domenica 4 dicembre 2016

Una realizzazione perfetta




(g.m.v.) È forse la prima volta che per fare un film uno degli attori protagonisti, privo di qualsiasi formazione cristiana, ha fatto gli esercizi spirituali secondo il classico metodo ignaziano mentre un altro, anch’egli lontano dalla religione, ha voluto partecipare a un ritiro. L’opera è Silence di Martin Scorsese, una realizzazione perfetta tratta dal romanzo di Shūsaku Endō che uscirà il 23 dicembre negli Stati Uniti, e a raccontare questa storia singolare all’Osservatore Romano è James Martin, direttore della rivista «America». Cinquantaseienne di Philadelphia, il gesuita è stato consulente del regista newyorkese ed è venuto con lui a Roma e in Vaticano per l’anteprima della pellicola.
Tutto è cominciato nel 2014, «quando Scorsese e suoi collaboratori Marianne Bower e Jay Cocks mi hanno cercato perché avevano bisogno di capire i gesuiti». La pellicola, asciutta e commovente, è centrata infatti sulla vicenda tragica dei missionari della Compagnia di Gesù arrivati in Giappone, i padres, e delle feroci implacabili persecuzioni che soprattutto nella prima metà del Seicento costrinsero all’abiura o sterminarono i nuovi fedeli — forse oltre trecentomila nell’arco di pochi decenni — originando il fenomeno eroico e singolare dei “cristiani nascosti” (kakure kirishitan), sopravvissuti nel silenzio, appunto, per oltre due secoli, fino all’apertura al mondo esterno del paese nella seconda metà dell’Ottocento.
A voler capire i gesuiti e la loro mentalità è stato soprattutto Andrew Garfield, che nella pellicola, girata in gran parte a Taiwan, è padre Rodrigues, discepolo insieme al confratello Garupe (Adam Driver) di padre Ferreira (Liam Neeson), costretto a rinnegare il cristianesimo — ma forse rimasto fedele nel silenzio del proprio cuore — di fronte alle atroci sofferenze inflitte ai cristiani giapponesi proprio per obbligarlo ad abiurare Cristo. «Per lungo tempo ci siamo scritti per email e abbiamo parlato via skype» ricorda padre Martin sorridendo, «e Andrew, che ha fatto gli esercizi più impegnativi secondo il metodo di sant’Ignazio, alla fine aveva una relazione personale con Gesù. Ne ho parlato con il mio direttore spirituale e mi ha detto: è stato un miracolo, certo non clamoroso ma reale, che questo sia accaduto a un agnostico».
Scorsese e Cocks sono poi stati «molto aperti ai miei suggerimenti» — sottolinea il gesuita — «tanto che quando leggevo nella sceneggiatura qualcosa che non andava, lo segnalavo e loro correggevano». In questo modo il film risulta storicamente molto attendibile. «Secondo me Garfield è gesuita nel cuore, come anche Neeson, mentre Driver addirittura ha fatto un ritiro a St Beuno’s, un centro di spiritualità ignaziana nel Galles» dice Martin.
Del resto c’è un precedente che risale esattamente a trent’anni fa,The Mission, il film di Roland Joffé sull’epopea tragica dellereducciones gesuitiche in Paraguay che appena uscito, nel 1986, vinse la palma d’oro a Cannes (con Neeson nella parte di un missionario della Compagnia di Gesù). Del film fu infatti consulente Daniel Berrigan, il gesuita scomparso novantacinquenne lo scorso aprile che «The New York Times» ha ricordato come «il prete che predicò il pacifismo» negli anni più crudi della guerra in Vietnam. Con una differenza — scherza padre Martin — perché «Berrigan comparve per un attimo nella pellicola e pronunciò persino una battuta».
Il gesuita statunitense, autore di libri fortunati e popolari comeMy Life with the Saints (2006) e The Jesuit Guide to (Almost) Everything (2010) spiega che ha vissuto questa consulenza al capolavoro di Scorsese «come una piccola parte del mio ministero per la Chiesa, in quanto gesuita, prete, giornalista e scrittore perché la stragrande maggioranza delle persone non leggono “America” ma vanno al cinema». Scorsese, «che è molto religioso, molto cattolico», e i suoi collaboratori hanno da parte loro voluto realizzare un’opera «corretta». E il risultato è straordinario, al punto che «quando l’ho visto la prima volta — ricorda il gesuita — ho pianto: è una grande storia, un grande film, la storia dei miei fratelli, la storia di quei martiri, ma anche dei miei amici e degli esercizi spirituali di Andrew».
La vicenda narrata dal regista americano è in definitiva una riflessione sulla difficoltà del discernimento e delle scelte che bisogna compiere nella propria vita, «anche quando non è così chiaro cosa fare» osserva Martin: «Per questo vedo nel film un messaggio per la Chiesa di oggi, con una spiritualità forte, che ispira la fede in Dio».

L'Osservatore Romano

L'Angelus di Papa Francesco: "Con la nascita di Gesù a Betlemme, è Dio stesso che prende dimora in mezzo a noi...



