giovedì 23 marzo 2017

La risposta alla crisi dell' Islam



"È il Gesù Profeta del Corano la risposta alla crisi dell' Islam"
La Stampa

(Rolla Scolari) La tesi dello scrittore turco Mustafa Akyol: il suo insegnamento è una perfetta terza via tra il fanatismo conservatore e il laicismo - Che cosa Gesù può insegnare all' Islam? si chiede Mustafa Akyol, autore turco, editorialista del New York Times e di molti altri giornali internazionali, e musulmano devoto. Nel suo ultimo libro, The Islamic Jesus (St. Martin' s Press), lo scrittore racconta il Gesù coranico, anche alla luce di un' attenta lettura del Nuovo Testamento, dei testi canonici e non canonici della tradizione giudaico-cristiana.Il Gesù del Corano, benché nato da Maria Vergine, cui il libro sacro dell' Islam dedica una delle sure più lunghe, non ha natura divina, ma è uno dei principali Profeti venuti prima di Maometto. Per Akyol, il Gesù del Corano può rappresentare per un mondo islamico in crisi una terza via. E per spiegare come, l' autore chiama in causa lo storico britannico Arnold Toynbee, che nel suo Civiltà alla prova , del 1948, ha parlato di una crisi interna all' Islam (come Bernard Lewis più tardi nel suo La Crisi dell' Islam ): una frustrazione del mondo musulmano - a lungo faro della civiltà ma dal XIX secolo in decadenza - nel suo rapporto con un occidente tecnologicamente e culturalmente forte. Toynbee è stato il primo a fare il paragone, su cui si basa il libro di Akyol, tra questa crisi e una crisi più antica: quella degli ebrei al tempo della dominazione romana nel primo secolo avanti Cristo. Come allora da una parte c' erano i «modernisti» che collaboravano con Roma e imitavano l' occidente, e dall' altra gli «zeloti», militanti in armi contro Roma e propositori di una stretta aderenza alla legge religiosa, questo accade anche oggi per alcuni musulmani. I modernisti alla Kemal Atatürk si sono opposti nei decenni agli wahhabiti del puritanesimo religioso o agli estremi violenti dello Stato Islamico e della sua interpretazione iper-letterale dei testi sacri. Da qui l' idea di Akyol, presa in prestito da altri pensatori musulmani del passato, della necessità di una terza via. Questa terza via i musulmani potrebbero trovarla nel Gesù del Corano, dice Akyol: Gesù non lotta contro i romani, non si piega a loro, ma insiste sulla riforma della fede, chiedendo di focalizzarsi sui principi morali senza seguire la legge religiosa alla lettera. «C' è una crisi del mondo islamico e una estrema reazione a questa crisi. Dobbiamo trovare una terza via: cerco di capire che cosa Gesù insegnava in un periodo di conflitto come quello degli ebrei contro i romani, simile ai tempi di oggi. La sua azione era contro una estrema legalizzazione che riteneva fonte di ipocrisia. E questo è un problema che vedo anche nel mondo islamico di oggi. L' insegnamento di Gesù può essere una cura all' azione degli zeloti musulmani. Gli zeloti del primo secolo erano coloro che volevano combattere Roma, espellere i romani e creare una teocrazia. Gesù portava un messaggio di rinnovamento della propria fede quando la comunità era divisa». L' esempio riportato nel volume è quello del «Regno di Dio», il «Califfato» nel paragone con i fondamentalisti dell' Islam moderno. Nel primo secolo, per chi aderiva alla lettera alla legge, era la premonizione di un regno terreno, mentre Gesù introduce la sua versione spirituale: «Il Regno di Dio è dentro ognuno di voi» (nel Vangelo di Luca). «Come musulmani oggi abbiano bisogno di una visione che non sia né l' autoritarismo laico né l' autoritarismo islamista, due poteri che si rafforzano l' uno con l' altro: no al-Sisi e no Fratelli musulmani. I musulmani possono imparare dall' occidente, ma mantenendo le proprie tradizioni», sostiene Akyol, secondo il quale non sarebbe affatto controverso ricordare ai musulmani l' insegnamento di Gesù. Il Corano insegna la storia dei Profeti prima di Maometto e chiede di imparare da loro. Potrebbe invece essere controverso proporre una lettura del Nuovo Testamento, anche se il Corano rimanda alle scritture precedenti del monoteismo. Ci sono accademici musulmani che studiano nelle università moderne la teologia e la storia delle altre religioni, ma questo non accade nelle madrasse, le scuole religiose tradizionali. «È un errore. I primi musulmani in realtà lo facevano. I conflitti politici del tempo hanno trasformato la realtà. All' inizio c' era più ecumenismo. Lo abbiamo perso ed è tempo di ritrovarlo. Abbiamo bisogno di idee per muoverci in avanti, e le idee al momento non sono abbastanza forti per tirarci fuori dalla crisi attuale: io dico, cerchiamo una terza via tornando alle nostre stesse origini».

Manca la Boldrini.



60.mo dell'Unione Europea. Tre "grandi donne per l'Europa". Caterina da Siena, Brigida di Svezia ed Edith Stein

