forte, nella quale i poveri, i deboli, i fragili e gli ultimi sono merce, oggetti senza valore e sacrificabili.
Non voglio integrarmi in una società nella quale ogni anno vengono abortiti milioni di bambini; che preme perché ci siano più aborti; che considera l'obiezione di coscienza all'aborto un problema da risolvere.
Non voglio integrarmi in una società che considera i disabili, gli anziani, i malati come un peso inutile da sopprimere; che considera «degna» solamente la vita di chi è giovane, sano e autosufficiente (ma chi lo è?).
Non voglio integrarmi in una società che offre, a chi è depresso, il suicidio invece di amore ed accoglienza; che nega ogni dignità alla sofferenza, che rifiuta assistenza e prossimità.
Non voglio integrarmi in una società che impedisce di lavorare a chi non si conforma al mainstream; che affida la propria politica economica (e quindi la vita e la libertà dei propri cittadini) al mercato e ai suoi interessi; che è governata dalle lobbyanziché dal popolo.
Non voglio integrarmi in una società nella quale la scuola ha rinunciato ad istruire e mira solamente a diffondere assurde ideologie; che si rifiuta di riconoscere ai genitori il dovere (prima ancora del diritto) di educare i propri figli; e che minaccia di sbattere in galera chi denuncia questo intollerabile sopruso.
Non voglio integrarmi in una società fondata sulla menzogna, nella quale le notizie dissonanti vengono censurate dal governo come «fake news».
Non voglio integrarmi in una società materialista, edonista e consumista, nella quale il valore di una persona dipende da quanto guadagna o da quanto spende; nella quale la dignità, il pudore e i valori sono quotidianamente sacrificati sull'altare della reputazione.
Non voglio integrarmi. Non ne vale la pena. Preferisco essere emarginato, escluso, ghettizzato. Anzi...
Cari musulmani in Italia, avete ragione voi.

Educare all’umanesimo solidale



Di seguito il testo integrale del nuovo documento della Congregazione per l’educazione cattolica, “Educare all’umanesimo solidale. Per costruire una ‘civiltà dell’amore’ a 50 anni dalla Populorum progressio”, presentato oggi, venerdì 22 settembre 2017, durante una conferenza stampa in Vaticano. Il testo porta la data del 16 aprile 2017 ed è firmato dal cardinale Giuseppe Versaldi e dall’arcivescovo Angelo Vincenzo Zani, rispettivamente prefetto e segretario del dicastero.
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Educare all’umanesimo solidale
Per costruire una “civiltà dell’amore”
a 50 anni dalla Populorum progressio
Orientamenti
Introduzione
1. Cinquant’anni fa, con l’enciclica Populorum progressio, la Chiesa annunciava agli uomini e alle donne di buona volontà il carattere mondiale assunto dalla questione sociale[1]. Tale annuncio non si limitava a suggerire uno sguardo più largo, in grado di abbracciare porzioni sempre più grandi di umanità, ma offriva un nuovo modello etico-sociale. In essa si doveva operare per la pace, la giustizia e la solidarietà, con una visione in grado di cogliere l’orizzonte globale delle scelte sociali. I presupposti di questa nuova visione etica erano emersi qualche anno prima, nel Concilio Vaticano II, con la formulazione del principio di interdipendenza planetaria e del destino comune di tutti i popoli della Terra[2]. Negli anni a venire, la validità esplicativa di tali principi trovò numerose conferme. L’uomo contemporaneo ha più volte fatto esperienza che ciò che accade in una parte del mondo può influire su altre, e che nessuno può a priori sentirsi al sicuro in un mondo nel quale esiste sofferenza o miseria. Se allora s’intravedeva la necessità di occuparsi del bene altrui come fosse il proprio, oggi tale raccomandazione assume un’evidente priorità nell’agenda politica dei sistemi civili[3].
