giovedì 25 maggio 2017

In cielo la natura umana smarrita





(Manuel Nin) L’Ascensione del Signore, è celebrata il quarantesimo giorno dopo la Risurrezione, ed è una delle grandi feste nel calendario liturgico di tutte le Chiese cristiane. In alcuni testi dell’ufficiatura mattutina della festa nella tradizione bizantina, attribuiti a Giovanni Damasceno e Giuseppe di Tessalonica, emergono tre aspetti che si intrecciano l’uno con l’altro: la carne di Cristo, glorificata nella sua risurrezione, è ascesa ai cieli; il Signore Gesù che sale al Padre nella gloria; e infine con la sua ascensione il Signore rinnova, restaura la natura umana caduta in Adamo.
Sono aspetti che si affiancano al versetto del salmo 23 cantato ripetutamente dagli angeli: «Levate le porte davanti al Cristo, nostro Re!». Diversi tropari del canone sottolineano l’ascensione in cielo della carne glorificata di Cristo Signore, quindi il vincolo tra l’incarnazione del Verbo di Dio e l’ascensione nella carne gloriosa del Signore risorto: «Sbigottivano i cori degli angeli, vedendo nell’alto dei cieli, con la carne, il Cristo mediatore tra Dio e gli uomini, e concordi cantavano un canto di vittoria. Al Dio che è apparso sul monte Sinai e ha dato la Legge al veggente Mosè, e che dal Monte degli Ulivi ascende nella carne, a lui cantiamo tutti, perché si è reso glorioso».
Nell’ascensione, alla presenza degli angeli, il Signore innalza la natura umana prima mortale poi diventata immortale: «Sei asceso al Padre, o Cristo datore di vita, e hai esaltato la nostra stirpe, o amico degli uomini, nella tua ineffabile compassione. Le schiere degli angeli, o Salvatore, vedendo la natura mortale ascendere unita a te, incessantemente ti celebravano, piene di stupore». La carne glorificata di Cristo sarà quindi quella con cui apparirà anche alla fine dei secoli: «Gli angeli si accostarono ai tuoi discepoli, o Cristo, gridando: Nel modo in cui avete visto ascendere il Cristo, così nella carne verrà, giusto Giudice di tutti».
In alcuni tropari poi viene messa in parallelo, quasi ne fosse prefigurazione, l’ascensione di Elia e l’ascensione di Cristo: «Straordinaria la tua nascita, straordinaria la tua risurrezione, straordinaria e tremenda, o datore di vita, la tua divina ascensione dal monte: prefigurandola, Elia saliva in alto con un carro a quattro cavalli, celebrando te, o amico degli uomini».
L’ascensione di Cristo al Padre nella gloria è il rinnovamento, la ricreazione della natura umana caduta in Adamo: «Sei risorto il terzo giorno, tu che per natura sei immortale, quindi sei asceso al Padre, o Cristo, portato da una nube, o Creatore dell’universo. Davide l’ispirato grida con tutta chiarezza nei suoi salmi: È asceso il Signore ai cieli tra acclamazioni e ha raggiunto il Padre, fonte della luce. O Signore, dopo aver rinnovato con la tua passione e risurrezione il mondo invecchiato per i tanti peccati, sei asceso ai cieli, portato da una nube: gloria alla tua gloria».
Il parallelo tra l’incarnazione di Cristo e la sua ascensione viene corroborato anche con delle immagini prese dalle parabole evangeliche come quella del buon pastore e della pecora smarrita: «Dopo aver cercato Adamo che si era smarrito per l’inganno del serpente, o Cristo, di lui rivestito sei asceso al cielo e ti sei assiso alla destra del Padre, partecipe del suo trono, mentre a te inneggiavano gli angeli. Prendendoti sulle spalle, o Cristo, la natura che si era smarrita, sei asceso al cielo e l’hai presentata a Dio Padre».
Uno dei tropari dedicati alla Madre di Dio con una bella immagine mette in parallelo il grembo pieno di Maria e l’ade svuotata da tutti coloro che aveva contenuto: «Beato il tuo ventre, o tutta immacolata, perché inesplicabilmente è stato degno di contenere colui che prodigiosamente ha svuotato il ventre dell’ade: supplicalo di salvare noi che a te inneggiamo».
Infine i testi della tradizione bizantina sottolineano la presenza degli apostoli all’ascensione del Signore, diventandone testimoni: «Gesù il datore di vita, presi con sé coloro che amava. O Gesù onnipotente, sei asceso nella gloria sotto gli occhi dei tuoi venerabili discepoli che tripudiarono vedendo oggi il Creatore levarsi nell’aria». Uno dei tropari, di Romano il Melodo, mette in evidenza l’ascensione del Signore in cielo e il suo rimanere presente nella vita della Chiesa: «Compiuta l’economia a nostro favore, e congiunte a quelle celesti le realtà terrestri, sei asceso nella gloria, o Cristo Dio nostro, senza tuttavia separarti in alcun modo da quelli che ti amano; ma rimanendo inseparabile da loro, dichiari: Io sono con voi, e nessuno è contro di voi». 
La festa dell’Ascensione sottolinea come la natura umana caduta in Adamo viene oggi rinnovata in Cristo. Uno dei tropari lo canta in un modo molto bello: «Rinnovando, o Dio, la natura di Adamo, discesa nelle parti inferiori della terra, oggi l’hai fatta ascendere con te. Avendola amata, l’hai fatta sedere insieme a te, poiché ne hai avuto compassione, a te l’hai unita; avendola unita a te, con essa hai patito: ma avendo patito pur essendo tu impassibile, l’hai glorificata con te. Gli angeli dicevano: Chi è costui, quest’uomo bello? Non solo uomo però, ma Dio e uomo. Perciò angeli, avvolti in tuniche, volarono ai discepoli, dicendo: Uomini galilei, colui che di tra voi se n’è andato, questo Gesú, uomo e Dio, di nuovo come uomo Dio verrà».