Il Sismografo
(LB)Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Spes edificandi (1999) indicò le tre nuove compatrone d’Europa, «tre grandi figure di donne». Esse sono Brigida di Svezia (1303-1373), mistica, celebre per le sue visioni, viaggiò molto in Italia e nel Mediterraneo; Caterina da Siena (1347-1380), anch’essa mistica, visse profondamente il periodo della “cattività avignonese” (il trasferimento dei Papi ad Avignone dal 1309 al 1377) e dello Scisma d’Occidente, adoperandosi per l’unità della Chiesa e la riforma dei costumi; Edith Stein (1891-1942), polacca, di famiglia ebrea, filosofa della corrente fenomenologica, si convertì ed entrò in un convento carmelitano, per essere deportata dai nazisti ad Auschwitz dove morì nella camera a gas.Si tratta, appunto, di tre eccezionali figure del secondo millennio cristiano. Brigida di Svezia e Caterina da Siena furono contemporanee, vissero in un periodo di guerre interminabili in Europa e di decadenza della Chiesa, testimoniando con una straordinaria esperienza ascetica la loro fede e trattando con determinazione i potenti dell’epoca. Edith Stein (suor Teresa Benedetta della Croce) è invece un simbolo della shoa e al tempo stesso del martirio cristiano, una figura che racchiude tutto il dramma della storia moderna europea.
Il motivo (…) che mi ha orientato specificamente ad esse – ha spiegato il Papa – sta nella loro vita stessa. La loro santità, infatti, si espresse in circostanze storiche e nel contesto di ambiti “geografici”  che le rendono particolarmente significative per il Continente europeo. Santa Brigida rinvia all'estremo Nord dell'Europa, dove il Continente quasi si raccoglie in unità con le altre parti del mondo, e donde ella partì per fare di Roma il suo approdo. Caterina da Siena è altrettanto nota per il ruolo che svolse in un tempo in cui il Successore di Pietro risiedeva ad Avignone, portando a compimento un'opera spirituale già iniziata da Brigida col farsi promotrice del suo ritorno alla sua sede propria presso la tomba del Principe degli Apostoli. Teresa Benedetta della Croce, infine, recentemente canonizzata, non solo trascorse la propria esistenza in diversi paesi d'Europa, ma con tutta la sua vita di pensatrice, di mistica, di martire, gettò come un ponte tra le sue radici ebraiche e l'adesione a Cristo, muovendosi con sicuro intuito nel dialogo col pensiero filosofico contemporaneo e, infine, gridando col martirio le ragioni di Dio e dell'uomo nell'immane vergogna della  “shoah”. Essa è divenuta così l'espressione di un pellegrinaggio umano, culturale e religioso, che incarna il nucleo profondo della tragedia e delle speranze del Continente europeo.
Spes edificandi (1999) - Testo completo
1. La speranza di costruire un mondo più giusto e più degno dell'uomo, acuita dall'attesa del terzo millennio ormai alle porte, non può prescindere dalla consapevolezza che a nulla varrebbero gli sforzi umani se non fossero accompagnati dalla grazia divina: « Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori » (Sal 127 [126], 1). Di questo non possono non tener conto anche quanti si pongono in questi anni il problema di dare all'Europa un nuovo assetto, che aiuti il vecchio Continente a far tesoro delle ricchezze della sua storia, rimuovendo le tristi eredità del passato, per rispondere con una originalità radicata nelle migliori tradizioni alle istanze del mondo che cambia.
Non c'è dubbio che, nella complessa storia dell'Europa, il cristianesimo rappresenti un elemento centrale e qualificante, consolidato sul saldo fondamento dell'eredità classica e dei molteplici contributi arrecati dagli svariati flussi etnico-culturali che si sono succeduti nei secoli. La fede cristiana ha plasmato la cultura del Continente e si è intrecciata in modo inestricabile con la sua storia, al punto che questa non sarebbe comprensibile se non si facesse riferimento alle vicende che hanno caratterizzato prima il grande periodo dell'evangelizzazione, e poi i lunghi secoli in cui il cristianesimo, pur nella dolorosa divisione tra Oriente ed Occidente, si è affermato come la religione degli Europei stessi. Anche nel periodo moderno e contemporaneo, quando l'unità religiosa è andata progressivamente frantumandosi sia per le ulteriori divisioni intercorse tra i cristiani sia per i processi di distacco della cultura dall'orizzonte della fede, il ruolo di quest'ultima ha continuato ad essere di non scarso rilievo.
Il cammino verso il futuro non può non tener conto di questo dato, e i cristiani sono chiamati a prenderne rinnovata coscienza per mostrarne le potenzialità permanenti. Essi hanno il dovere di offrire alla costruzione dell'Europa uno specifico contributo, che sarà tanto più valido ed efficace, quanto più essi sapranno rinnovarsi alla luce del Vangelo. Si faranno così continuatori di quella lunga storia di santità che ha attraversato le varie regioni d'Europa nel corso di questi due millenni, nei quali i santi ufficialmente riconosciuti non sono che i vertici proposti come modelli per tutti. Innumerevoli sono infatti i cristiani che con la loro vita retta ed onesta, animata dall'amore di Dio e del prossimo, hanno raggiunto nelle più diverse vocazioni consacrate e laicali una santità vera e grandemente diffusa, anche se nascosta.
2. La Chiesa non dubita che proprio questo tesoro di santità sia il segreto del suo passato e la speranza del suo futuro. È in esso che meglio si esprime il dono della Redenzione, grazie al quale l'uomo è riscattato dal peccato e riceve la possibilità della vita nuova in Cristo. È in esso che il Popolo di Dio in cammino nella storia trova un sostegno impareggiabile, sentendosi profondamente unito alla Chiesa gloriosa, che in Cielo canta le lodi dell'Agnello (cfr Ap 7, 9-10) mentre intercede per la comunità ancora pellegrina sulla terra. Per questo, fin dai tempi più antichi, i santi sono stati guardati dal Popolo di Dio come protettori e con una singolare prassi, cui certo non è estraneo l'influsso dello Spirito Santo, talvolta su istanza dei fedeli accolta dai Pastori, talaltra per iniziativa dei Pastori stessi, le singole Chiese, le regioni e persino i Continenti, sono stati affidati allo speciale patronato di alcuni Santi.
In questa prospettiva, celebrandosi la Seconda Assemblea speciale per l'Europa del Sinodo dei Vescovi, nell'imminenza del Grande Giubileo dell'anno 2000, mi è parso che i cristiani europei, mentre vivono con tutti i loro concittadini un trapasso epocale ricco di speranza e insieme non privo di preoccupazioni, possano trarre spirituale giovamento dalla contemplazione e dall'invocazione di alcuni santi che sono in qualche modo particolarmente rappresentativi della loro storia. Per questo, dopo opportuna consultazione, completando quanto feci il 31 dicembre 1980, quando dichiarai compatroni d'Europa, accanto a san Benedetto, due santi del primo Millennio, i fratelli Cirillo e Metodio, pionieri dell'evangelizzazione dell'Oriente, ho pensato di integrare la schiera dei celesti patroni con tre figure altrettanto emblematiche di momenti cruciali del secondo Millennio che volge al termine: santa Brigida di Svezia, santa Caterina da Siena, santa Teresa Benedetta della Croce. Tre grandi sante, tre donne, che in diverse epoche — due nel cuore del Medioevo e una nel nostro secolo — si sono segnalate per l'amore operoso alla Chiesa di Cristo e la testimonianza resa alla sua Croce.
3. Naturalmente il panorama della santità è così vario e ricco, che la scelta di nuovi celesti patroni avrebbe potuto orientarsi anche verso altre degnissime figure, che ogni epoca e ogni regione possono vantare. Ritengo tuttavia particolarmente significativa l'opzione per questa santità dal volto femminile, nel quadro della provvidenziale tendenza che, nella Chiesa e nella società del nostro tempo, è venuta affermandosi con il sempre più chiaro riconoscimento della dignità e dei doni propri della donna.
In realtà la Chiesa non ha mancato, fin dai suoi albori, di riconoscere il ruolo e la missione della donna, pur risentendo talvolta dei condizionamenti di una cultura che non sempre ad essa prestava l'attenzione dovuta. Ma la comunità cristiana è progressivamente cresciuta anche su questo versante, e proprio il ruolo svolto dalla santità si è rivelato a tal fine decisivo. Un impulso costante è stato offerto dall'icona di Maria, la « donna ideale », la Madre di Cristo e della Chiesa. Ma anche il coraggio delle martiri, che hanno affrontato con sorprendente forza d'animo i più crudeli tormenti, la testimonianza delle donne impegnate con esemplare radicalità nella vita ascetica, la dedizione quotidiana di tante spose e madri in quella « chiesa domestica » che è la famiglia, i carismi di tante mistiche che hanno contribuito allo stesso approfondimento teologico, hanno offerto alla Chiesa un'indicazione preziosa per cogliere pienamente il disegno di Dio sulla donna. Esso del resto ha già in alcune pagine della Scrittura, e in particolare nell'atteggiamento di Cristo testimoniato nel Vangelo, la sua espressione inequivocabile. In questa linea si pone anche l'opzione di dichiarare santa Brigida di Svezia, santa Caterina da Siena e santa Teresa Benedetta della Croce compatrone d'Europa.