Nuovo tweet del Papa: "L’Avvento è il tempo per preparare i nostri cuori ad accogliere Cristo Salvatore, nostra speranza." (4 dicembre 2016)

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L'Angelus di Papa Francesco: "Con la nascita di Gesù a Betlemme, è Dio stesso che prende dimora in mezzo a noi per liberarci dall’egoismo, dal peccato e dalla corruzione"

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Nel Vangelo di questa seconda domenica di Avvento risuona l’invito di Giovanni Battista: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!» (Mt 3,2). Con queste stesse parole Gesù darà inizio alla sua missione in Galilea (cfr Mt 4,17); e tale sarà anche l’annuncio che dovranno portare i discepoli nella loro prima esperienza missionaria (cfr Mt 10,7). L’evangelista Matteo vuole così presentare Giovanni come colui che prepara la strada al Cristo che viene, e i discepoli come i continuatori della predicazione di Gesù. Si tratta dello stesso gioioso annuncio: viene il regno di Dio, anzi, è vicino, è in mezzo a noi! Questa parola è molto importante: “Il regno di Dio è in mezzo a voi”, dice Gesù. E Giovanni annuncia quello che Gesù dopo dirà: “Il regno di Dio è venuto, è arrivato, è in mezzo a voi”. Questo è il messaggio centrale di ogni missione cristiana. Quando un missionario va, un cristiano va ad annunciare Gesù, non va a fare proselitismo, come se fosse un tifoso che cerca per la sua squadra più aderenti. No, va semplicemente ad annunciare: “Il regno di Dio è in mezzo a voi!”. E così il missionario prepara la strada a Gesù, che incontra il suo popolo.
Ma che cos’è questo regno di Dio, questo regno dei cieli? Sono sinonimi. Noi pensiamo subito a qualcosa che riguarda l’aldilà: la vita eterna. Certo, questo è vero, il regno di Dio si estenderà senza fine oltre la vita terrena, ma la bella notizia che Gesù ci porta – e che Giovanni anticipa – è che il regno di Dio non dobbiamo attenderlo nel futuro: si è avvicinato, in qualche modo è già presente e possiamo sperimentarne fin da ora la potenza spirituale. “Il regno di Dio è in mezzo a voi!”, dirà Gesù. Dio viene a stabilire la sua signoria nella nostra storia, nell’oggi di ogni giorno, nella nostra vita; e là dove essa viene accolta con fede e umiltà germogliano l’amore, la gioia e la pace. 
La condizione per entrare a far parte di questo regno è compiere un cambiamento nella nostra vita, cioè convertirci, convertirci ogni giorno, un passo avanti ogni giorno… Si tratta di lasciare le strade, comode ma fuorvianti, degli idoli di questo mondo: il successo a tutti i costi, il potere a scapito dei più deboli, la sete di ricchezze, il piacere a qualsiasi prezzo. E di aprire invece la strada al Signore che viene: Egli non toglie la nostra libertà, ma ci dona la vera felicità. Con la nascita di Gesù a Betlemme, è Dio stesso che prende dimora in mezzo a noi per liberarci dall’egoismo, dal peccato e dalla corruzione, da questi atteggiamenti che sono del diavolo: cercare il successo a tutti i costi; cercare il potere a scapito dei più deboli; avere la sete di ricchezze e cercare il piacere a qualsiasi prezzo. 
Il Natale è un giorno di grande gioia anche esteriore, ma è soprattutto un avvenimento religioso per cui è necessaria una preparazione spirituale. In questo tempo di Avvento, lasciamoci guidare dall’esortazione del Battista: «Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!», ci dice (v. 3). Noi prepariamo la via del Signore e raddrizziamo i suoi sentieri, quando esaminiamo la nostra coscienza, quando scrutiamo i nostri atteggiamenti, per cacciare via questi atteggiamenti peccaminosi che ho menzionato, che non sono da Dio: il successo a tutti i costi; il potere a scapito dei più deboli; la sete di ricchezze; il piacere a qualsiasi prezzo. 
Ci aiuti la Vergine Maria a prepararci all’incontro con questo Amore-sempre-più-grande, che è quello che porta Gesù, e che nella notte di Natale si è fatto piccolo piccolo, come un seme caduto nella terra. E Gesù è questo seme: il seme del Regno di Dio.

sabato 3 dicembre 2016

Le ferite feconde del parto

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di Liugino Bruni
Canto l’uomo che è morto, non il Dio che è risorto. Canto l’uomo infangato, non il Dio che è lavato. Canto l’uomo impazzito, non il Dio rinsavito
Roberto Roversi e Lucio Dalla
I canti del servo sono la vetta del libro di Isaia e uno dei brani più alti della letteratura spirituale di tutti i tempi. È un testo profetico e poetico mirabile, capace di raccogliere le attese e le speranze della storia che lo ha preceduto e di prefigurare un uomo e un Dio che ancora non c’erano. Parole improbabili, versi che nessuno aveva mai scritto, che non potevano essere scritti. E invece li abbiamo. «Come molti si stupirono di lui – tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo – sarà stupore alle moltitudini» (Isaia 52, 14). Come è possibile che un uomo sfigurato e deformato dalle sofferenze divenga stupore delle genti? Infatti il profeta si chiede: «Chi avrebbe creduto al nostro annuncio?» (53,1). E poi continua con parole che non possiamo leggere senza farci ferire dalla loro dolorosa bellezza: «Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori, esperto di ogni sventura, come uno davanti al quale ci si copre la faccia. Era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima» (53,2-3). 
Non riusciamo ad intuire nulla della forza di questi canti senza considerare come era vista la sofferenza e la sventura nel mondo antico, anche in Israele prima di questi canti del secondo Isaia – e prima di Giobbe. Per le teologie del tempo, la sofferenza era la sorte dei peccatori o degli eredi dei peccatori. Non esisteva la possibilità del giusto sofferente. Gli spettatori e i lettori non provavano alcuna empatia spirituale con queste vittime. La naturale solidarietà degli uomini era coperta nell’antichità da teologie e teodicee prodotte per trovare un ordine giusto dentro lo spettacolo di ingiustizia che si svolgeva sotto il sole: «E noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato» (53,4). L’umiliato dagli uomini era anche castigato da Dio.

