martedì 15 maggio 2018

Incontro del Santo Padre Francesco con la Diocesi di Roma.

Sala stampa della Santa Sede


Alle ore 19.00 di questa sera, il Santo Padre Francesco si è recato nella Basilica Papale di San Giovanni in Laterano per l’incontro con la Diocesi di Roma. Al suo arrivo, il Papa è stato accolto da S.E. Mons. Angelo De Donatis, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma. Erano presenti, tra gli altri, i vescovi ausiliari, i sacerdoti, i religiosi e le religiose ed i rappresentanti laici delle parrocchie, delle realtà ecclesiali, delle cappellanie e delle scuole cattoliche della città. Questo incontro ha concluso il cammino di riflessione sulle “malattie spirituali” avviato, su invito dell’Arcivescovo Vicario, dalle parrocchie e dalle prefetture all’inizio della Quaresima. Quindi, dopo il momento della preghiera d’inizio, don Paolo Asolan, Professore del Pontificio Istituto Pastorale Redemptor Hominis della Pontificia Università Lateranense, ha presentato al Santo Padre la sintesi dei lavori pervenuti dalle parrocchie curata da una Commissione diocesana. 

È un dramma, non uno storytelling

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Riporto da "Tempi"

Figlie che diventano figli, madri maschi, padri femmine.