Il motivo poi che mi ha orientato specificamente ad esse sta nella loro vita stessa. La loro santità, infatti, si espresse in circostanze storiche e nel contesto di ambiti « geografici » che le rendono particolarmente significative per il Continente europeo. Santa Brigida rinvia all'estremo Nord dell'Europa, dove il Continente quasi si raccoglie in unità con le altre parti del mondo, e donde ella partì per fare di Roma il suo approdo. Caterina da Siena è altrettanto nota per il ruolo che svolse in un tempo in cui il Successore di Pietro risiedeva ad Avignone, portando a compimento un'opera spirituale già iniziata da Brigida col farsi promotrice del suo ritorno alla sua sede propria presso la tomba del Principe degli Apostoli. Teresa Benedetta della Croce, infine, recentemente canonizzata, non solo trascorse la propria esistenza in diversi paesi d'Europa, ma con tutta la sua vita di pensatrice, di mistica, di martire, gettò come un ponte tra le sue radici ebraiche e l'adesione a Cristo, muovendosi con sicuro intuito nel dialogo col pensiero filosofico contemporaneo e, infine, gridando col martirio le ragioni di Dio e dell'uomo nell'immane vergogna della « shoah ». Essa è divenuta così l'espressione di un pellegrinaggio umano, culturale e religioso, che incarna il nucleo profondo della tragedia e delle speranze del Continente europeo.
4. La prima di queste tre grandi figure, Brigida, nacque da famiglia aristocratica nel 1303 a Finsta, nella regione svedese di Uppland. Ella è conosciuta soprattutto come mistica e fondatrice dell'Ordine del SS. Salvatore. Non bisogna tuttavia dimenticare che la prima parte della sua vita fu quella di una laica felicemente sposata con un pio cristiano dal quale ebbe otto figli. Indicandola come compatrona d'Europa, intendo far sì che la sentano vicina non soltanto coloro che hanno ricevuto la vocazione ad una vita di speciale consacrazione, ma anche coloro che sono chiamati alle ordinarie occupazioni della vita laicale nel mondo e soprattutto all'alta ed impegnativa vocazione di formare una famiglia cristiana. Senza lasciarsi fuorviare dalle condizioni di benessere del suo ceto sociale, ella visse col marito Ulf un'esperienza di coppia in cui l'amore sponsale si coniugò con la preghiera intensa, con lo studio della Sacra Scrittura, con la mortificazione, con la carità. Insieme fondarono un piccolo ospedale, dove assistevano frequentemente i malati. Brigida poi era solita servire personalmente i poveri. Al tempo stesso, fu apprezzata per le sue doti pedagogiche, che ebbe modo di esprimere nel periodo in cui fu richiesto il suo servizio alla corte di Stoccolma. Da questa esperienza matureranno i consigli che in diverse occasioni darà a principi e sovrani per la retta gestione dei loro compiti. Ma i primi a trarne vantaggio furono ovviamente i figli, e non a caso una delle figlie, Caterina, è venerata come Santa.
Ma questo periodo della sua vita familiare era solo una prima tappa. Il pellegrinaggio che fece col marito Ulf a Santiago di Compostela nel 1341 chiuse simbolicamente questa fase, preparando Brigida alla nuova vita che iniziò qualche anno dopo quando, con la morte dello sposo, avvertì la voce di Cristo che le affidava una nuova missione, guidandola passo passo con una serie di grazie mistiche straordinarie.
5. Lasciata la Svezia nel 1349, Brigida si stabilì a Roma, sede del Successore di Pietro. Il trasferimento in Italia costituì una tappa decisiva per l'allargamento non solo geografico e culturale, ma soprattutto spirituale, della mente e del cuore di Brigida. Molti luoghi dell'Italia la videro ancora pellegrina, desiderosa di venerare le reliquie dei santi. Fu così a Milano, Pavia, Assisi, Ortona, Bari, Benevento, Pozzuoli, Napoli, Salerno, Amalfi, al Santuario di san Michele Arcangelo sul Monte Gargano. L'ultimo pellegrinaggio, compiuto fra il 1371 e il 1372, la portò a varcare il Mediterraneo, in direzione della Terra santa, permettendole di abbracciare spiritualmente oltre i tanti luoghi sacri dell'Europa cattolica, le sorgenti stesse del cristianesimo nei luoghi santificati dalla vita e dalla morte del Redentore.
In realtà, più ancora che attraverso questo devoto pellegrinare, fu con il senso profondo del mistero di Cristo e della Chiesa che Brigida si rese partecipe della costruzione della comunità ecclesiale, in un momento notevolmente critico della sua storia. L'intima unione con Cristo fu infatti accompagnata da speciali carismi di rivelazione, che la resero un punto di riferimento per molte persone della Chiesa del suo tempo. In Brigida si avverte la forza della profezia. Talvolta i suoi toni sembrano un'eco di quelli degli antichi grandi profeti. Ella parla con sicurezza a principi e pontefici, svelando i disegni di Dio sugli avvenimenti storici. Non risparmia ammonizioni severe anche in tema di riforma morale del popolo cristiano e dello stesso clero (cfr Revelationes, IV, 49; cfr anche IV, 5). Alcuni aspetti della straordinaria produzione mistica suscitarono nel tempo comprensibili interrogativi, rispetto ai quali il discernimento ecclesiale si operò rinviando all'unica rivelazione pubblica, che ha in Cristo la sua pienezza e nella Sacra Scrittura la sua espressione normativa. Anche le esperienze dei grandi santi non sono infatti esenti dai quei limiti che sempre accompagnano l'umana recezione della voce di Dio.
Non v'è dubbio, tuttavia, che riconoscendo la santità di Brigida, la Chiesa, pur senza pronunciarsi sulle singole rivelazioni, ha accolto l'autenticità complessiva della sua esperienza interiore. Ella si presenta come una testimone significativa dello spazio che può avere nella Chiesa il carisma vissuto in piena docilità allo Spirito di Dio e nella piena conformità alle esigenze della comunione ecclesiale. In particolare, poi, essendosi le terre scandinave, patria di Brigida, distaccate dalla piena comunione con la sede di Roma nel corso delle tristi vicende del secolo XVI, la figura della Santa svedese resta un prezioso « legame » ecumenico, rafforzato anche dall'impegno in tal senso svolto dal suo Ordine.
6. Di poco posteriore è l'altra grande figura di donna, santa Caterina da Siena, il cui ruolo negli sviluppi della storia della Chiesa e nello stesso approfondimento dottrinale del messaggio rivelato ha avuto riconoscimenti significativi, che sono giunti fino all'attribuzione del titolo di dottore della Chiesa.
Nata a Siena nel 1347, fu favorita sin dalla prima infanzia di straordinarie grazie che le permisero di compiere, sulla via spirituale tracciata da san Domenico, un rapido cammino di perfezione tra preghiera, austerità e opere di carità. Aveva vent'anni quando Cristo le manifestò la sua predilezione attraverso il mistico simbolo dell'anello sponsale. Era il coronamento di un'intimità maturata nel nascondimento e nella contemplazione, grazie alla costante permanenza, pur al di fuori delle mura di un monastero, entro quella spirituale dimora che ella amava chiamare la « cella interiore ». Il silenzio di questa cella, rendendola docilissima alle divine ispirazioni, poté coniugarsi ben presto con un'operosità apostolica che ha dello straordinario. Molti, anche chierici, si raccolsero intorno a lei come discepoli, riconoscendole il dono di una spirituale maternità. Le sue lettere si diramarono per l'Italia e per l'Europa stessa. La giovane senese entrò infatti con piglio sicuro e parole ardenti nel vivo delle problematiche ecclesiali e sociali della sua epoca.
Instancabile fu l'impegno che Caterina profuse per la soluzione dei molteplici conflitti che laceravano la società del suo tempo. La sua opera pacificatrice raggiunse sovrani europei quali Carlo V di Francia, Carlo di Durazzo, Elisabetta di Ungheria, Ludovico il Grande di Ungheria e di Polonia, Giovanna di Napoli. Significativa fu la sua azione per riconciliare Firenze con il Papa. Additando « Cristo crocifisso e Maria dolce » ai contendenti, ella mostrava che, per una società ispirata ai valori cristiani, mai poteva darsi motivo di contesa tanto grave da far preferire il ricorso alla ragione delle armi piuttosto che alle armi della ragione.
7. Caterina tuttavia sapeva bene che a tale conclusione non si poteva efficacemente pervenire, se gli animi non erano stati prima plasmati dal vigore stesso del Vangelo. Di qui l'urgenza della riforma dei costumi, che ella proponeva a tutti, senza eccezione. Ai re ricordava che non potevano governare come se il regno fosse loro « proprietà »: consapevoli di dover rendere conto a Dio della gestione del potere, essi dovevano piuttosto assumere il compito di mantenervi « la santa e vera giustizia », facendosi « padri dei poveri » (cfr Lettera n. 235 al Re di Francia). L'esercizio della sovranità non poteva infatti essere disgiunto da quello della carità, che è insieme anima della vita personale e della responsabilità politica (cfr Lettera n. 357 al re d'Ungheria).
Con la stessa forza Caterina si rivolgeva agli ecclesiastici di ogni rango, per chiedere la più severa coerenza nella loro vita e nel loro ministero pastorale. Fa una certa impressione il tono libero, vigoroso, tagliente, con cui ella ammonisce preti, vescovi, cardinali. Occorreva sradicare — ella diceva — dal giardino della Chiesa le piante fradicie sostituendole con « piante novelle » fresche e olezzanti. E forte della sua intimità con Cristo, la santa senese non temeva di indicare con franchezza allo stesso Pontefice, che amava teneramente come « dolce Cristo in terra », la volontà di Dio che gli imponeva di sciogliere le esitazioni dettate dalla prudenza terrena e dagli interessi mondani, per tornare da Avignone a Roma, presso la tomba di Pietro.