L'Osservatore Romano

Giovedì della VI settimana del Tempo di Pasqua

mercoledì 24 maggio 2017

L'Udienza generale di Papa Francesco. «Il nostro Dio è un lume fioco...


L'Udienza generale di Papa Francesco. «Il nostro Dio è un lume fioco che arde in un giorno di freddo e di vento, e per quanto sembri fragile la sua presenza in questo mondo, Lui ha scelto il posto che tutti disdegniamo».

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Oggi vorrei soffermarmi sull’esperienza dei due discepoli di Emmaus, di cui parla il Vangelo di Luca (cfr 24,13-35). Immaginiamo la scena: due uomini camminano delusi, tristi, convinti di lasciare alle spalle l’amarezza di una vicenda finita male. Prima di quella Pasqua erano pieni di entusiasmo: convinti che quei giorni sarebbero stati decisivi per le loro attese e per la speranza di tutto il popolo. Gesù, al quale avevano affidato la loro vita, sembrava finalmente arrivato alla battaglia decisiva: ora avrebbe manifestato la sua potenza, dopo un lungo periodo di preparazione e di nascondimento. Questo era quello che loro aspettavano. E non fu così.
I due pellegrini coltivavano una speranza solamente umana, che ora andava in frantumi. Quella croce issata sul Calvario era il segno più eloquente di una sconfitta che non avevano pronosticato. Se davvero quel Gesù era secondo il cuore di Dio, dovevano concludere che Dio era inerme, indifeso nelle mani dei violenti, incapace di opporre resistenza al male. 
Così, quella mattina della domenica, questi due fuggono da Gerusalemme. Negli occhi hanno ancora gli avvenimenti della passione, la morte di Gesù; e nell’animo il penoso arrovellarsi su quegli avvenimenti, durante il forzato riposo del sabato. Quella festa di Pasqua, che doveva intonare il canto della liberazione, si era invece tramutata nel più doloroso giorno della loro vita. Lasciano Gerusalemme per andarsene altrove, in un villaggio tranquillo. Hanno tutto l’aspetto di persone intente a rimuovere un ricordo che brucia. Sono dunque per strada, e camminano, tristi. Questo scenario – la strada – era già stato importante nei racconti dei vangeli; ora lo diventerà sempre di più, nel momento in cui si comincia a raccontare la storia della Chiesa.
L’incontro di Gesù con quei due discepoli sembra essere del tutto fortuito: assomiglia a uno dei tanti incroci che capitano nella vita. I due discepoli marciano pensierosi e uno sconosciuto li affianca. È Gesù; ma i loro occhi non sono in grado di riconoscerlo. E allora Gesù incomincia la sua “terapia della speranza”. Ciò che succede su questa strada è una terapia della speranza. Chi la fa? Gesù.