2. La Populorum progressio, in tal senso, può essere considerata il documento programmatico della missione della Chiesa nell’era della globalizzazione[4]. La sapienza che promana dai suoi insegnamenti guida ancora oggi il pensiero e l’azione di quanti vogliono costruire la civiltà dell’«umanesimo plenario»[5], offrendo – nell’alveo del principio di sussidiarietà – «modelli praticabili di integrazione sociale» scaturiti dal proficuo incontro tra «la dimensione individuale e quella comunitaria»[6]. Questa integrazione esprime gli obiettivi della «Chiesa in uscita», la quale «accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario […], accompagna l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere»[7]. I contenuti di questo umanesimo solidale hanno bisogno di essere vissuti e testimoniati, formulati e trasmessi[8] in un mondo segnato da molteplici differenze culturali, attraversato da eterogenee visioni del bene e della vita e caratterizzato dalla convivenza di credenze diverse. Per rendere possibile questo processo – come afferma Papa Francesconell’enciclica Laudato Si’ – «bisogna tener presente che i modelli di pensiero influiscono realmente sui comportamenti. L’educazione sarà inefficace e i suoi sforzi saranno sterili se non si preoccupa anche di diffondere un nuovo modello riguardo all’essere umano, alla vita, alla società e alla relazione con la natura».[9]
Con il presente documento la Congregazione per l’Educazione Cattolica si prefigge di proporre le linee principali dell’educazione all’umanesimo solidale.
1. Scenari attuali
3. Il mondo contemporaneo, multiforme e in continua trasformazione, è attraversato da molteplici crisi. Esse sono di varia natura: crisi economiche, finanziarie, del lavoro; crisi politiche, democratiche, di partecipazione; crisi ambientali e naturali; crisi demografiche e migratorie, ecc. I fenomeni prodotti da tali crisi rivelano quotidianamente il loro carattere drammatico. La pace è continuamente minacciata e, al fianco delle guerre tradizionali, combattute fra eserciti regolari, è assai diffusa l’insicurezza generata dal terrorismo internazionale, sotto i cui colpi si producono sentimenti di reciproca diffidenza e odio, così da favorire lo sviluppo di sentimenti populistici, demagogici, che rischiano di aggravare i problemi, favorendo la radicalizzazione dello scontro fra culture diverse. Guerre, conflitti e terrorismo sono a volte la causa, a volte l’effetto, delle sperequazioni economiche e dell’ingiusta ripartizione dei beni del creato.
4. Da tali iniquità si generano miseria, disoccupazione e sfruttamento. Le statistiche degli organismi internazionali mostrano i connotati dell’emergenza umanitaria in corso, che riguarda anche l’avvenire, se si misurano gli effetti del sottosviluppo e delle migrazioni nelle giovani generazioni. Né possono dirsi esenti da tali pericoli le società industrializzate, nelle quali le aree di marginalità sono aumentate[10]. Di particolare rilievo è il complesso fenomeno delle migrazioni, esteso in tutto il pianeta, dal quale si generano incontri e scontri di civiltà, accoglienza solidale e populismi intolleranti e intransigenti. Siamo di fronte a un processo che è stato opportunamente definito un cambiamento epocale[11]. Esso mette in evidenza un umanesimo decadente, fondato spesso sul paradigma dell’indifferenza.
5. L’elenco dei problemi potrebbe allungarsi, mentre non devono essere taciute le opportunità positive che il mondo attuale presenta. La globalizzazione delle relazioni è anche la globalizzazione della solidarietà. Ne abbiamo avuto numerosi esempi in occasione delle grandi tragedie umanitarie causate dalla guerra o in casi di catastrofi naturali: le catene di solidarietà e le iniziative assistenziali e caritatevoli hanno coinvolto cittadini di ogni angolo del mondo. Allo stesso modo, negli ultimi anni sono sorte iniziative sociali, movimenti e associazioni, a favore di una globalizzazione più equa, attenta ai bisogni dei popoli economicamente in difficoltà. A fondare molte di queste iniziative, e a parteciparvi, sono spesso cittadini delle nazioni più ricche, i quali potrebbero godere dei vantaggi delle disuguaglianze, mentre spesso lottano per i principi di giustizia sociale con gratuità e determinazione.