di Ilaria Specchi
«Sono rimasto incinta», «si parla dell’invidia del pene, nessuno da cos’è l’invidia del parto», «per Pasqua mia madre mi ha regalato tre fialette di testoviron da 250 milligrammi e mi ha reso l’uomo più felice del mondo». Un corpo non è una corporazione, è un corpo. Ma ora è importante farne una corporazione, cosicché qualunque considerazione a proposito risulti faziosa, perfino razzista se non allienata. Non lo diciamo noi. In questi giorni sta andando in onda su Raitre il programma “Storie del genere”, con un programma preciso: «Certo, diciamolo che in fondo c’è un solo termine per definire chi è contro la naturale evoluzione della società: razzismo. Razzismo è quello che distingue tra ciò che invece deve essere riassunto in un solo modo, “genere umano”» ha spiegato la conduttrice Sabrina Ferilli all’Ansa. Capelli raccolti, longuette nera, un filo di trucco e décolleté rosse ai piedi, Ferilli apre la porta a persone che a un certo punto della loro vita hanno deciso di cambiare sesso, le accoglie sorridente in un luminoso salotto con camino.
«All’epoca lei mi disse “mamma l’hai sempre saputo che io mi sono sentito sempre un uomo”», «è la stessa persona di prima, forse con qualcosa in più, tipo la parrucca in testa», «durante la gravidanza avevo la percezione che il bambino che era in pancia fosse maschio. Anche dopo l’ecografia, credevo si fossero sbagliati». Sì perché le “Storie del genere” sono anche le storie e le parole dei famigliari delle persone scelte nell’ambito del protocollo di una struttura sanitaria, la Saifip, Servizio per l’adeguamento identità fisica e identità psichica dell’Azienda ospedaliera San Camillo – Forlanini di Roma. Persone con la disforia di genere: «Ho 62 anni sono vissuta 60 anni sotto copertura» (dice Fabrizio, un figlio grande, all’anagrafe Daniela), «hanno elaborato questa cosa, non mi chiamano mamma, mi chiamano Maikol» (dice Maikol, che prima era Masha, si è sposata e ha avuto tre bambine), «non avevo istinto materno non volevo che un bambino uscisse da me, il mio è un istino di protezione, un istinto paterno» (dice Alessandro, 26 anni, nata Verbenia che sta transitando da femmina a maschio, ha una compagna e vorrebbe un giorno diventare padre).
È IL CORPO CHE LO CHIEDE. «Io ho solo dovuto fare un passo: la conquista della verità», «la fine della vergogna», «togliere il pene: è il corpo che lo chiede». «Se ho sofferto? Un po’», «un pochino sì», «forse all’inizio». Ferilli, sguardo ora agli ospiti ora alla telecamera ammonisce, traduce, livella: «A volte dietro un bisturi si ridisegna la mappa della propria identità», «il matrimonio a volte nasconde, insabbia, maschera», «cambiare sesso significa cambiare desideri, si può desiderare di essere madri in un corpo di maschio, oppure non avere l’istinto materno quando si è biologicamente femmine, ma sognare di essere padri».
“A volte”, “un po’”, “oppure”: quello che colpisce delle drammatiche “Storie di genere” che in molti hanno presentato come un programma che «genererà polemiche e discussioni» è al contrario il tentativo di imborghesimento, di normalizzazione, l’affogare i casi singoli e sofferti nelle trappole mediatiche del «tema di grande attualità». Che non è il boom della disforia di genere – perché non sembra esserci alcun riguardo nella riduzione di quelle storie, così imbevute di dramma, nel presentarle come conquiste di verità. Bensì l’alimentazione dello storytelling del diritto/desiderio di essere ciò che si vuole. «Mio padre mi ha insegnato che la cosa più importante è essere quello che si vuole, a mandare a quel paese quelli che ti stanno accanto», «ricordo lo stordimento quando è nata mi hanno messo mia figlia accanto, lo smarrimento, ma ho fatto io questa cosa? Era più forte la sensazione che questo era un corpo che non era il mio e stava venendo fuori la consapevolezza che io potessi avere la disforia di genere», «non penso di aver tolto nulla alle mie figlie, penso di aver dato qualcosa in più. Se io stavo bene stavano bene loro», «farò l’isterectomia ma non farò la falloplastica perché sto bene così. L’importante è raggiungere l’equilibrio. Mi guardo allo specchio e dico: sono io».
NEANCHE UN BACETTO DA DUE ANNI. «Figlie che diventano figli, madri che diventano maschi, padri che diventano femmine. Una grande confusione. Una cosa è certa. Con l’amore e l’accettazione tutto torna a posto. Diversamente ma torna a posto», sorride Ferilli a fine puntata, «con la pazienza e la comprensione da parte di tutti». Eppure Fabrizio che diventa Daniela, esce col suo nuovo documento di identità levando gli occhi al cielo, «oddio mamma, nun me guardà. Zitta!». Racconta del suo matrimonio, «quel giorno ero felice perché amo la commedia, la rappresentazioni, io ne farei uno al giorno», racconta l’eros prima di cambiare, «aveva una grande originalità perché era molto corporale e non molto genitale», e dopo esser cambiato, «e adesso come funziona il sesso? Non funziona. Non c’è. La terapia ormonale abbatte completamente il testosterone. Non c’è la libido. Neanche un bacetto da due anni». Racconta della sua transizione, conclusa con un trasferimento lontano da tutti, in un casale nella Tuscia, dove Daniela si è ritirata tra uova, polli, gatti e ferri da stiro: «Questo amore e questa rinascita dovevano trovare un luogo. Per morire e rinascere devi trovare un posto, una cuccia in cui ti uccidi e poi risorgi. Ed è un luogo di solitudine».
Per non essere razzisti – e va da sé, visto come vanno le cose, per non essere omofobi, fascisti reazionari – basterebbe questo. Per raccontare che la vita è un dramma, che la disforia di genere è un dramma, non serve lo storytelling, il salotto col camino, gli slogan sull’amore, la crociata per il genere umano, la conquista all’anagrafe di una nuova identità, la traduzione del corpo in corporazione di certa eco mediatica e polemica. Basterebbe solo raccontare la verità.

Don Francesco Voltaggio. Il kerygma.



Roma Tor Vergata - 05/05/2018. Il Kerygma di Kiko Arguello

mercoledì 9 maggio 2018

Entrevista a Luis Fernández tras el encuentro del Camino Neocatecumenal con el Papa Francisco

50 años Camino Neocatecumenal, Quezaltepeque, Guatemala

Liberare la libertà.