Anzitutto domanda e ascolta: il nostro Dio non è un Dio invadente. Anche se conosce già il motivo della delusione di quei due, lascia a loro il tempo per poter scandagliare in profondità l’amarezza che li ha avvinti. Ne esce una confessione che è un ritornello dell’esistenza umana: «Noi speravamo, ma… Noi speravamo, ma…» (v. 21). Quante tristezze, quante sconfitte, quanti fallimenti ci sono nella vita di ogni persona! In fondo siamo un po’ tutti quanti come quei due discepoli. Quante volte nella vita abbiamo sperato, quante volte ci siamo sentiti a un passo dalla felicità, e poi ci siamo ritrovati a terra delusi. Ma Gesù cammina con tutte le persone sfiduciate che procedono a testa bassa. E camminando con loro, in maniera discreta, riesce a ridare speranza. 
Gesù parla loro anzitutto attraverso le Scritture. Chi prende in mano il libro di Dio non incrocerà storie di eroismo facile, fulminee campagne di conquista. La vera speranza non è mai a poco prezzo: passa sempre attraverso delle sconfitte. La speranza di chi non soffre, forse non è nemmeno tale. A Dio non piace essere amato come si amerebbe un condottiero che trascina alla vittoria il suo popolo annientando nel sangue i suoi avversari. Il nostro Dio è un lume fioco che arde in un giorno di freddo e di vento, e per quanto sembri fragile la sua presenza in questo mondo, Lui ha scelto il posto che tutti disdegniamo. 
Poi Gesù ripete per i due discepoli il gesto-cardine di ogni Eucaristia: prende il pane, lo benedice, lo spezza e lo dà. In questa serie di gesti, non c’è forse tutta la storia di Gesù? E non c’è, in ogni Eucaristia, anche il segno di che cosa dev’essere la Chiesa? Gesù ci prende, ci benedice, “spezza” la nostra vita – perché non c’è amore senza sacrificio – e la offre agli altri, la offre a tutti.
È un incontro rapido, quello di Gesù con i due discepoli di Emmaus. Però in esso c’è tutto il destino della Chiesa. Ci racconta che la comunità cristiana non sta rinchiusa in una cittadella fortificata, ma cammina nel suo ambiente più vitale, vale a dire la strada. E lì incontra le persone, con le loro speranze e le loro delusioni, a volte pesanti. La Chiesa ascolta le storie di tutti, come emergono dallo scrigno della coscienza personale; per poi offrire la Parola di vita, la testimonianza dell’amore, amore fedele fino alla fine. E allora il cuore delle persone torna ad ardere di speranza. 
Tutti noi, nella nostra vita, abbiamo avuto momenti difficili, bui; momenti nei quali camminavamo tristi, pensierosi, senza orizzonti, soltanto un muro davanti. E Gesù sempre è accanto a noi per darci la speranza, per riscaldarci il cuore e dire: “Vai avanti, io sono con te. Vai avanti”. Il segreto della strada che conduce a Emmaus è tutto qui: anche attraverso le apparenze contrarie, noi continuiamo ad essere amati, e Dio non smetterà mai di volerci bene. Dio camminerà con noi sempre, sempre, anche nei momenti più dolorosi, anche nei momenti più brutti, anche nei momenti della sconfitta: lì c’è il Signore. E questa è la nostra speranza. Andiamo avanti con questa speranza! Perché Lui è accanto a noi e cammina con noi, sempre!

Mercoledì della VI settimana del Tempo di Pasqua

martedì 23 maggio 2017

Ferita d'ammore nun se sana..