6. È paradossale che l’uomo contemporaneo abbia raggiunto traguardi importanti nella conoscenza delle forze della natura, della scienza e della tecnica e, al tempo stesso, sia carente di una progettualità per una convivenza pubblica adeguata allo scopo di rendere l’esistenza di ciascuno e di tutti accettabile e dignitosa. Ciò che, forse, è mancato, finora, è lo sviluppo congiunto delle opportunità civili con un piano educativo in grado di veicolare le ragioni della cooperazione in un mondo solidale. La questione sociale, come disse Benedetto XVI, è oggi una questione antropologica[12], che chiama in causa una funzione educativa non più rinviabile. Per questa ragione, è necessario “un nuovo slancio del pensiero per comprendere meglio le implicazioni del nostro essere una famiglia; l’interazione tra i popoli del pianeta ci sollecita a questo slancio, affinché l’integrazione avvenga nel segno della solidarietà piuttosto che della marginalizzazione.”[13]
2. Umanizzare l’educazione
7. «Esperta di umanità», come sottolineò cinquant’anni fa la Populorum progressio[14], la Chiesa ha sia la missione sia l’esperienza per indicare i percorsi educativi adeguati alle sfide attuali. La sua visione educativa è al servizio della realizzazione degli scopi più alti dell’umanità. Tali scopi furono messi in evidenza, con lungimiranza, nella Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis: lo sviluppo armonico delle capacità fisiche, morali e intellettuali, finalizzate alla graduale maturazione del senso di responsabilità; la conquista della vera libertà; la positiva e prudente educazione sessuale[15]. Lungo tale prospettiva, si intuiva che l’educazione doveva essere al servizio di un nuovo umanesimo, nel quale la persona sociale era disponibile al dialogo e operava per la realizzazione del bene comune[16].
8. Le esigenze indicate dalla Gravissimum educationis sono ancora attuali. Nonostante le concezioni antropologiche basate sul materialismo, sull’idealismo, sull’individualismo e sul collettivismo vivano una fase decadente, ancora esercitano una certa influenza culturale. Esse spesso intendono l’educazione come un percorso di addestramento dell’individuo alla vita pubblica, nella quale agiscono le diverse correnti ideologiche, in competizione fra loro per l’egemonia culturale. In questo contesto, la formazione della persona risponde ad altre esigenze: l’affermazione della cultura del consumo, dell’ideologia del conflitto, del pensiero relativista, ecc. È necessario, perciò, umanizzare l’educazione, cioè farne un processo nel quale ciascuna persona possa sviluppare le proprie attitudini profonde, la propria vocazione, e con ciò contribuire alla vocazione della propria comunità. “Umanizzare l’educazione”[17]significa mettere la persona al centro dell’educazione, in un quadro di relazioni che costituiscono una comunità viva, interdipendente, legata ad un destino comune. In questo modo si qualifica l’umanesimo solidale.
9. Umanizzare l’educazione significa, ancora, prendere atto che c’è bisogno di aggiornare il patto educativo fra le generazioni. In modo costante, la Chiesa afferma che «la buona educazione familiare è la colonna vertebrale dell’umanesimo»[18], e di là si propagano i significati di una educazione al servizio dell’intero corpo sociale, basata sulla mutua fiducia e sulla reciprocità dei doveri[19]. Per tali ragioni le istituzioni scolastiche e accademiche che intendano porre la persona al centro della propria missione sono chiamate a rispettare la famiglia come prima società naturale, e a mettersi al suo fianco, in una retta concezione di sussidiarietà.