Con altrettanta passione, Caterina si prodigò poi per scongiurare le divisioni che sopraggiunsero nell'elezione papale successiva alla morte di Gregorio XI: anche in quella vicenda fece ancora una volta appello con ardore appassionato alle ragioni irrinunciabili della comunione. Era quello l'ideale supremo a cui aveva ispirato tutta la sua vita spendendosi senza riserva per la Chiesa. Sarà lei stessa a testimoniarlo ai suoi figli spirituali sul letto di morte: « Tenete per fermo, carissimi, che io ho dato la vita per la santa Chiesa » (Beato Raimondo da Capua, Vita di santa Caterina da Siena, Lib. III, c. IV).
8. Con Edith Stein — santa Teresa Benedetta della Croce — siamo in tutt'altro ambiente storico-culturale. Ella ci porta infatti nel vivo di questo nostro secolo tormentato, additando le speranze che esso ha acceso, ma anche le contraddizioni e i fallimenti che lo hanno segnato. Edith non viene, come Brigida e Caterina, da una famiglia cristiana. Tutto in lei esprime il tormento della ricerca e la fatica del « pellegrinaggio » esistenziale. Anche dopo essere approdata alla verità nella pace della vita contemplativa, ella dovette vivere fino in fondo il mistero della Croce.
Era nata nel 1891 in una famiglia ebraica di Breslau, allora territorio tedesco. L'interesse da lei sviluppato per la filosofia, abbandonando la pratica religiosa cui pur era stata iniziata dalla madre, avrebbe fatto presagire più che un cammino di santità, una vita condotta all'insegna del puro « razionalismo ». Ma la grazia la aspettava proprio nei meandri del pensiero filosofico: avviatasi sulla strada della corrente fenomenologica, ella seppe cogliervi l'istanza di una realtà oggettiva che, lungi dal risolversi nel soggetto, ne precede e misura la conoscenza, e va dunque esaminata con un rigoroso sforzo di obiettività. Occorre mettersi in ascolto di essa, cogliendola soprattutto nell'essere umano, in forza di quella capacità di « empatia » — parola a lei cara — che consente in certa misura di far proprio il vissuto altrui (cfr E. Stein, Il problema dell'empatia).
Fu in questa tensione di ascolto che ella si incontrò, da una parte con le testimonianze dell'esperienza spirituale cristiana offerte da santa Teresa d'Avila e da altri grandi mistici, dei quali divenne discepola ed emula, dall'altra con l'antica tradizione del pensiero cristiano consolidata nel tomismo. Su questa strada ella giunse dapprima al battesimo e poi alla scelta della vita contemplativa nell'ordine carmelitano. Tutto si svolse nel quadro di un itinerario esistenziale piuttosto movimentato, scandito, oltre che dalla ricerca interiore, anche da impegni di studio e di insegnamento, che ella svolse con ammirevole dedizione. Particolarmente apprezzabile, per i suoi tempi, fu la sua militanza a favore della promozione sociale della donna e davvero penetranti sono le pagine in cui ha esplorato la ricchezza della femminilità e la missione della donna sotto il profilo umano e religioso (cfr E. Stein, La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia).
9. L'incontro col cristianesimo non la portò a ripudiare le sue radici ebraiche, ma piuttosto gliele fece riscoprire in pienezza. Questo tuttavia non le risparmiò l'incomprensione da parte dei suoi familiari. Soprattutto le procurò un dolore indicibile il dissenso della madre. In realtà, tutto il suo cammino di perfezione cristiana si svolse all'insegna non solo della solidarietà umana con il suo popolo d'origine, ma anche di una vera condivisione spirituale con la vocazione dei figli di Abramo, segnati dal mistero della chiamata e dei « doni irrevocabili » di Dio (cfr Rm 11, 29).
In particolare, ella fece propria la sofferenza del popolo ebraico, a mano a mano che questa si acuì in quella feroce persecuzione nazista che resta, accanto ad altre gravi espressioni del totalitarismo, una delle macchie più oscure e vergognose dell'Europa del nostro secolo. Sentì allora che, nello sterminio sistematico degli ebrei, la croce di Cristo veniva addossata al suo popolo e visse come personale partecipazione ad essa la sua deportazione ed esecuzione nel tristemente famoso campo di Auschwzitz-Birkenau. Il suo grido si fonde con quello di tutte le vittime di quella immane tragedia, unito però al grido di Cristo, che assicura alla sofferenza umana una misteriosa e perenne fecondità. La sua immagine di santità resta per sempre legata al dramma della sua morte violenta, accanto ai tanti che la subirono con lei. E resta come annuncio del vangelo della Croce, con cui ella si volle immedesimare nel suo stesso nome di religiosa.
Noi guardiamo oggi a Teresa Benedetta della Croce riconoscendo nella sua testimonianza di vittima innocente, da una parte, l'imitazione dell'Agnello Immolato e la protesta levata contro tutte le violazioni dei diritti fondamentali della persona, dall'altra, il pegno di quel rinnovato incontro di ebrei e cristiani, che nella linea auspicata dal Concilio Vaticano II, sta conoscendo una promettente stagione di reciproca apertura. Dichiarare oggi Edith Stein compatrona d'Europa significa porre sull'orizzonte del vecchio Continente un vessillo di rispetto, di tolleranza, di accoglienza, che invita uomini e donne a comprendersi e ad accettarsi al di là delle diversità etniche, culturali e religiose, per formare una società veramente fraterna.
10. Cresca, dunque, l'Europa! Cresca come Europa dello spirito, sulla scia della sua storia migliore, che ha proprio nella santità la sua espressione più alta. L'unità del Continente, che sta progressivamente maturando nelle coscienze e sta definendosi sempre più nettamente anche sul versante politico, incarna certamente una prospettiva di grande speranza. Gli Europei sono chiamati a lasciarsi definitivamente alle spalle le storiche rivalità che hanno fatto spesso del loro Continente il teatro di guerre devastanti. Al tempo stesso essi devono impegnarsi a creare le condizioni di una maggiore coesione e collaborazione tra i popoli. Davanti a loro sta la grande sfida di costruire una cultura e un'etica dell'unità, in mancanza delle quali qualunque politica dell'unità è destinata prima o poi a naufragare.
Per edificare su solide basi la nuova Europa non basta certo fare appello ai soli interessi economici, che se talvolta aggregano, altre volte dividono, ma è necessario far leva piuttosto sui valori autentici, che hanno il loro fondamento nella legge morale universale, inscritta nel cuore di ogni uomo. Un'Europa che scambiasse il valore della tolleranza e del rispetto universale con l'indifferentismo etico e lo scetticismo sui valori irrinunciabili, si aprirebbe alle più rischiose avventure e vedrebbe prima o poi riapparire sotto nuove forme gli spettri più paurosi della sua storia.
A scongiurare questa minaccia, ancora una volta si prospetta vitale il ruolo del cristianesimo, che instancabilmente addita l'orizzonte ideale. Alla luce anche dei molteplici punti di incontro con le altre religioni che il Concilio Vaticano II ha ravvisato (cfr Decreto Nostra Aetate), si deve sottolineare con forza che l'apertura al Trascendente è una dimensione vitale dell'esistenza. Essenziale è, pertanto, un rinnovato impegno di testimonianza da parte di tutti i cristiani, presenti nelle varie Nazioni del Continente. Ad essi spetta alimentare la speranza di una salvezza piena con l'annuncio che è loro proprio, quello del Vangelo, ossia la « buona notizia » che Dio si è fatto vicino a noi e nel Figlio Gesù Cristo ci ha offerto la redenzione e la pienezza della vita divina. In forza dello Spirito che ci è stato donato, noi possiamo levare a Dio il nostro sguardo e invocarlo col dolce nome di « Abba », Padre! (cfr Rm 8, 15; Gal 4, 6).
11. Proprio questo annuncio di speranza ho inteso avvalorare additando a una rinnovata devozione, in prospettiva « europea », queste tre grandi figure di donne, che in epoche diverse hanno dato un contributo così significativo alla crescita non solo della Chiesa, ma della stessa società.
Per quella comunione dei santi, che unisce misteriosamente la Chiesa terrena a quella celeste, esse si fanno carico di noi nella loro perenne intercessione davanti al trono di Dio. Al tempo stesso, l'invocazione più intensa ed il riferimento più assiduo ed attento alle loro parole ed ai loro esempi non possono non risvegliare in noi una più acuta consapevolezza della nostra comune vocazione alla santità, spingendoci a conseguenti propositi di impegno più generoso.
Pertanto, dopo matura considerazione, in forza della mia potestà apostolica, costituisco e dichiaro celesti Compatrone di tutta l'Europa presso Dio santa Brigida di Svezia, santa Caterina da Siena, santa Teresa Benedetta della Croce, concedendo tutti gli onori e i privilegi liturgici che competono secondo il diritto ai patroni principali dei luoghi.
Sia gloria alla Santissima Trinità, che rifulge in modo singolare nella loro vita e nella vita di tutti i santi. Sia pace agli uomini di buona volontà, in Europa e nel mondo intero.
Dato a Roma, presso san Pietro, il 1° ottobre dell'anno 1999, ventunesimo di Pontificato.
GIOVANNI PAOLO II