La straordinaria rivoluzione teologica di questi canti sta allora nell’innocenza della vittima: «Sebbene non avesse commesso violenza né vi fosse inganno nella sua bocca» (53,9). Poche parole, ma capaci di una svolta religiosa epocale: la vittima è un innocente. Il capro espiatorio, che col suo sacrificio spezza la ripetizione della violenza nella comunità, non ha alcuna colpa, è un agnello senza macchia. La vittima è immacolata: «Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca. Era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca» (53,7). È la fine dell’era della colpevolizzazione delle vittime, dei capri che si meritano la loro triste sorte. Il servo di YHWH è un capro innocente. Anche Giobbe era innocente, e per tutto il suo dramma difende la sua innocenza contro i suoi "amici" e contro Dio. 

Ma nello svolgimento del processo di Giobbe, quando compare, Dio non dà ragione alla protesta di Giobbe: il Dio del libro di Giobbe non è all’altezza delle domande di Giobbe. Nel canto del servo di YHWH è diverso: attraverso le parole del profeta, è Dio stesso a dire l’innocenza del suo servo, a rivelarci una dimensione nuova del senso della sofferenza, che non era emersa nemmeno nello straordinario Giobbe – che pure è un libro rivoluzionario per la sua antropologia (e poesia). Il canto del servo segna allora la fine della doppia sventura dei poveri, dei deboli, degli scartati, dei piccoli, di tutte le vittime dei potenti, degli umiliati e schiacciati nella carne e nello spirito, oppressi dai potenti, dalla vita e da Dio, e al tempo stesso dei ricchi e potenti chiamati benedetti dalla vita e da Dio, ma svergognati dalla vita, condannati da Dio. 

È la fine della religione economica, dove i poveri erano la moneta per pagare i debiti di uomini potenti bisognosi di tranquillizzare la propria coscienza mentre producevano e riproducevano le ingiustizie e i soprusi. I profeti (e Giobbe) sono i più grandi amici dei poveri, perché sono i principali nemici delle teorie manipolatrici dei grandi e dei forti, che associavano anche la divinità e i suoi sacerdoti alla propria causa – un messaggio fondamentale, oggi, quando in nome del merito e dell’efficienza il capitalismo tenta di nuovo di colpevolizzare i poveri e gli scartati. Ma la rivoluzione del servo non si ferma qui. Continua, e ci apre orizzonti ancora più incredibili e improbabili, interminati spazi. Il servo non è soltanto innocente, ma «si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità... Per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (53,4-5). Come è stato possibile scrivere questi canti, pensarli, dirli? Da dove sono fioriti? Noi oggi abbiamo Cristo, i vangeli, Paolo, i martiri, san Francesco, padre Kolbe, e i tanti uomini e donne che ci hanno donato parole e verbi per capire o almeno intuire qualcosa di quelle parole. Ma lui? Dove ha imparato questi canti?

Certamente dalla sua gente: gli uomini e le donne del suo tempo sapevamo che le vittime e i poveri sono innocenti, anche quando la teologia dei potenti li voleva convincere del contrario. Lo sapevano gli uomini, ma ancora di più lo sapevano le donne, le madri. Sapevano che i loro figli erano innocenti, anche quando tutto diceva il contrario. Sapevano, e sanno, che nessun errore, nemmeno quello più grande, può farci uscire dalla benedizione della creazione, che l’innocenza è più profonda del peccato nostro e degli altri. Quando l’umanità smarrisce il senso di questa innocenza radicale, resta solo la vendetta perpetua, con la sua violenza infinita. Il "segno di Caino" è anche segno di questa innocenza, dice che la vendetta non deve essere, non è, l’ultima parola sulle nostre relazioni. Che non esiste colpa più grande della nostra innocenza. Ma il quarto canto del servo ci dice qualcosa di più. Il servo non era solo innocente: è stato trafitto per le nostre colpe, fu percosso, messo a morte, per i nostri peccati. Una comunità, forse un popolo, fu guarito a causa delle sue ferite. E qui tutto si complica. Quale il significato di questa "sofferenza vicaria", di questo dolore ingiusto di un innocente a vantaggio di altri? 

Le civiltà, anche quella biblica, conoscevano questo tipo di sofferenza. Molti sacrifici avevano il loro significato nell’offrire la sofferenza di uno in cambio della benedizione per altri. Agnelli, ma anche bambini e vergini venivano sacrificati sugli altari degli dèi pensando che la loro sofferenza e morte espiassero le colpe della comunità, fossero offerta gradita a dèi affamati di sangue e mai sazi. Anche i bambini, gli animali, le vergini, erano innocenti, venivano scelti in quanto innocenti. Una visione espressione perfetta della religione economica e mercantile, che i canti del servo vogliono superare e rinnegare. Quale il senso della sofferenza di quel servo innocente? Non è sufficiente dire che il popolo lesse la vicenda di quell’innocente come presa di coscienza collettiva che in quella sofferenza stava avvenendo qualcosa che li riguardava, che uno solo stesse "pagando" per molti. Se fosse questa l’idea di Dio di questi capitoli del secondo Isaia, non avremmo alcuna rivoluzione teologica, ma saremmo sempre dentro l’antica teologia retributiva – come accade anche ad alcune letture teologiche della morte e passione di Cristo. Per capire la portata umana e spirituale di questi versi, occorre rischiare e osare di più. Dobbiamo leggere i canti del servo anche come esperienza personale del profeta, come racconto auto-biografico del secondo Isaia, o di un suo discepolo che lo aveva accompagnato e conosciuto molto da vicino.