10. Un’educazione umanizzata, perciò, non si limita a elargire un servizio formativo, ma si occupa dei risultati di esso nel quadro complessivo delle attitudini personali, morali e sociali dei partecipanti al processo educativo; non chiede semplicemente al docente di insegnare e allo studente di apprendere, ma sollecita ciascuno a vivere, studiare e agire, in relazione alle ragioni dell’umanesimo solidale; non progetta spazi di divisione e contrapposizione ma, al contrario, propone luoghi di incontro e confronto per realizzare progetti educativi validi; si tratta di un’educazione – allo stesso tempo – solida e aperta, che rompe i muri dell’esclusività, promuovendo la ricchezza e la diversità dei talenti individuali ed estendendo il perimetro della propria aula in ogni angolo del vissuto sociale nel quale l’educazione può generare solidarietà, condivisione, comunione[20].
3. Cultura del dialogo
11. La vocazione alla solidarietà chiama le persone del XXI secolo a misurarsi con le sfide della convivenza multiculturale. Nelle società globali convivono quotidianamente cittadini di tradizioni, culture, religioni e concezioni del mondo differenti, e da ciò si producono spesso incomprensioni e conflitti. In tali circostanze, le religioni sono spesso considerate come strutture di principi e di valori monolitici, intransigenti, incapaci di condurre l’umanità alla società globale. La Chiesa cattolica, al contrario, «nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni», ed è suo dovere «annunciare la croce di Cristo come segno dell’amore universale di Dio e come fonte di ogni grazia»[21]. E’ altresì convinta che, in realtà, le difficoltà sono spesso il risultato di una mancata educazione all’umanesimo solidale, basata sulla formazione alla cultura del dialogo.
12. La cultura del dialogo non raccomanda il semplice parlarsi per conoscersi, così da attutire l’effetto estraniante dell’incontro fra cittadini di diverse culture. L’autentico dialogo avviene in un quadro etico di requisiti e atteggiamenti formativi nonché di obiettivi sociali. I requisiti etici per dialogare sono la libertà e l’uguaglianza: i partecipanti al dialogo devono essere liberi dai loro interessi contingenti e devono essere disponibili a riconoscere la dignità di tutti gli interlocutori. Questi atteggiamenti sono sostenuti dalla coerenza con il proprio specifico universo di valori. Ciò si traduce nella generale intenzione di far coincidere azione e dichiarazione, in altre parole, di collegare i principi etici annunciati (per esempio pace, equità, rispetto, democrazia…) con le scelte sociali e civili compiute. Si tratta di una «grammatica del dialogo», come indicato da Papa Francesco, in grado di «costruire ponti e […] trovare risposte alle sfide del nostro tempo»[22].
13. Nel pluralismo etico-religioso, perciò, le religioni possono essere al servizio, e non d’intralcio, alla convivenza pubblica. A partire dai loro valori positivi di amore, speranza e salvezza, in un quadro di relazioni performativo e coerente, le religioni possono contribuire in modo determinante al conseguimento degli obiettivi sociali di pace e di giustizia. In tale prospettiva, la cultura del dialogo afferma una concezione propositiva dei rapporti civili. Invece di ridurre la religiosità alla sfera individuale, privata e riservata, e costringere i cittadini a vivere nello spazio pubblico unicamente le norme etiche e giuridiche dello Stato, capovolge i termini del rapporto, e invita le credenze religiose a professare in pubblico i propri valori etici positivi.
14. L’educazione all’umanesimo solidale ha la gravissima responsabilità di provvedere alla formazione di cittadini provvisti di un’adeguata cultura del dialogo. D’altronde la dimensione interculturale è di frequente vissuta nelle aule scolastiche di ogni ordine e grado, nonché nelle istituzioni universitarie, per cui è da lì che si deve procedere per diffondere la cultura del dialogo. Il quadro di valori nel quale vive, pensa e agisce il cittadino formato al dialogo è sostenuto da principi relazionali (gratuità, libertà, uguaglianza, coerenza, pace e bene comune) che entrano in modo positivo e decisivo nei programmi didattici e formativi delle istituzioni e agenzie che hanno a cuore l’umanesimo solidale.