La più profetica delle apparizioni moderne



Nel messaggio di Fátima. Un cammino di solidarietà 

(Jacques Servais) Papa Francesco ha annunciato la sua intenzione di recarsi in pellegrinaggio al santuario di Fátima il 12 e il 13 maggio prossimi, in occasione del centenario dell’avvenimento che dieci anni fa Benedetto XVI ha definito essere «la più profetica delle apparizioni moderne». 
Dopo l’attentato di cui fu vittima all’inizio del suo pontificato, Giovanni Paolo II ebbe la sensazione che una mano materna avesse guidato la traiettoria del proiettile, salvandolo da una morte certa. La data stessa del tentativo criminale, il 13 maggio 1981, ma anche la memoria trasmessa da suor Lucia nel 1944 — la terza parte del «segreto» di cui egli prese conoscenza immediatamente dopo — lo confermarono nella convinzione che la protezione gli era venuta dalla Vergine di Fátima. Egli affidò, come sappiamo, il proiettile rimasto incastrato nell’auto al momento dell’attentato al vescovo del luogo, che lo fece incassare nella corona della statua del santuario. E volle anche realizzare la richiesta della Vergine con un atto solenne di consacrazione del mondo al suo Cuore, il 25 marzo 1984. Nell’anno 2000, in seguito all’invito del Papa, il cardinale Joseph Ratzinger — allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede — pubblicò integralmente il messaggio, compresa la famosa terza e ultima parte, e ne presentò un commento teologico al fine di mettere fine alle congetture e alle speculazioni.
Se l’attuale successore di Pietro si reca a Fátima è certamente per esprimere a Nostra Signora la riconoscenza di tutta la Chiesa per la vita santa e la missione universale di Giovanni Paolo II, ma anche, senza dubbio, per ricordarci che non esiste alcuna fatalità, e che gli avvenimenti della storia mondiale sono affidati anche alle nostre mani, in quanto con la grazia ci è richiesto di prestare il nostro concorso alla costruzione di un mondo più giusto.
Ricordiamo brevemente qualche fatto. Il 13 maggio 1917, a mezzogiorno, mentre stanno giocando nella Cova da Iria, la piccola proprietà dei genitori di uno di loro, tre bambini vengono sorpresi da un lampo e, voltandosi, vedono «una Signora tutta vestita di bianco, più splendente del sole, dalla quale si propagava una luce più chiara e intensa di un bicchiere pieno di acqua pura, attraversato dai raggi di un sole ardente». Essi si sentono totalmente immersi in una luce accecante, al punto che in seguito al fatto la più grande, Lucia, non smetterà di ripetere: ella era luce, luce, luce! La Signora si mostrerà di nuovo, nei cinque mesi successivi, a intervalli regolari. Ella tiene le mani giunte sul suo seno e dirette verso l’alto, come per pregare — descriverà ancora Lucia, aggiungendo che dalla sua mano destra pende un rosario. I bambini non fanno fatica a riconoscere in lei la santa Vergine. Con tutto il suo essere, di una trasparenza totale, ella si irradia della grazia dell’Altissimo. Come la luna (Apocalisse, 21), riflette il sole i cui raggi la attraversano. Del resto, la Signora che discosta il velo che separa la terra e il cielo si presenta subito ella stessa come la «Regina del Rosario». È l’«umile serva» (cfr. Luca, 1, 48) che invita ancora a meditare i misteri del Vangelo. E si manifesta per meglio far conoscere il Figlio eterno del Padre che ha donato al mondo con il suo sì senza riserve. Attraverso la punta del suo mantello, irradiante di splendore, è il buon profumo, quasi fisico, di Cristo che ella offre ai tre pastorinhos di Fátima. Accalcandosi subito attorno a loro, la folla immensa che è accorsa, partecipa dello stesso spirito d’infanzia, tutto soprannaturale. Stupita di fronte ai fenomeni straordinari di cui il cielo terrestre è teatro, anche se essa non vede né intende la Signora, dà docilmente credito alla testimonianza dei bambini.
A un certo momento il volto, così bello, si fa serio e lascia trasparire un tocco di dolce rimprovero. Ma forse è piuttosto l’espressione di un’intensa afflizione. La Regina del cielo e della terra è sempre la Madre dei dolori che accompagna Gesù sulla via del Calvario. La beatitudine non impedisce di avere il cuore pesante alla vista dello spettacolo che offrono i peccatori: ella piange sul mondo, come aveva fatto davanti a Catherine Labouré, la giovane novizia della Rue du Bac, o sulla nuda cima della Salette. Il suo cuore, osservano i bambini, è come circondato da spine che sembrano affondare in esso. Pensiamo alla profezia di Simeone (Luca, 2, 35), ma anche alle dichiarazioni di Gesù: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo» (Giovanni, 9, 39); «Molte cose ho da dire di voi, e da giudicare» (Giovanni, 8, 26). Maria rivela ai bambini la sua inquietudine quanto al castigo del peccato che minaccia il mondo. Lei, che era rimasta totalmente silenziosa, contemplativa ed esteriormente inoperosa sulla terra, interviene ora, raccomandando con insistenza di fare penitenza e di sopportare ogni sofferenza per la conversione dei peccatori.
È senza dubbio per meglio inculcare la lezione, che ella fa vedere, per un breve istante, una scena dell’inferno. I pastorinhos sperimentano così, interiormente, a cosa conduce la sregolatezza della ragione e della volontà: il castigo che minaccia l’umanità peccatrice. La visione dell’inferno, di cui provano tutto l’orrore, ha per loro la forza di una presenza reale che si impone a ciascuno dei loro sensi. Non dobbiamo abusarne, tuttavia: non si tratta di una sorta di fotografia della condizione dei dannati nell’aldilà, un’opinione che le autorità della Santa Sede hanno creduto di dover scartare formalmente. Diciamo che le immagini visive che si imprimono nel loro spirito con una dura evidenza mostrano, con un linguaggio a loro comprensibile, il rischio della perdizione e del supplizio eterno. L’istante terribile nel quale i veggenti sono esposti fa loro sperimentare l’immensa serietà di una possibile dannazione, ma li impegna soprattutto a «fare dei sacrifici» per «salvare le anime». Nessuno ha diritto di anticipare il mistero del giudizio escatologico concernente i vivi e i morti. Il cammino della salvezza, dice san Paolo, passa attraverso una «fede operosa» in Cristo, che è morto per tutti e al quale tutti partecipano, e con l’«impegno della carità», ma queste due «opere di nostro Signore» sono inseparabili dalla terza, la «fermezza della speranza» (1 Tessalonicesi, 1, 3) riguardo la salvezza delle anime, di tutte le anime (1 Timoteo, 2, 4). Questo cammino è un cammino ecclesiale, un cammino sul quale i cristiani procedono insieme, legati da una solidarietà profonda con tutti gli uomini in favore dei quali essi intercedono e per i quali fanno anche penitenza.
Tramite i piccoli veggenti, Maria indica dall’alto del Cielo un mezzo per «salvare le anime dei poveri peccatori»: la devozione al suo Cuore immacolato. Ella è l’unica creatura che ha saputo rispondere con il suo sì incondizionato al sacrificio di Cristo. Intimamente unita a suo Figlio, ai misteri della sua vita, morte e risurrezione, ella partecipa spiritualmente alle sue sofferenze salvifiche. A differenza di suo Figlio, ella non è — certamente — che una semplice persona umana, ma forma un tutto con Lui: il nuovo Adamo si è unito da sempre alla nuova Eva. Gesù, al quale ella deve la sua santità, ha voluto “dipendere” da lei nella sua vita terrena e, nella sua sovrana libertà, egli continua in Cielo, a “dipendere” dai fedeli che si rifugiano sotto il suo mantello di grazia. Anche la Vergine non conosce altro mezzo più efficace che invitare a passare attraverso di lei.
In una delle apparizioni, quando la Grande guerra sta volgendo alla fine, la Vergine evoca i rischi di un’altra guerra mondiale ancora peggiore. Se i cristiani allentano la loro vigilanza — avverte anche — la Russia «spargerà i suoi errori attraverso il mondo, favorendo guerre e persecuzioni verso la Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, diverse nazioni saranno distrutte». Qui conviene ancora una volta afferrare bene il senso di una predizione di questo genere. Un profeta è qualcuno che ha ricevuto il dono di far conoscere alla Chiesa ciò che Dio vuole nel momento presente. La profezia, secondo la tradizione biblica, non consiste nella predizione di un futuro obbligato. «Non si subisce l’avvenire, lo si fa», diceva Bernanos. Ciò che predice il profeta ha una forma condizionata: resta avvolto dal velo di un grande “se”. La Signora mostra a Lucia ciò che secondo la volontà di Dio per il presente non dovrebbe accadere e ciò che, se gli uomini persistono nel loro accecamento e se i cristiani non fanno penitenza, avrà immancabilmente luogo. Quando il Cielo solleva leggermente, come qui, il velo del futuro, è per meglio sottolineare l’urgenza del messaggio. Detto questo, dobbiamo constatare che la predizione si è in parte avverata. La sollecitudine materna di Maria non ha ottenuto il frutto sperato: la conversione della famiglia umana che avrebbe dovuto risparmiarle le sofferenze degli scorsi decenni. A ogni buon conto, gli avvenimenti particolari descritti nella terza parte del “segreto” appartengono ormai al passato.
Se voi pregate, se voi vi consacrate — promette la santa Vergine, a nome del Figlio — verrà un regno di giustizia e di pace nel mondo. Dopo Fátima, la Madonna è apparsa in ben altri luoghi ed ella non ha cessato di attestare che questa possibilità esiste ancora. Ella piange sul mondo perché il mondo non vuole togliersi di dosso la sua indifferenza, ma anche per condurlo, attraverso le sue lacrime, alla compassione. Ella ha bisogno del sì delle nostre labbra e delle nostre azioni per aiutare la vittoria del bene sul male. La purezza del suo fiat(cfr. Luca, 1, 38) la eleva al di sopra dei suoi fedeli, ma ella viene sempre di nuovo a noi come «mediatrice di tutte le grazie». Il “favore” (cfr. Luca, 1, 28) che Dio le ha concesso con la sua elezione e la sua (pre-)redenzione l’ha costituita di colpo come concausa della nostra salvezza. La distribuzione delle grazie (Efesini, 4, 11) da parte di Cristo passa sempre attraverso di lei. Le apparizioni sono un richiamo della sua presenza discreta ma efficace nella Chiesa che, in lei, è già «senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata» (Efesini, 5, 27). Davanti all’intorpidimento che oggi si impadronisce dei cristiani, più che mai ella li mette davanti all’ora della decisione. Ella si fa testimone del giudizio imminente, ma sempre ancora indicando una via provvidenziale, che esige da noi un impegno coinvolgente e totale.
L'Osservatore Romano