Nessuno può leggere le nostre sofferenze come espiazione delle proprie colpe se noi non decidiamo intenzionalmente e liberamente di viverle come dono. Senza questa scelta di vivere e interpretare la nostra sventura innocente come liberazione di altri, qualsiasi lettura esterna della nostra sofferenza è una riedizione dell’arcaica teologia del capro espiatorio. Ecco, allora, perché questi versi splendidi possono essere letti come un’ulteriore rivelazione della vocazione profetica, forse la più intima, segreta, sublime. Un giorno, forse, al culmine della propria vocazione profetica in tempo di esilio, umiliato e reietto dal suo popolo e dall’oppressore, quel profeta ha scelto di vivere la propria sofferenza come ultimo passo di incarnazione della sua chiamata, come compimento con il corpo di quanto aveva detto con la voce. I canti del servo sono il canto finale del secondo Isaia. Ma sono anche il canto finale della vocazione di molti profeti, dei fondatori di comunità, di movimenti spirituali e ideali. Per queste persone, al vertice della loro esistenza e vocazione, arriva il canto del servo di YHWH. Per ragioni ogni volta diverse, arriva il tempo dell’umiliazione, del disprezzo e del rifiuto, dell’espulsione, delle infinite sofferenze, qualche volta dalla propria comunità.

Può così accadere che il profeta e il fondatore capiscano che l’unica cosa che possono e devono fare è restare muti, diventare agnello sotto la mano del tosatore. È il tempo delle stigmate. Per chi riesce a stare mansueto sotto la mano che lo lavora nelle sofferenze morali e fisiche, accade l’alchimia cantata dal servo: si capisce che in quell’abbandono crocifisso si sta rigenerando quella comunità e quel popolo, che quelle ferite erano anche le ferite del secondo parto. E il tosatore diventa anche il buon pastore. Solo quando le nostre sofferenze, che nascono dalla diversità, dalla cattiveria, e dalla vita, diventano intenzionalmente parto, lì rivive l’antico canto del servo. Accade il miracolo, tutta gratuità e tutto frutto di una intera esistenza vissuta seguendo la voce, che le proprie carni si trasformano nel corpo della comunità ferita e ferente. Per redimerla veramente e per sempre.
Sono esperienze molto rare, che fanno della terra un pezzo di paradiso: «Rallegrati, sterile, che non partorivi. Erompi in giubilo e gioisci, tu che soffrivi nelle doglie, perché sono più i figli dell’abbandonata che i figli della maritata» (54,1).
l.bruni@lumsa.it