15. È proprio della natura dell’educazione la capacità di costruire le basi per un dialogo pacifico e permettere l’incontro tra le diversità con l’obiettivo primario di edificare un mondo migliore. Si tratta, in primo luogo, di un processo educativo dove la ricerca di una convivenza pacifica e arricchente si áncora nel più ampio concetto di essere umano – nella sua caratterizzazione psicologica, culturale e spirituale – oltre ogni forma di egocentrismo e di etnocentrismo secondo una concezione di sviluppo integrale e trascendente della persona e della società[23].
4. Globalizzare la speranza
16. «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace», concludeva la Populorum progressio[24]. Tale affermazione ha trovato sostegni e conferme nei decenni successivi, così come sono state chiarite le direzioni dello sviluppo sostenibile dal punto di vista economico, sociale e ambientale. Sviluppo e progresso, tuttavia, rimangono ancora delle descrizioni dei processi, non dicono molto sui fini ultimi del divenire storico-sociale. Lungi dall’esaltare il mito del progresso immanente alla ragione e alla libertà, la Chiesa cattolica collega lo sviluppo all’annuncio della redenzione cristiana, la quale non è un’indefinita e futuribile utopia, ma è già «sostanza della realtà», nel senso che per essa «sono già presenti in noi le cose che si sperano: il tutto, la vita vera»[25].
17. È necessario, dunque, attraverso la speranza nella salvezza, essere già segni vivi di essa. Nel mondo globalizzato come può propagarsi il messaggio di salvezza in Gesù Cristo? «Non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore»[26]. La carità cristiana propone grammatiche sociali universalizzanti e inclusive. Tale carità informa le scienze che, impregnate di essa, accompagneranno l’uomo alla ricerca di senso e di verità nel creato. L’educazione all’umanesimo solidale, con ciò, deve partire dalla certezza del messaggio di speranza contenuto nella verità di Gesù Cristo. Spetta ad essa, dunque, di irradiare tale speranza, quale messaggio veicolato dalla ragione e dalla vita attiva, presso i popoli di ogni parte del mondo.
18. Globalizzare la speranza è la specifica missione dell’educazione all’umanesimo solidale. Una missione che si adempie attraverso la costruzione di rapporti educativi e pedagogici che addestrino all’amore cristiano, che creino gruppi basati sulla solidarietà, nei quali il bene comune è connesso virtuosamente al bene di ogni suo componente, che trasformi il contenuto delle scienze in linea con la piena realizzazione della persona e della sua appartenenza all’umanità. Proprio l’educazione cristiana può svolgere tale compito primario perché essa «è un far nascere, è un far crescere, si colloca nella dinamica del dare la vita. E la vita che nasce è la sorgente più zampillante di speranza»[27].
19. Globalizzare la speranza significa anche sostenere le speranze della globalizzazione. Da una parte, infatti, la globalizzazione ha moltiplicato le opportunità di crescita e aperto i rapporti sociali a nuove e inedite possibilità. Dall’altra, oltre ad alcuni benefici, essa ha causato sperequazioni, sfruttamenti, e ha indotto, in modo perverso, alcuni popoli a subire un’esclusione drammatica dai circuiti del benessere. Una globalizzazione senza visione, senza speranza, cioè senza un messaggio che è al tempo stesso annuncio e vita concreta, è destinata a produrre conflitti e a generare sofferenze e miserie.
5. Per una vera inclusione
20. Per corrispondere alla propria funzione, i progetti formativi dell’educazione all’umanesimo solidale mirano ad alcuni obiettivi fondamentali. Lo scopo principale è di consentire ad ogni cittadino di sentirsi attivamente partecipe nella costruzione dell’umanesimo solidale. Gli strumenti impiegati devono favorire il pluralismo, stabilendo spazi di dialogo finalizzati alla rappresentazione delle istanze etiche e normative. L’educazione all’umanesimo solidale deve curare con particolare attenzione che l’apprendimento delle scienze corrisponda alla consapevolezza di un universo etico in cui la persona agisce. In particolare, tale retta concezione dell’universo etico deve procedere verso l’apertura di orizzonti del bene comune progressivamente più ampi, fino a estendersi all’intera famiglia umana.