Why Catholic priests practise celibacy



The Economist
In an interview with a German magazine earlier this month, Pope Francis suggested that he would be open to the idea of allowing married men to become priests. Such a change, though momentous, would be a return to, rather than a break from, early Christian tradition: nowhere does the New Testament explicitly require priests to be celibate. For the first thousand years of Christianity it was not uncommon for priests to have families. The first pope, St Peter, was a married man; many early popes had children. How did celibacy become part of the Catholic tradition?Celibacy is one of the biggest acts of self-sacrifice a Catholic priest is called upon to make, forgoing spouse, progeny and sexual fulfilment for his relationship with parishioners and God. According to the Catholic Church’s Code of Canon Law celibacy is a “special gift of God” which allows practitioners to follow more closely the example of Christ, who was chaste. Another reason is that when a priest enters into service to God, the church becomes his highest calling. If he were to have a family there would be the potential for conflict between his spiritual and familial duties. The Vatican regards it as being easier for unattached men to commit to the church, as they have more time for devotion and fewer distractions.  
The earliest written reference to celibacy comes from 305AD at the Spanish Council of Elvira, a local assembly of clergymen who met to discuss matters pertaining to the church. Canon 33 forbids clerics in the church—bishops, priests and deacons—from having sexual relations with their wives and from having children, though not from entering into marriage. It was not until ecumenical meetings of the Catholic Church at the First and Second Lateran councils in 1123 and 1139 that priests were explicitly forbidden from marrying. Eliminating the prospect of marriage had the added benefit of ensuring that children or wives of priests did not make claims on property acquired throughout a priest’s life, which thus could be retained by the church. It took centuries for the practice of celibacy to become widespread, but it eventually became the norm in the Western Catholic church.    
Despite the decrees from the Middle Ages, celibacy is still a “discipline” of the church, which can be changed, rather than a “dogma”, or a divinely revealed truth from God which cannot be altered. As the world has changed, the Church has had a harder time recruiting priests. Numbers have been dropping: between 1970 and 2014 the world’s Catholic population grew from 654m to 1.23bn, while the number of priests declined from 420,000 to 414,000. Some prospective priests don’t want to choose between having a life with God and having a family. It is not inconceivable that the time will come again when they can have both.

Fonte

L’apostasia e l'anticristo

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Da Libertà e Persona

L’apostasia nella Chiesa secondo sant’Agostino: l’anticristo siederà nel tempio di Dio

L’apostasia nella Chiesa è stata predetta da san Paolo nella II lettera ai Tessalonicesi. I padri della Chiesa ne hanno spesso parlato, per cercare di capire.
Tra questi sant’Agostino, nel libro XX del De civitate dei.
Di seguito alcuni passi:
Noto che si devono tralasciare molti brani del Vangelo e degli Apostoli sull’ultimo giudizio di Dio, affinché questo libro non si estenda in un’eccessiva lunghezza, ma non si deve tralasciare affatto l’apostolo Paolo. Egli, scrivendo ai fedeli di Tessalonica, dice: Vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e della nostra comunione con lui
di non lasciarvi così facilmente confondere nel pensiero e turbare né da pretese ispirazioni, né da parole, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia imminente, affinché nessuno v’inganni in qualche modo. Prima infatti dovrà venire l’apostata e dovrà essere rivelato l’uomo iniquo, il figlio della rovina, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto fino a sedere nel tempio di Dio, ostentandosi come Dio. Non ricordate che, mentre ero ancora tra voi, venivano dette queste cose? E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione affinché avvenga a suo tempo. Il mistero dell’iniquità è già in atto. Frattanto chi ora lo trattiene lo trattenga, finché esca di mezzo e allora sarà rivelato l’empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà con la luce della sua venuta, perché la presenza dell’empio avverrà nella potenza di Satana con ogni specie di portenti, di segni e prodigi di menzogna e con ogni sorta d’empio inganno per quelli che si perdono, perché non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi. Perciò Dio invierà loro una giustificazione dell’errore affinché credano alla menzogna e così siano giudicati tutti coloro che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità.