Tommaso d’Aquino l’immortale maestro dei cattolici

San Tommaso davanti al Crocifisso

Da Fabrizio Cannone
La Utet ripubblica il “Compendio di teologia”
cattivi maestri di novecentesca memoria, i cui scritti ancora nuocciono in pieno XXI secolo, non debbono farci dimenticare i veri e i grandi maestri del passato, i quali restano come dei fari nella notte buia che a tratti sembra invadere la scena della vita contemporanea.
La figura di san Tommaso d’Aquino (1225-1274) non ha davvero più bisogno di presentazioni tra i cattolici e gli italiani di cultura media.
Ha bisogno invece, l’Angelico Dottore, di essere conosciuto, di essere diffuso, di essere studiato come un immenso portatore di sicurezza, di pace e di vera gioia. La pace infatti è la “tranquillità dell’ordine” (Agostino), è l’armonia tra le parti di un unico corpo (come i cittadini di uno Stato), ed è la fraternità che lega o dovrebbe legare gli associati, a vario titolo, tra di loro (di un paese, città, quartiere, borgo, impresa, sodalizio, etc.). E la gioia è la fruizione di questa vera pax christiana in cui tutti esercitano i propri diritti e osservano i propri doveri, e dove ognuno vive più per il bene comune che per i propri pur legittimi interessi. Eppure…
La difficoltà dell’accesso al pensiero filosofico-teologico-etico di Tommaso deriva anzitutto da due cause materiali, diverse e convergenti. La prima è, tradizionalmente, l’alto prezzo delle sue opere disponibili in libreria, specialmente la più nota tra tutte, la Summa theologiae. Summa (da poco ripubblicata dalle edizioni ESD di Bologna in una nuova eccellente traduzione italiana) da considerarsi come un monumento di inarrivabile sapienza e come la sintesi organica di secoli e secoli di ricerca, di riflessione e di pietà cristiana. La seconda difficoltà sta nella scarsa conoscenza, a livello della cultura diffusa, della logica del pensiero medievale, pensiero che anche nei licei odierni è trattato in modo sommario e generico, quasi en passant tra l’antichità greco-romana (da Socrate a Platone, da Aristotile a Seneca) e le magnifiche sorti progressive iniziate con l’Umanesimo e il Rinascimento.
Se invece i nostri liceali, assai numerosi oggi in Italia, ricevessero le giuste chiavi di lettura per comprendere la filosofia medievale e la scolastica (da farsi in parallelo con la storia politica e militare, la storia dell’arte e la storia della scienza), allora sono certo che S. Tommaso tornerebbe presto in auge, come lo fu sempre, tra gli studiosi veramente profondi, negli ultimi 4-5 secoli.
Le Edizioni Studio Domenicano, che ci hanno da poco offerto una nuova edizione integrale e bilingue dellaSumma, da diversi anni stanno realizzando una bella collana di testi tomisti di facile accesso, sia per il prezzo che, tutto sommato, per il contenuto (cfr. La Legge dell’amoreLa virtù della speranzaLa giustizia forense, etc. Si auspica vivamente che molti trattati tomisti, per esempio alcune delle Quaestiones disputatae, vengano riprodotti in opuscoli di dimensioni congrue e con annotazioni di aiuto al lettore).
Da poco si è (ri)aggiunto un nuovo strumento per l’iniziazione al pensiero di Tommaso: il Compendio diteologia (Utet, 2016, € 15.90). Questo Compendio tratta in modo accessibile i grandi temi del pensiero tommasiano e medievale: Dio e la creazione, la fede, la speranza, la carità, la vita eterna, la legge morale, la giustizia, il peccato, il male, il retto ordinamento della società e così via. Insomma l’Autore interpreta da par suo la necessaria tendenza umana verso le cose spirituali, non materiali, ma pur sempre decisive nella vita di ognuno. Al Compendio sono poi aggiunti come appendice alcuni opuscoli dell’Angelico in difesa della vita religiosa e del lavoro dei monaci, sia manuale sia nell’insegnamento universitario.
La figura del frate domenicano Tommaso d’Aquino è tutto meno che banale. Nato da nobile famiglia dell’Italia meridionale, entrò giovane tra i religiosi biancovestiti fondati dallo spagnolo Domenico di Guzmán (1179-1221). Amante della scienza, della virtù e della sapienza, studiò a Colonia e insegnò in varie parti d’Italia, oltre che alla Sorbona di Parigi.
La sua opera complessiva è fatta da decine di testi filosofici, esegetici e teologici che lasciano stupefatti lo studioso e perfino lo studente che si imbatte in essi: la logica che presiede all’opera di san Tommaso sembra essere più una “matematica divinamente ispirata” che una semplice ricerca fatta di accumulo, revisione e sviluppo.
Tutti i Pontefici della storia (dal XIII secolo ad oggi), e senza alcuna soluzione di continuità, hanno indicato in san Tommaso d’Aquino il teologo cattolico per eccellenza e, se questo non stupisce per i papi medievali e rinascimentali (l’Angelico fu canonizzato nel 1323 e dichiarato Dottore della Chiesa nel 1567), potrebbe stupire per quelli più recenti. Giovanni Paolo II ad esempio, in un importante documento del 1998, in cui stigmatizzava la separazione tra fede e ragione (n. 45) e notava come “uno dei dati più rilevanti della nostra condizione attuale consiste nella crisi di senso” (n. 81), proponeva il ritorno al pensiero dell’Aquinate in questi termini: “san Tommaso amò in maniera disinteressata la verità. Egli la cercò dovunque essa si potesse manifestare, evidenziando al massimo la sua universalità (…). Il suo pensiero (…) raggiunse vette che l’intelligenza umana non avrebbe mai potuto pensare” (Fides et ratio, n. 44).
Siamo convinti che tutti i problemi politici e sociali odierni, dalla crisi economica all’invasione dei migranti, dalla diffusione della droga e della violenza giovanile sino all’auto-demolizione dell’istituto familiare, potrebbero essere meglio impostati e risolti, almeno in potenza e in nuce, grazie alla saggezza secolare e davvero mirabile, di quei Maestri di vita e di pensiero che l’Italia ha lasciato, come eredità perenne, al mondo intero.

Ecco, il Signore verrà. Commento all'antifona d'ingresso della II domenica di Avvento

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Popolo di Sion, ecco, il Signore verrà a salvare le genti;e farà udire, il Signore, la sua voce gloriosacon gioia del vostro cuore (cf. Is 30,19.30).Tu che governi Israele, ascolta,tu che conduci Giuseppe come una pecorella (Sal 79,2).