21. Tale processo inclusivo supera i contorni delle persone ora viventi sulla terra. Il progresso scientifico e tecnologico ha mostrato, in questi anni, come le scelte compiute nel presente siano in grado di influire sugli stili di vita, e in alcuni casi sulla stessa esistenza dei cittadini delle future generazioni. «La nozione di bene comune coinvolge anche le generazioni future»[28]. Il cittadino di oggi, infatti, deve essere solidale con i suoi contemporanei ovunque si trovino, ma anche con i futuri cittadini del pianeta. Siccome «il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi […] e c’è bisogno di leadership che indichino strade, cercando di rispondere alle necessità delle generazioni attuali includendo tutti, senza compromettere le generazioni future»[29], allora lo specifico compito a cui può assolvere l’educazione all’umanesimo solidale è contribuire a edificare tale cultura basata su un’etica intergenerazionale.
22. Ciò significa che l’educazione estende l’ambito classico della portata della sua azione. Se finora si è ritenuta la scuola come l’istituzione formante i cittadini di domani, se le agenzie formative preposte all’educazione permanente si occupano dei cittadini del presente, attraverso l’educazione all’umanesimo solidale si cura l’umanità del futuro, i posteri, a cui si deve essere solidali attuando scelte responsabili. È ancora più vero per quanto concerne la formazione accademica, perché è attraverso di essa che si forniscono le competenze necessarie per effettuare le scelte decisive agli equilibri dei sistemi umano-sociali, naturali, ambientali, ecc.[30] I temi sviluppati nei corsi universitari, in tal senso, dovrebbero svolgersi attorno a un criterio decisivo per la valutazione della sua qualità: la sostenibilità con le esigenze delle future generazioni.
23. Per essere una vera inclusione si deve compiere l’ulteriore passo di entrare in un rapporto di solidarietà con le generazioni che ci hanno preceduto. Purtroppo l’affermazione del paradigma tecnocratico ha, in alcuni casi, ridimensionato il sapere storico, scientifico ed umanistico – con il suo patrimonio letterario ed artistico – mentre una retta visione della storia e dello spirito con cui i nostri antenati hanno affrontato e superato le loro sfide, può aiutare l’uomo nella complessa avventura della contemporaneità. Le società umane, le comunità, i popoli, le nazioni sono il frutto di passaggi della storia nei quali si rivela una specifica identità in continua elaborazione. Cogliere il nesso fecondo fra il divenire storico di una comunità e la sua vocazione al bene comune e al compimento dell’umanesimo solidale implica la formazione di una coscienza storica, basata sulla consapevolezza dell’inscindibile unità che porta gli antenati, i contemporanei e i posteri, a superare i gradi di parentela per riconoscersi tutti ugualmente figli dell’unico Padre, e dunque in un rapporto di solidarietà universale[31].
6. Reti di cooperazione
24. Così come l’enciclica Populorum progressio raccomanda la stesura di «programmi concertati»[32], oggi è evidente la necessità di far convergere le iniziative educative e di ricerca verso i fini dell’umanesimo solidale, nella consapevolezza che «non possono rimanere dispersi e isolati, tanto meno opposti gli uni agli altri per ragioni di prestigio o di potenza»[33]. Erigere reti di cooperazione, dal punto di vista educativo, scolastico e accademico, significa attivare dinamiche inclusive, in costante ricerca di nuove possibilità di immettere nel proprio circuito di insegnamento e apprendimento soggetti diversi, in particolare quelli a cui è difficile poter usufruire di un piano formativo adeguato alle proprie necessità. Ricordando, infatti, che l’educazione è ancora una risorsa scarsa nel mondo, in considerazione che esistono porzioni di umanità che soffrono della mancanza di istituzioni idonee allo sviluppo, il primo impegno dell’educazione all’umanesimo solidale consiste nella socializzazione di sé, attraverso l’organizzazione di reti di cooperazione.