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di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI
Quando le convinzioni e le norme dello Stato sono alla esclusiva mercé delle maggioranze o delle sentenze di tribunale, si aprono inesorabili spazi a forme di totalitarismo. Il cardinale Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI, ha sempre difeso quel riferimento pre politico necessario per fondare l’ethos comune, pena la deriva verso una convivenza civile che si rivela contro l’uomo.
Anche nel volume che uscirà in libreria domani, 10 maggio, questo nocciolo del pensiero di Ratzinger emerge in varie pagine. Si tratta del secondo libro di una collana che l’editore Cantagalli dedica al pensiero del papa emerito e che, in questo caso, si occupa di mettere a tema il nesso tra fede e politica: Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Liberare la libertà. Fede e politica nel terzo millennio, a cura di Pierluca Azzaro e Carlos Granados, prefazione di papa Francesco (pp. 208, euro 18).
In un brano inedito in cui Benedetto XVI commenta un libro del suo amico Marcello Pera, già Presidente del senato italiano si discute della questione dei diritti umani. «Quando il concetto dei diritti umani viene scisso dall’idea di Dio», scrive Ratzinger, allora la moltiplicazione dei diritti «conduce da ultimo alla distruzione dell’idea di diritto e conduce necessariamente al “diritto” nichilista dell’uomo di negare se stesso: l’aborto, il suicidio, la produzione dell’uomo come cosa diventano diritti dell’uomo che al contempo lo negano».
Quando questi diritti diventano funzione esclusiva di una maggioranza, o di un sentenza di tribunale, senza nessun aggancio ad altre istanze che li precedono, allora al cristiano non resta che chiedersi come vivere in uno stato totalitario. Nel libro di prossima uscita c’è un capitolo, tratto da un’omelia dell’allora cardinale Joseph Ratzinger ai deputati cattolici del Bundestag, il 26 novembre 1981, che parla proprio dei cristiani di fronte ai totalitarismi. Per gentile concessione dell’editore ne pubblichiamo ampi stralci. (Lorenzo Bertocchi)
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L’Epistola e il Vangelo (1Pt 1,3-7 e Gv 14,1-6, ndr), che abbiamo appena sentito, derivano da una situazione, in cui i cristiani non erano soggetti attivi dello Stato ma erano perseguitati da una dittatura crudele. Non era loro consentito di portare insieme con altri lo stato, ma potevano soltanto sopportarlo. Non era loro consentito di formare uno stato cristiano. Il loro compito era di vivere da cristiani nonostante lo stato. I nomi degli imperatori al potere, nel periodo in cui la tradizione colloca la data di entrambi i testi, bastano ad illuminare la situazione: si chiamavano Nerone e Domiziano. Cosi anche la Prima Lettera di Pietro definisce i cristiani come ≪dispersi≫ o stranieri in un simile stato (1,1) e denomina lo stato stesso come ≪Babilonia≫ (5,13). Essa indica in tal modo incisivamente la situazione politica dei cristiani di allora: corrispondeva in qualche modo a quella degli ebrei esiliati a Babilonia, che non erano soggetto ma oggetto di quel potere e che perciò dovevano imparare come avrebbero potuto sopravvivervi e non come avrebbero potuto realizzarlo. Lo sfondo politico delle letture odierne è dunque radicalmente diverso da quello attuale. Tuttavia contengono tre affermazioni importanti, con un significato anche per l’azione politica fra cristiani.
1. Lo stato non è la totalità dell’esistenza umana e non abbraccia tutta la speranza umana. L’uomo e la sua speranza vanno oltre la realtà dello stato e oltre la sfera dell’azione politica. Ciò vale non solo per uno stato che si chiama Babilonia, ma per ogni genere di stato. Lo stato non è la totalità. Questo alleggerisce il peso all’uomo politico e gli apre la strada a una politica razionale. Lo stato romano era falso e anticristiano proprio perché voleva essere il totum delle possibilità e delle speranze umane. Cosi esso pretende ciò che non può; cosi falsifica ed impoverisce l’uomo. Con la sua menzogna totalitaria diventa demoniaco e tirannico. L’eliminazione del totalitarismo statale ha demitizzato lo stato ed ha liberato in tal modo l’uomo politico e la politica.