Ecco, il Signore viene! E viene sempre, per portare la salvezza, per guidare le pecore del suo gregge, per prendersi cura del «popolo che egli ha scelto come sua eredità» (Sal 32,12). Il Veniente viene incontro a un «popolo», non a una folla di solitudini, né all’anonimato dell’isolamento: populus Sion, «il popolo di Sion» è il destinatario della prossimità del Signore, che consola gli esiliati, che cammina con il suo popolo, che fa rifiorire il deserto, che riedifica le rovine della Città santa, che fissa la sua dimora in mezzo agli uomini che egli ama.
E questo «popolo di Sion» – nel vocativo che apre il canto d’introito della II domenica di Avvento – è annuncio e figura della Chiesa, comunità dei chiamati, per diventare «un solo gregge», sotto la mano di «un solo pastore» (Gv 10,16), «per formare un solo corpo» (1Cor 12,13), ascoltando la sua voce (cf. Gv 10,16.27).
«Il Signore, infatti, farà udire la gloria della sua voce» (Is 30,30), quella voce che nell’In-principio ha chiamato all’esistenza tutte le cose che sono (cf. Gen 1,3 ss.), quella voce che echeggia con forza nel canto del salmista: «La voce del Signore è sopra le acque, tuona il Dio della gloria, il Signore sulle grandi acque. La voce del Signore è forza, la voce del Signore è potenza. La voce del Signore schianta i cedri del Libano. La voce del Signore saetta fiamme di fuoco, la voce del Signore scuote il deserto. Nel suo tempio tutti dicono: Gloria!» (Sal 28,3-5.7-9).
La gloria di quella voce si è fatta vagito di un figlio d’uomo, in una mangiatoia, nel nascondimento dell’incarnazione; ha trovato eco nelle parole tonanti di Giovanni il Battista, «voce di uno che grida nel deserto» (Lc 3,4); si è fatta annuncio di bene per i poveri sulle vie del vangelo, di liberazione per i prigionieri, di sguardo nuovo per i ciechi, di misericordia per i peccatori, di ritrovamento per i perduti (cf. Lc 4,18); si è fatta «voce grande» nell’urlo di derelizione sulla croce, nella solidarietà ultima con tutti gli abbandonati da Dio e dagli uomini, e nell’affidamento ultimo al Padre che salva, perdona e accoglie ogni vita (cf. Mt 27,46.50 e par.).
Ecce Dóminus véniet, «ecco, il Signore verrà…». La salvezza che viene e che si dice in una Parola gravida di senso è il dono che ci è fatto nell’Avvento, in quel «venire» di Dio che non si limita ad un passato che ci precede, ma che ci attira verso il suo futuro, verso il suo «avvenire» che ci si fa incontro: ecco, «ora egli viene incontro a noi in ogni uomo e in ogni tempo, perché lo accogliamo nella fede e testimoniamo nell’amore la beata speranza del suo regno» (Prefazio di Avvento I/A).
È questa la sorgente, la scaturigine e la causa della nostra gioia, di quella lætitia cordis che allarga il cuore, che dilata gli spazi interiori, che dischiude orizzonti insperati, che infonde fiducia: così, «con cuore dilatato dall’indicibile dolcezza dell’amore», corriamo incontro al Signore veniente (RB, Prol. 49), nella gioia di sapere che, se un tempo noi eravamo non-popolo, ora invece siamo popolo di Dio; e, se un tempo eravamo esclusi dalla misericordia, ora invece abbiamo ottenuto misericordia (cf. 1P 2,10).
Fratel Emanuele di Bose

Papa Francesco. Udienza agli imprenditori partecipanti al “Fortun-Time Global Forum”

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Udienza agli imprenditori partecipanti al “Fortun-Time Global Forum”. Papa Francesco: "Perché quando riconosciamo finalmente il male in mezzo a noi, possiamo cercare di sanarlo applicando la giusta cura"
Sala stampa della Santa Sede 
[Text: Italiano, English] 
- "Il nostro mondo oggi è segnato da grande inquietudine. La disuguaglianza tra i popoli continua a crescere e molte comunità sono direttamente colpite dalla guerra e dalla povertà o dalla partenza forzata di migranti e profughi."
- "Il rinnovamento, la purificazione e il rafforzamento di solidi modelli economici dipende dalla nostra personale conversione e generosità verso i bisognosi." 

Alle ore 11.45 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza gli imprenditori partecipanti al Fortune-Time Global Forum sul tema: “La sfida del 21° secolo: creare un nuovo patto sociale”. 
Discorso del Santo Padre
Cari amici,
Sono lieto di accogliere tutti voi, partecipanti al Fortune-Time Global Forum, ed esprimo il mio apprezzamento per il vostro lavoro in questi due giorni. Ringrazio la Signora Nancy Gibbs e il Signor Alan Murray per le loro cortesi parole. Il tema da voi scelto, “La sfida del 21º secolo: creare un nuovo patto sociale”, è davvero opportuno e ha di mira il bisogno urgente di più inclusivi e giusti modelli economici. Il tempo trascorso insieme vi ha permesso un consistente scambio di idee e la condivisione di informazioni. E ciò è tanto importante, che quanto ora si richiede non è un nuovo accordo sociale in astratto, ma sono idee concrete e un’azione efficace che andrà a vantaggio di tutti e inizierà a rispondere alle pressanti questioni dei nostri giorni.