25. Un’educazione all’umanesimo solidale sviluppa reti di cooperazione nei diversi ambiti di esercizio dell’attività educativa, e in particolare della formazione accademica. Innanzitutto, domanda agli attori educativi di assumere un atteggiamento congruo alla collaborazione. In particolare, predilige la collegialità del corpo docente nella preparazione dei programmi formativi, e la collaborazione fra gli studenti per quanto concerne le modalità di apprendimento e gli ambienti formativi. Non solo: quali cellule vive dell’umanesimo solidale, legate da un patto educativo e da un’etica intergenerazionale, la solidarietà fra chi insegna e chi apprende deve essere progressivamente inclusiva, plurale e democratica.
26. L’università dovrebbe essere la principale fucina per la formazione alla cooperazione nella ricerca scientifica, prediligendo – nell’alveo dell’umanesimo solidale – l’organizzazione di ricerche collettive, in ogni ambito della conoscenza, i cui risultati possano essere corroborati dall’oggettività scientifica dell’applicazione di logiche, metodi e tecniche idonee ma anche dall’esperienza di solidarietà compiuta dai ricercatori. Si tratta di favorire la formazione di gruppi di ricerca integrati fra personale docente, giovani ricercatori e studenti, e anche di sollecitare la collaborazione fra istituzioni accademiche situate in un contesto internazionale. Le reti di cooperazione dovranno istituirsi fra soggetti educativi e soggetti di altro genere, per esempio dal mondo delle professioni, delle arti, del commercio, dell’impresa e da tutti i corpi intermedi della società nei quali l’umanesimo solidale ha bisogno di propagarsi.
27. Da più parti si solleva la domanda per un’educazione che superi le insidie dei processi di massificazione culturale, dai quali si producono gli effetti nocivi del livellamento e, con ciò, della manipolazione consumistica. L’insorgere di reti di cooperazione, nel quadro dell’educazione all’umanesimo solidale, può provvedere al superamento di tali sfide, perché offre decentramento e specializzazione. In una prospettiva di sussidiarietà educativa, tanto al livello nazionale che internazionale, si favorisce la condivisione di responsabilità e di esperienze, indispensabile per ottimizzare le risorse ed evitare i rischi. In tal modo si costruisce una rete non solo di ricerca ma, soprattutto, di servizio dove ci si aiuta vicendevolmente e si condividono le nuove scoperte, “scambiandosi i docenti per determinati periodi e sviluppando quelle iniziative che incrementano la loro collaborazione.”[34]  
7. Prospettive
28. L’educazione e l’istruzione scolastica e universitaria sono stati sempre al centro della proposta della Chiesa cattolica nella vita pubblica. Essa ha difeso la libertà di istruzione quando, nelle culture secolarizzate e laiciste, sembravano ridursi gli spazi assegnabili alla formazione ai valori religiosi. Attraverso l’educazione, ha continuato a rifornire di principi e di valori la convivenza pubblica quando le società moderne, illuse dai traguardi scientifici e tecnologici, giuridici e culturali, credevano insignificante la cultura cattolica. Oggi come in ogni epoca, alla Chiesa cattolica incombe ancora la responsabilità di contribuire, con il proprio patrimonio di verità e di valori, all’edificazione dell’umanesimo solidale, per un mondo pronto ad attualizzare la profezia contenuta nell’enciclica Populorum progressio.
29. Per dare un’anima al mondo globale, attraversato da un costante cambiamento, la Congregazione per l’Educazione Cattolicarilancia la priorità dell’edificazione della “civiltà dell’amore”[35] ed esorta tutti coloro che per professione e per vocazione sono impegnati nei processi educativi – a tutti i livelli – a vivere con dedizione e sapienza tale loro esperienza, all’insegna dei principi e dei valori enucleati. Questo Dicastero – dopo il Congresso Mondiale “Educare oggi e domani. Una passione che si rinnova” (Roma-Castel Gandolfo, 18-21 novembre 2015) – ha qui dato eco alle riflessioni e alle sfide emerse sia da parte dei docenti, dei discenti e dei genitori sia delle Chiese particolari, delle Famiglie religiose e delle Associazioni impegnate nel vasto universo dell’educazione.