Ma quando la fede cristiana, la fede in una speranza superiore dell’uomo, decade, insorge allora di nuovo il mito dello stato divino, perché l’uomo non può rinunciare alla totalità della speranza. Anche se simili promesse si atteggiano a progresso e rivendicano per se in assoluto il concetto di progresso, esse sono tuttavia storicamente considerate una retrocessione a prima della Novità cristiana, una svolta a rovescio della scala della storia. Ed anche se esse vanno propagandando come proprio scopo la perfetta liberazione dell’uomo, l’eliminazione di qualsiasi dominio sull’uomo, sono tuttavia in contraddizione con la verità dell’uomo e in contraddizione con la sua liberta, perché costringono l’uomo a ciò che può fare egli stesso. Una simile politica, che fa del regno di Dio un prodotto della politica e piega la fede sotto il primato universale della politica, e per sua natura politica della schiavitù; e politica mitologica.
La fede oppone a questa politica lo sguardo e la misura della ragione cristiana, la quale riconosce ciò che realmente l’uomo e in grado di creare come ordine di libertà e può cosi trovare un criterio di discrezione, ben sapendo che l’aspettativa superiore dell’uomo sta nelle mani di Dio. Il rifiuto della speranza che è nella fede è, al tempo stesso, un rifiuto al senso di misura della ragione politica. (…) La speranza mitica del paradiso immanente autarchico può solo condurre l’uomo allo smarrimento: lo smarrimento davanti al fallimento delle sue promesse e davanti al grande vuoto che e in agguato; lo smarrimento angoscioso per la propria potenza e crudeltà. (…)
2. Nonostante i cristiani venissero perseguitati dallo stato romano, la loro posizione a suo riguardo non era radicalmente negativa. Hanno riconosciuto in esso pur sempre lo stato come stato e hanno cercato di costruirlo come stato nei limiti delle loro possibilità: non l’hanno voluto distruggere. (…) Che cosa vuol dire tutto questo? I cristiani non erano affatto gente angosciosamente sottomessa all’autorità, gente che non sapesse della possibile esistenza di un diritto e di un dovere alla resistenza, fondato sulla coscienza. Proprio quest’ultima verità indica che hanno riconosciuto i limiti dello stato e che non vi si sono piegati là dove non era loro lecito piegarsi, perché era contro la volontà di Dio. E, cosi, tanto più importante il fatto che essi abbiano cercato non di distruggere, ma di contribuire a reggere questo stato. L’antimorale viene combattuta con la morale e il male con la decisa adesione al bene, non altrimenti. La morale, il compimento del bene, è la vera opposizione e solo il bene può essere la preparazione all’impulso verso il meglio. Non esistono due tipi di morale politica: una morale dell’opposizione e una morale del dominio. Esiste soltanto una morale: la morale come tale, la morale dei comandamenti di Dio, che non possono essere messi fuori corso, neanche per qualche tempo, allo scopo di accelerare un cambiamento delle cose. Costruire si può solo costruendo, non distruggendo: questa e l’etica politica della Bibbia, da Geremia a Pietro e a Paolo.
Il cristiano è sempre un sostenitore dello stato nel senso che egli compie il positivo, il bene, il quale tiene insieme gli stati. Non ha paura di contribuire cosi al potere dei cattivi, ma e convinto che sempre e soltanto il rafforzamento del bene può abbattere il male e ridurre il potere del male e dei malvagi. Chi mette nei suoi programmi uccisioni di innocenti o rovine di proprietà altrui non potrà mai richiamarsi alla fede. Vi contrasta molto esplicitamente la sentenza di Pietro: ≪Voi non dovete farvi condannare per uccisioni o per delitti contro la proprieta≫ (4,15): sono parole, dette anche allora, contro questa specie di resistenza. La vera, cristiana resistenza che Pietro domanda ha luogo quando e solo quando lo stato esige la negazione di Dio e dei suoi comandamenti, quando domanda il male, rispetto a cui il bene e sempre un comandamento. (…)
3. La fede cristiana ha distrutto il mito dello stato divino, il mito dello stato-paradiso e della società senza dominio o potere. Al suo posto ha invece collocato il realismo della ragione. Ma ciò non significa che la fede abbia portato un realismo libero da valori, il realismo della statistica e della pura fisica sociale. Al vero realismo dell’uomo appartiene l’umanesimo e all’umanesimo appartiene Dio. Alla vera ragione umana appartiene la morale, che si alimenta ai comandamenti di Dio. Questa morale non e un affare privato. Ha valore e importanza pubblica. Non può esistere una buona politica senza il bene del buon essere e del buon agire. Ciò che la Chiesa perseguitata aveva prescritto ai cristiani come nucleo centrale del loro ethos politico, dev’essere anche l’essenza di un’attiva politica cristiana: solo là dove il bene si fa e si riconosce come bene, può anche prosperare una buona convivenza tra gli uomini. Il perno di un’azione politica responsabile dev’essere quello di far valere nella vita pubblica il piano della morale, il piano dei comandamenti di Dio.
Lanuovabq