Vorrei dire un grazie speciale per quanto state facendo per promuovere la centralità e la dignità della persona umana all’interno delle istituzioni e dei modelli economici, e per attirare l’attenzione sulla piaga dei poveri e dei rifugiati, che sono così spesso dimenticati dalla società. Quando ignoriamo il grido di tanti nostri fratelli e sorelle in ogni parte del mondo, non solo neghiamo loro i diritti e i valori che hanno ricevuto da Dio, ma anche rifiutiamo la loro saggezza e impediamo ad essi di offrire al mondo i loro talenti, le loro tradizioni e le loro culture. Questi comportamenti accrescono la sofferenza dei poveri e degli emarginati, e noi stessi diventiamo più poveri, non solo materialmente, ma moralmente e spiritualmente.
Il nostro mondo oggi è segnato da grande inquietudine. La disuguaglianza tra i popoli continua a crescere e molte comunità sono direttamente colpite dalla guerra e dalla povertà o dalla partenza forzata di migranti e profughi. La gente vuole far sentire la propria voce ed esprimere le proprie preoccupazioni e paure. Vuole dare il proprio legittimo contributo alle comunità locali e alla più vasta società, e beneficiare delle risorse e dello sviluppo troppo spesso riservati a pochi. E ciò, mentre può creare conflitti e mettere a nudo le molte sofferenze del nostro mondo, ci permette anche di capire che stiamo vivendo un momento di speranza. Perché quando riconosciamo finalmente il male in mezzo a noi, possiamo cercare di sanarlo applicando la giusta cura. Proprio la vostra presenza qui oggi è un segno di tale speranza, perché dimostra che voi riconoscete i problemi che ci stanno di fronte e la necessità di agire con decisione. Questa strategia di rinnovamento e speranza richiede una conversione istituzionale e personale; un cambiamento del cuore che conferisce il primato alle più profonde espressioni della nostra comune umanità, delle nostre culture, delle nostre convinzioni religiose e delle nostre tradizioni.
Questo rinnovamento fondamentale non deve avere a che fare semplicemente con l’economia di mercato, con numeri da far quadrare, con lo sviluppo di materie prime e miglioramenti alle infrastrutture. No, ciò di cui stiamo parlando è il bene comune dell’umanità, il diritto di ogni persona di aver parte alle risorse di questo mondo e di avere le medesime opportunità di realizzare le proprie potenzialità, potenzialità che in ultima analisi si basano sulla dignità di figli di Dio, creati a sua immagine e somiglianza.
La nostra grande sfida è di rispondere ai livelli globali di ingiustizia promuovendo un senso di responsabilità locale, anzi personale, in modo che nessuno venga escluso dalla partecipazione sociale. Pertanto, la domanda da porci è come meglio incoraggiarci l’un l’altro e incoraggiare le nostre rispettive comunità a rispondere alle sofferenze e ai bisogni che vediamo, sia lontani sia in mezzo a noi. Il rinnovamento, la purificazione e il rafforzamento di solidi modelli economici dipende dalla nostra personale conversione e generosità verso i bisognosi.
Vi incoraggio a continuare il lavoro che avete iniziato in questo Forum e a cercare vie sempre più creative per trasformare le istituzioni e le strutture economiche in modo che sappiano rispondere ai bisogni di oggi e siano al servizio della persona umana, specialmente di quanti sono emarginati ed esclusi. Prego anche perché possiate coinvolgere nei vostri sforzi coloro che cercate di aiutare; date loro voce, ascoltate le loro storie, imparate dalle loro esperienze e comprendete i loro bisogni. Vedete in loro un fratello e una sorella, un figlio e una figlia, una madre e un padre. Tra le sfide di oggi, guardate il volto umano di coloro che sinceramente cercate di aiutare.
Vi assicuro la mia preghiera perché i vostri sforzi portino frutto e l’impegno della Chiesa Cattolica di farsi voce di quanti altrimenti sono messi a tacere. Su di voi, sulle vostre famiglie e su tutti i vostri colleghi, invoco le divine benedizioni di sapienza, fortezza e pace. Grazie.

Durante tempi difficili.



In memoria di padre Kolvenbach. Continuerà a produrre i frutti della speranza (Omelia di p. Arturo Sosa)