Non v’è dubbio che ha espresso questi concetti sull’Anticristo e che non si avrà il giorno del giudizio, considerato come giorno del Signore, se prima non verrà colui che egli chiama apostata fuggitivo, evidentemente, da Dio Signore. Se questo epiteto si può applicare rettamente a tutti gli empi, molto di più a lui. Però è incerto in quale tempio sederà, se sulla rovina del tempio costruito dal re Salomone ovvero nella Chiesa. L’Apostolo non considererebbe tempio di Dio il tempio di un dio o di un demone. Perciò alcuni sostengono che nel passo per Anticristo non s’intende il capo stesso, ma in senso figurato tutto il suo corpo, cioè la moltitudine di uomini che a lui appartiene come capo. Pensano inoltre che anche in latino più correttamente si dice, come in greco, non nel tempio di Dio, ma: segga in qualità di tempio di Dio, come se egli sia il tempio di Dio che è la Chiesa. Diciamo, ad esempio: Siede in qualità di amico, cioè come amico, o altri casi in cui si è soliti esprimersi con questo tipo di linguaggio. Una riflessione sulla frase: E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione; sapete, cioè, che cosa è in ritardo e qual è la causa della dilazione affinché avvenga a suo tempo. Poiché ha detto che lo sapevano, non ha inteso dirlo apertamente. Perciò noi, che non sappiamo quel che essi sapevano, desideriamo ma non siamo in grado di giungere, sia pure con insistenza, a ciò che pensava l’Apostolo, soprattutto perché i concetti, che ha aggiunto, rendono più astruso il significato. Infatti che significa: Già il mistero dell’iniquità è in atto. Frattanto chi ora lo trattiene lo trattenga, finché sia tolto di mezzo, e allora sarà rivelato l’empio? Io confesso che proprio non capisco quel che ha detto. Tuttavia non passerò sotto silenzio le ipotesi di uomini che ho avuto possibilità di ascoltare o leggere…
Alcuni invece pensano che le frasi: Sapete che cosa impedisce la sua manifestazione, e: Il mistero dell’iniquità è già in atto, siano dette soltanto dei malvagi e dei falsi cristiani, che appartengono alla Chiesa, finché giungano a un numero tale da costituire un numeroso popolo per l’Anticristo e che questo è il mistero dell’iniquità perché sembra occulto. Pensano che per questo l’Apostolo esorta i fedeli a perseverare con fermezza nella fede che professano, dicendo: Frattanto chi ora lo trattiene lo trattenga finché sia tolto di mezzo,cioè finché esca di mezzo alla Chiesa il mistero dell’iniquità che ora è occulto. Pensano che al medesimo mistero si riferisca quel che nella sua lettera dice Giovanni evangelista: Ragazzi, questa è l’ultima ora e come avete udito che l’Anticristo dovrà venire, di fatto ora molti sono divenuti anticristi; da questo conosciamo che è l’ultima ora. Sono usciti da noi, ma non erano dei nostri. Che se fossero dei nostri, certamente sarebbero rimasti con noi. Come dunque, affermano questi testi, prima della fine, in quest’ora che Giovanni considera l’ultima, sono usciti dalla Chiesa molti eretici, che egli reputa come molti anticristi, così alla fine usciranno da essa tutti coloro che non apparterranno a Cristo, ma all’Anticristo, e allora si manifesterà…”.
Si aggiunga un fatto: Paolo parla, come si è visto, di qualcuno che “ora lo trattiene”, di qualcuno che impedisce all’anticristo, o al suo corpo (l’insieme dei malvagi), di trionfare.
La tradizione di solito identifica questo katechon nel pontefice.
In sintesi: sembra che il trionfo del male nasca da dentro la Chiesa, da parte di coloro che sono nella Chiesa ma non sono della Chiesa, e dal loro manifestarsi palese, dal loro abbandonare palesemente (di qui la parola apostasia: allontanamento) la fede prima professata, causa il cedimento, o la scomparsa, o l’abdicazione… di “colui che trattiene”, cioè il pontefice.

Da circa 50 anni l’idea sostentuta da molti è che Fatima abbia rivelato proprio l’imminenza di questa apostasia.

Così il Catechismo della Chiesa cattolica:
L’ultima prova della Chiesa
675 Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. 637 La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra 638 svelerà il « mistero di iniquità » sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne.
676 Questa impostura anti-cristica si delinea già nel mondo ogniqualvolta si pretende di realizzare nella storia la speranza messianica che non può essere portata a compimento se non al di là di essa, attraverso il giudizio escatologico; anche sotto la sua forma mitigata, la Chiesa ha rigettato questa falsificazione del regno futuro sotto il nome di millenarismo, soprattutto sotto la forma politica di un messianismo secolarizzato « intrinsecamente perverso ». 
677 La Chiesa non entrerà nella gloria del Regno che attraverso quest’ultima pasqua, nella quale seguirà il suo Signore nella sua morte e risurrezione. 642 Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa 643 secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male644 che farà discendere dal cielo la sua Sposa. 645 Il trionfo di Dio sulla rivolta del male prenderà la forma dell’ultimo giudizio 646 dopo l’ultimo sommovimento cosmico di questo mondo che passa. 647

Lo spaventoso laboratorio del nuovo Adamo



di Diego Marchiori.
Da quando si parla di post-umanesimo, post-verità, post-modernità, significa che qualcosa di fondamentale sta cambiando e i più si trovano ancora impreparati. Mons. Crepaldi lancia l’avvertimento: «Ci sono oggi correnti teoriche e attività pratiche, finanziate e sostenute da enormi risorse mondiali, che invece vogliono andare oltre l’uomo. Si tratta appunto del transumanesimo».
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Premessa

L’Appello politico agli italiani: Un Paese smarrito e la speranza di un popolo offre già una serie di spunti di discussione sulle sfide in atto come libertà di educazione, sussidiarietà applicata, famiglia e politiche per la vita, riforme istituzionali, politiche per il lavoro, immigrazione. Ma con questa appendice vorrei aggiungere un tema che nei prossimi mesi/anni sarà sempre più dominante – lo è già ma non ce ne siamo pienamente accorti –  dal momento che riguarderà uno stravolgimento totale delle nostre vite, più di quanto non lo sia stato finora: la rivoluzione informatica degli anni ’70 si è evoluta nella rivoluzione robotica, ovvero nella 4^ rivoluzione industriale la quale propone sfide inedite per l’umanità. Ritengo che questo argomento, pur impopolare, dovrebbe entrare con priorità nell’agenda politico – elettorale di chi si presenterà alle prossime elezioni.

Breve analisi della questione

«La grande sfida di oggi è che l’automazione, tramite software e robot, sta allargando la sua portata a tutti gli aspetti di competenza umana, comprese le capacità di analisi e di giudizio». Così Nicholas Carr intervistato da Francesco Borgonovo.[1]
Come in ogni rivoluzione in cui la tecnologia cambiano le abitudini umane, i rapporti di forza sociali, le tecniche lavorative. Ma la 4^ rivoluzione industriale rischia di cambiare anche la visione antropologica, l’utopismo tecnologico che si è già affacciato nelle nostre vite non sta promuovendo un semplice (presunto) miglioramento della qualità della vita dell’uomo, ma anche un nuovo uomo.
L’Industria 4.0 tanto apprezzata ed osannata dai grandi gruppi industriali, dalla grande finanza, da alcuni gruppi politici, viene proposta come la panacea dei mali della perdurante crisi economica; “finalmente l’Italia entra nell’era digitale”, “finalmente si torna a crescere”. Questi, in sintesi, gli slogan. Ad un’attenta analisi possiamo notare infatti già qualche presagio delle contraddizioni dell’utopia del progresso: la produzione industriale cresce molto di più dell’occupazione, come mai? Carr ha citato lo studio di due ricercatori di Oxford del 2013 intitolato “il futuro dell’occupazione” ed è emerso che su 702 mestieri diversi si stima la scomparsa del 47% degli impieghi a favore delle macchine intelligenti nei soli Stati Uniti. Per l’Europa la stima sale al 50%[2].
Sollecitati da tale studio e consapevoli che i primi a poterne subire le conseguenze – o governare le opportunità – sono stati i giovani italiani di Confartigianato che nel 2015 hanno elaborato un Manifesto[3]. In questo Manifesto, che a mio avviso dimostra una gioventù molto sensibile ai cambiamenti in atto e alle sfide che comportano[4], si può scorgere tutta la tensione che genera il nuovo equilibrio tra umano e tecnologico e che avrà conseguenze enormi. Tuttavia è la stessa tensione che dall’avvento della modernità in poi accompagna le società contemporanee: progresso vs conservazione; innovazione vs tradizione.
Lo stravolgimento tecnologico sta esplodendo in tutta la sua evidenza.
Ma facciamo un passo ulteriore: da quando si parla di post-umanesimo, post-verità, post-modernità, significa che qualcosa di fondamentale sta cambiando e i più si trovano ancora impreparati.