30. I presenti orientamenti sono consegnati a tutti i soggetti coinvolti con passione a rinnovare quotidianamente la missione educativa della Chiesa nei diversi continenti. Si vuole, altresì, offrire uno strumento utile per il dialogo costruttivo con la società civile e gli Organismi Internazionali. Nello stesso tempo, Papa Francesco ha eretto la Fondazione “Gravissimum educationis[36] per quelle “finalità scientifiche e culturali volte a promuovere l’educazione cattolica nel mondo”[37].
31. In conclusione, i temi e gli orizzonti da esplorare – a partire dalla cultura del dialogo, dalla globalizzazione della speranza, dall’inclusione e dalle reti di cooperazione – sollecitano tanto l’esperienza formativa e d’insegnamento quanto l’attività di studio e di ricerca. Sarà necessario, perciò, favorire la comunicazione di tali esperienze e dei risultati delle ricerche, così da consentire a ciascun soggetto impegnato nell’educazione all’umanesimo solidale di cogliere il senso della propria iniziativa nel processo globale di costruzione di un mondo fondato sui valori della solidarietà cristiana.
Roma il 16 aprile, solennità della risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, dell’anno 2017
Card. Giuseppe Versaldi, Prefetto
Arciv. Angelo Vincenzo Zani, Segretario
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INDICE
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NOTE
[1] PAOLO VI, Lettera enciclica Populorum progressio (26 marzo 1967), 3.
[2] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione pastorale Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (28 ottobre 1965), 4-5.
[4] Anche per questo la Populorum progressio è stata spesso accostata, per la portata del suo discorso sociale, alla Rerum novarum di Leone XIII: cf. GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Sollicitudo rei socialis (30 dicembre 1987), 2-3; BENEDETTO XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate (29 giugno 2009), 8.
[7] PAPA FRANCESCO, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (24 novembre 2013), 24.
[8] “L’amore nella verità — Caritas in veritate — è una grande sfida per la Chiesa in un mondo in progressiva e pervasiva globalizzazione. Il rischio del nostro tempo è che all’interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l’interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale possa emergere come risultato uno sviluppo veramente umano.” BENEDETTO XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate (29 giugno 2009), 9.
[9] PAPA FRANCESCO, Lettera enciclica sulla cura della casa comune Laudato si’ (24 maggio 2015), 215.
[10] Cf. UNICEF, Rapporto sulla condizione dell’infanzia nel mondo 2016, Unicef, Firenze 2016; UNICEF, Figli della recessione. L’impatto della crisi economica sul benessere dei bambini nei paesi ricchi, Unicef-Office of Research Innocenti, Firenze 2014.
[11] Cf. INTERNATIONAL ORGANIZATION FOR MIGRATION, World Migration Report 2015 – Migrants and Cities: New Partnerships to Manage Mobility, IOM, Geneva 2015.
[12] BENEDETTO XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate (29 giugno 2009), 75.
[13] Ibid, 53
[15] Cf. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Dichiarazione sull’Educazione Cristiana Gravissimum educationis (28 ottobre 1965), 1 B.
[16] Ibid., 1.
[21] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane Nostra Aetate (28 ottobre 1965), 2, 4.
[25] BENEDETTO XVI, Lettera enciclica Spe salvi (30 novembre 2007), 7.
[26] Ivi, 26.
[28] PAPA FRANCESCO, Lettera enciclica sulla cura della casa comune Laudato si’ (24 maggio 2015), 159.
[29] Ivi, 53.
[30] Cf. GIOVANNI PAOLO II, Costituzione Apostolica Ex corde Ecclesiae (15 agosto 1990), 34.
[32] Ivi, 50.
[34] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Dichiarazione sull’Educazione Cristiana Gravissimum educationis, 12
[35] L’espressione “civiltà dell’amore” è stata usata da Paolo VI per la prima volta il 17 maggio 1970, festa della Pentecoste (Insegnamenti, VIII/1970, 506), e ripresa più volte durante il suo pontificato.