Durante tempi difficili.
Nella Chiesa del Gesù, a Roma, il preposito generale dei gesuiti ha celebrato nella sera del 2 dicembre una messa in memoria di padre Peter-Hans Kolvenbach. Sosa, di cui pubblichiamo l’omelia, ha ricordato la figura del suo predecessore alla guida della Compagnia di Gesù anche nel corso di un’intervista rilasciata a Matt Malone, direttore della rivista dei gesuiti «America». Kolvenbach — ha detto tra l’altro — va ricordato per la sua apertura al dialogo e la sua sensibilità «durante tempi difficili». Nell’intervista il generale dei gesuiti ha parlato anche di Papa Francesco, «figlio della Chiesa e di una Chiesa vivente». Il Pontefice «pratica molto bene la spiritualità ignaziana», lo si vede quando parla di «discernimento, consolazione, desolazione e riconciliazione». È «una persona impegnata a realizzare la visione della Chiesa propria del concilio Vaticano II: la sinodalità è corresponsabilità».
(Arturo Sosa) Il tempo dell’Avvento è un invito a rinnovare la speranza e la fiducia nella promessa da parte di Dio. Padre Kolvenbach, uomo che ha messo tutta la sua speranza nel Signore, ci ha riunito nuovamente in questa Chiesa del Gesù. Noi vogliamo ringraziare insieme il Signore per il dono della persona di Peter-Hans Kolvenbach al mondo, alla Chiesa e alla compagnia di Gesù. Lo abbiamo già fatto nei nostri cuori e nelle nostre comunità, ma lo vogliamo fare anche insieme nel posto dove riposano Sant’Ignazio, Pedro Arrupe e altri uomini che hanno messo, anch’essi, la propria speranza soltanto nelle mani del Signore.
Padre Kolvenbach ci ha già riuniti in tanti anche a Beirut. Attorno alla sua salma abbiamo vissuto una veglia di preghiera la notte del 29 novembre. Il nostro cuore si è riempito della luce di cui parla il brano del vangelo di Giovanni appena ascoltato. Quella luce della fede che ha caratterizzato Kolvenbach e per la quale diventiamo figli della luce, non ci lasciamo sorprendere dalle tenebre e capiamo dove camminare senza paura perché nel Signore è messa appunto tutta la nostra Speranza. 
Sempre a Beirut, alla messa del funerale, (30 novembre), eravamo moltissimi a testimoniare ammirazione, affetto e gratitudine per lui. Rappresentanti delle diverse Chiese, dello stato libanese, familiari, religiosi, e molti gesuiti abbiamo riempito la chiesa del Collegio di Notre Dame di Jhamour. La commovente eucaristia celebrata lì ci ha permesso, ancora una volta, di pregare insieme, ascoltare la parola di Dio e fare memoria riconoscente della vita e opera di padre Kolvenbach. Nel vicino cimitero dei gesuiti è stato poi sepolto il suo corpo che, “caduto in terra”, continuerà a produrre in abbondanza i frutti della speranza, dono di Dio che ci butta nelle sue mani e ci incoraggia nella sequela del Signore Gesù.
Durante la visita che ha fatto alla trentaseiesima congregazione generale (24 ottobre 2016), è stato chiesto a Papa Francesco quando il Libano si cambierà in un frutteto, cioè, quando il mondo sarà il luogo di pace dove i popoli possano vivere umanamente, avendo stabilito relazioni giuste tra loro. La domanda faceva riferimento all’Africa. In questi giorni, ho potuto toccare con mano come i popoli del Libano e di tutto il prossimo oriente siano così ansiosi di vedere i propri paesi divenire un frutteto di giustizia e di pace. Tanti altri popoli nell’Europa, Asia e America, feriti da guerre e da ogni sorta di sfruttamento, cercano le vie della riconciliazione. Papa Francesco ha risposto: «Non so se (la pace) verrà prima della venuta del Figlio dell’Uomo, ma so, in compenso, che dobbiamo lavorare quanto più possibile per la pace, sia attraverso la politica, sia attraverso la convivenza. Credo che lavorare per la pace in queste circostanze, oltre a essere una delle beatitudini, sia prioritario. Quando verrà la pace? Si può. Si può. Con gli atteggiamenti cristiani che il Signore ci indica nel Vangelo, si può fare molto e si fa molto, e si va avanti. A volte lo si paga a carissimo prezzo, in prima persona. Ebbene, si va avanti comunque. Il martirio fa parte della nostra vocazione». 
Perché uomo di speranza, Padre Kolvenbach ha avuto grande audacia apostolica nell’approfondire l’impegno della compagnia di Gesù nella ricerca della pace nel mondo. Posto alla testa del corpo della compagnia di Gesù nel 1983, in un momento assai complesso della sua storia, ha avuto una cura attenta, discreta e misericordiosa per la sua vita e la sua missione fino a quando, 25 anni dopo, nel 2008 ha lasciato il suo incarico. Egli ha incarnato il profilo voluto da Sant’Ignazio per il superiore generale della compagnia: unione e familiarità con Dio nella preghiera, per far partecipe tutto il corpo dei doni dello Spirito Santo; caritatevole con tutti; interiormente libero per meglio discernere le scelte da fare in un mondo che cambia velocemente, con fedeltà creativa alla Chiesa. Dotato, senz’altro, di grande intelligenza e di giudizio, è stato capace di aiutare la compagnia a discernere il magis della sua missione in questi tempi.
Nel 1995 convocò la trentaquattresima congregazione generale. Erano passati venti anni dalla spinta data alla compagnia dalla trentaduesima congregazione generale, attraverso il mandato a servire la fede e promuovere la giustizia, mossa dalla conversione del cuore che ha sperimentato la misericordia di Dio e ha ascoltato la sua chiamata come corpo universale. Sotto la guida di padre Kolvenbach la compagnia preparò la trantaquattresima congregazione generale. In essa si confermò la missione di servire la fede e promuovere la giustizia, e diventammo più decisamente consapevoli anche della necessità di aprirci al dialogo con le culture e di partecipare attivamente al dialogo interreligioso. 
Un’altra convinzione molto forte è venuta dalla guida di padre Kolvenbach e dal discernimento fatto alla trentaquattresima congregazione generale: la missione della compagnia di Gesù è condivisa da molti altri nella Chiesa e ci unisce a molte persone impegnate nel costruire la pace come frutto della giustizia. Capiamo quindi la compagnia di Gesù come un corpo che collabora con altri nel costruire un mondo in pace e nell’annunziare la lieta notizia della salvezza. La collaborazione costituisce una dimensione della nostra identità che ci apre orizzonti assai ampi per la nostra vita apostolica e sfida la coerenza della nostra vita spirituale e religiosa. 
Padre Kolvenbach ha amato profondamente la compagnia di Gesù e ci ha insegnato ad amarla come cammino verso Dio, nel servizio alla Chiesa di Gesù Cristo, sotto il romano Pontefice. Padre Kolvenbach ha conosciuto in profondità la compagnia di Gesù con i suoi punti di forza e le sue debolezze. La sua conoscenza lo ha portato ad accrescere la sua fiducia in quel Dio che l’ha ispirata e che è l’unico che la potrà sostenere con la sua misericordia e grazia. 
Tutti noi abbiamo tanti ricordi di padre Kolvenbach. La sua immagine ci è così familiare che potremmo passare tutta la notte a ricordare momenti vissuti accanto a lui. Fare memoria di padre Kolvenbach è fare memoria di un compagno di Gesù, un confratello vicino, un padre che ha generato vita in noi, un credente pieno di speranza impegnato nell’annunzio del Vangelo e nella costruzione della pace, un uomo giusto. Perciò, come abbiamo fatto all’inizio dell’eucaristia, possiamo dire col salmista: «Il giusto fiorirà come palma, crescerà come cedro del Libano; piantati nella casa del Signore fioriranno negli atri del nostro Dio» (Salmi, 92, 13, 14).

L'Osservatore Romano