Lo spaventoso laboratorio del nuovo Adamo 

Nel recente bollettino di Dottrina Sociale della Chiesa dell’Oss. Van Thuan[5] si è parlato proprio di questo: Transumanesimo: lo spaventoso laboratorio del “nuovo Adamo”. Mons. Crepaldi lancia l’avvertimento: «Ci sono oggi correnti teoriche e attività pratiche, finanziate e sostenute da enormi risorse mondiali, che invece vogliono andare oltre l’uomo. Si tratta appunto del transumanesimo».
Succeduto alla morte di Dio invocata da Nietzsche – prosegue mons. Crepaldi – «il progetto dell’oltreuomo provoca la morte dell’uomo e non la sua esaltazione» e prosegue: «Oggi si vuole andare verso l’uomo ibrido animale-macchina[6], potenziato nelle sue prestazioni tramite l’identificazione con la macchina e retrocesso nel suo valore tramite una evoluzione a rovescio a pura animalità». E si chiede: «Come potrà la Dottrina Sociale della Chiesa non confrontarsi con questi orizzonti oggi più attuali?». Io aggiungo: come può la politica ignorare una sfida di tale portata?
Ma per combattere e vincere una sfida di tal fatta si può pensare che sia sufficiente qualche intervento legislativo? Qualche nuovo regolamento, qualche protesta di piazza? No! Mi trovo d’accordo con mons. Leuzzi quando – in occasione dell’anno della fede – scrisse: «la fede teologale è dell’uomo divenuto costruttore della realtà storica, nella sintesi di anima e di corpo, mentre la fede religiosa può limitarsi alla difesa dei valori etico-morali, insufficienti per la promozione di un nuovo umanesimo che promuova l’uomo nella sua unità di anima e corpo come costruttore e non semplice spettatore della storia […] Il monismo antropologico, invece, promuove e si fa garante dell’assorbimento della persona umana nella prassi, la cui prima manifestazione è la sua frammentazione[7]» antropologica, storica, biologica . E il percorso che gli ultimi cinquant’anni si è presentato è proprio il seguente: «prima sessualità senza procreazione, poi procreazione senza sessualità e, infine, sessualità senza differenze[8]».
Ossia.
Con il legame sempre più stretto tra sviluppo della tecnica e sperimentazione scientifica, il mostro di Frankenstein di Mery Shelley sembra farsi sempre più possibile. Una mostruosità che preoccupa, e non a caso lo scorso novembre la Pontificia Università Lateranense ha organizzato un primo summit internazionale[9] con esponenti del mondo digitale e in cui ci si sono confrontati attorno alla domanda: “Quali sono le trasformazioni che la rivoluzione digitale porta con sé, quali i valori che ci devono sostenere?”
Francamente non so che cosa possa rispondere in fatto di valori un patron di Google o di Facebook, ma la questione è tanto banale quanto drammatica: siamo di fronte ad un bivio che può rendere la persona più persona, o disumanizzarla. E l’approccio meccanicistico ostile a riconoscere che la persona umana non è solo corpo, ma anche anima, quindi non è solo fisica, ma anche metafisica, non è solo forma, ma anche sostanza; non sembra far ben sperare. Lo vediamo nelle legislazioni internazionali sempre più invasive riguardo la vita, la famiglia, il rapporto con la sofferenza e la morte. Legislazioni non solo invasive, ma sempre più aggressive[10] verso chi sostiene l’indisponibilità della persona umana ai vari riduzionismi. L’esempio più grave è l’utero in affitto[11] e le proposte neomalthusiane di fondazioni come Bill e Melinda Gates che promuovono il controllo delle nascite[12] nelle donne povere del mondo anche con dispositivi tecnologici sottocutanei.
La rivoluzione tecnologica investe tutta l’esistenza umana: dal concepimento alla morte, dai rapporti interpersonali al lavoro, dalla politica all’economia. È una rivoluzione totale verso la quale ci troviamo drammaticamente impreparati. Sul piano operativo ed anche sul piano ideale. Il relativismo ci ha offuscato la mente per cui non sappiamo più distinguere nettamente ciò che è buono da ciò che è cattivo. Non sappiamo più cercare il bene e fuggire il male, ma conviviamo acriticamente con tutte quelle strutture sociali di peccato che stanno seminando il cancro della cultura della morte.
Benedetto XVI è stato molto chiaro riguardo il rapporto tra sviluppo tecnico ed umano: «Lo sviluppo tecnologico può indurre l’idea dell’autosufficienza della tecnica stessa quando l’uomo, interrogandosi solo sul come, non considera i tanti perché dai quali è spinto ad agire[13]»Il potere ideologico della tecnica, prosegue il papa «rende oggi così forte la mentalità tecnicistica da far coincidere il vero con il fattibile. Ma quando l’unico criterio della verità è l’efficienza e l’utilità, lo sviluppo viene automaticamente negato[14]».
L’enciclica è stata scritta all’origine della grande crisi finanziaria mondiale, quasi a denunciare proprio l’efficientismo e l’utilitarismo che stanno dominando le scelte economiche. Ma la lezione non sembra essere stata accolta.
Un esempio molto concreto è dato proprio dal piano per l’industria 4.0 proposto dal Governo Renzi. Si parla di tutto fuorché della grande contraddizione che comporta la robotizzazione e l’inserimento dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi: la disoccupazione dovuta al rimpiazzamento delle persone con robot ed umanoidi.  Sempre Nicholas Carr afferma: «Fino a poco tempo fa, la maggior parte dell’automazione riguardava lavori manuali o fisici, in particolare il lavoro in fabbrica e quello di produzione agricola. Con i computer, però, l’automazione si sposta nel mondo dei cosiddetti “lavoratori della conoscenza”»; la rivoluzione in atto coinvolgerà quindi anche i colletti bianchi[15].
Non solo. Ma mentre si parla di efficienza e flessibilità per i processi industriali, si dimentica che la persona non è un robot, e quindi per potersi ricollocare nel mercato del lavoro «ed acquisire nuove competenze non è una cosa che succede in una notte[16]».

 Il necessario ruolo della politica

Da più parti ci si chiede che cosa sia ormai Politica. Essa ha perso il suo compito e la sua efficacia forse perché ha perso il senso per cui esiste. Se la politica è affari, se la politica è solo contrattazione tra interessi, allora non è Politica. Se manca cioè una chiara visione di che cosa sia l’uomo, la società degli uomini, il mondo che lo circonda, da dove proviene e dove finirà, la politica si riduce a cieca passacarte di processi relativi.
Ciò è ancor più grave se rapportato alla rivoluzione che sta avvenendo. E volendo avviarmi alla conclusione vorrei abbozzare alcune proposte concrete:
  1. La politica deve riappropriarsi del proprio ruolo rispetto al paradigma tecnocratico, alla finanziarizzazione dell’economia, alla prepotenza scientifica sulla vita umana. Deve ribadire un’etica indisponibile, una verità accessibile alla ragione che limita la presunta libertà di fare tutto ciò che è tecnicamente possibile.
  2. Va creata una nuova alleanza politica che elabori soluzioni concrete rispetto al progressismo tecnologico e al riduzionismo umano. È un lavoro anzitutto culturale di riscoperta dei valori di fondo che accomunano ogni essere umano.
  3. Lavorare su proposte di legge di rango costituzionale in cui sia ribadito che:
    1. Il lavoro è uno strumento al servizio dell’uomo e mai il contrario;
    2. La dignità di ogni essere umano non può essere riducibile ai meccanismi della tecnica;
    3. L’essere umano è un essere indisponibile alla sperimentazione tecno-scientifica.
  4. Va creato uno statuto unico della robotica e dell’intelligenza artificiale in cui si regolamentano le politiche dei processi produttivi, a garanzia della dignità del lavoro, della giusta retribuzione salariale, dei tempi di lavoro e di riposo.
  5. Vanno create limitazioni ai nuovi centri di potere tecnologico che hanno sede fuori dai confini nazionali, ma che sono degli influencer pubblici rilevanti.
Per la complessità del tema chiaramente non posso né essere esaustivo, né esente da qualche errore di valutazione. Reputo tuttavia che la questione sia più urgente che mai poiché tocca tutte le dimensioni dell’umano, e tutti gli ambiti della vita sociale, lavorativa, familiare, biologica. E’ una sfida inedita che coglie molti ancora impreparati, e precipuo compito del politico è saper vedere oltre ed indicare soluzioni coerenti con la dignità della persona umana, la sussidiarietà e la solidarietà, il bene comune. Anche quando questo non conviene sul piano elettorale.

[1]
 La Verità 7/12/2016 pp.16-17
[4] Per un mio commento specifico vedi: Dal Manifesto nazionale per un DNA veronese
[5] Per una lettura approfondita vedi Bollettino DSC n.2/anno XII
[8] idem
[10] Ultima in ordine di tempo è la proposta di legge francese che vuole ostacolare i siti pro-life
[11] Basta digitare sulla ricerca Google “utero in affitto” o “maternità surrogata” o “gestazione per altri” o “fecondazione eterologa” per comprendere la portata della questione.
[12] Qui Melinda Gates  a Tedx Germania esordisce dicendo che il tema della contraccezione “è controverso quando dovrebbe essere incontrovertibile”. E’ il volto della dittatura gentile del movimento abortista mondiale.
[13] Benedetto XVI. Caritas in Veritate n.70. Città del Vaticano 2009
[14] Idem
[15] La Verità del 07/12/2016 pp.16-17
[16] Idem