"Era de maggio" è una canzone in lingua napoletana, basata sui versi di una poesia del 1885 di Salvatore Di Giacomo e messa in musica da Mario Pasquale Costa. Da allora l'hanno cantata tutti i più grandi interpreti. Qui è proposta nell'arrangiamento e nell'interpretazione splendidi che il cantautore catanese ha inserito nel suo "Fleurs", cover album di autori prevalentemente italiani e francesi e due inediti. La copertina del disco è stata dipinta dallo stesso Battiato. Di seguito il testo.

Era de maggio e te cadéano 'nzino,
a schiocche a schiocche, li ccerase rosse.
Fresca era ll'aria, e tutto lu ciardino
addurava de rose a ciento passe.
Era de maggio; io no, nun mme ne scordo,
na canzone cantávemo a doje voce.
Cchiù tiempo passa e cchiù mme n'allicordo,
fresca era ll'aria e la canzona doce.

E diceva: "Core, core!
core mio, luntano vaje,
tu mme lasse e io conto ll'ore...
chisà quanno turnarraje?"
Rispunnev'io: "Turnarraggio
quanno tornano li rrose.
si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccá.
Si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccá."

E so' turnato e mo, comm'a 'na vota,
cantammo 'nzieme lu mutivo antico;
passa lu tiempo e lu munno s'avota,
ma 'ammore vero no, nun vota vico.
De te, bellezza mia, mme 'nnammuraje,
si t'allicuorde, 'nnanze a la funtana:
Ll'acqua llá dinto, nun se sécca maje,
e ferita d'ammore nun se sana.

Nun se sana: ca sanata,
si se fosse, gioia mia,
'mmiez'a st'aria 'mbarzamata,
a guardarte io nun starría !
E te dico: "Core, core!
core mio, turnato io so'.
Torna maggio e torna 'ammore:
fa' de me chello che vuo'!
Torna maggio e torna 'ammore:
fa' de me chello che vuo'.

Apparizioni mariane e autorità del magistero petrino.



 Trasparenza e discernimento così la Chiesa su Medjugorje. Miracoli o profezie, lo «stile cattolico» garanzia per la fede
Avvenire

(Pierangelo Sequeri) Proprio il caso delle 'apparizioni mariane' getta una particolare luce sulla trasparenza dello stile cattolico, della cui bellezza possiamo andare giustamente orgogliosi. Tutti sanno, e anche papa Francesco lo ha ribadito di ritorno da Fatima parlando di Medjugorje, che questi eventi - pure se la Chiesa si sia impegnata in una qualche forma di riconoscimento che li accredita come autentica esperienza di grazia che viene da Dio - non appartengono alla rivelazione che fonda e vincola la fede dei credenti. In altri termini: non siamo obbligati a crederci, anche nel caso di riconosciuta autenticità, come se l' adesione fosse essenziale alla professione della nostra fede cattolica. Non per questo è lecito ai credenti trattare con superficialità l' eventualità di questa speciale grazia, insieme con i frutti spirituali che ne possono venire per la Chiesa e per il mondo. In altre parole, a nessuno, nella Chiesa, è consentito disprezzare il dono dall' alto che può giungere a noi attraverso questa esperienza carismatica di manifestazione della Madre del Signore. I n ogni caso, le nostre personali riserve devono porre ogni cura di non gettare alcuna ombra sulla nostra fede e sulla nostra venerazione per la Madre di Dio, che fa indubitabilmente parte del dogma della fede che professiamo. Neppure deve esserne ferita la nostra sincera adesione al magistero della Chiesa, quando si impegna nel riconoscimento di un autentico dono di grazia che porta sostegno alla devozione cristiana dei credenti e alla conversione evangelica della vita. Di questo apprezzamento della genuinità del carisma, e dei frutti spirituali che ne derivano, è parte essenziale il giusto rigore con cui il magistero della Chiesa procede al discernimento circa i fatti, le persone, gli effetti. Nell' ambito della dottrina cattolica, non può essere neppure esclusa, come tutti sanno, l' eventualità che un carisma certamente autentico non sia sempre e in ogni caso onorato in modo adeguato e coerente da chi lo riceve. L' apostolo Paolo è chiarissimo, su questo punto. Il discernimento comporta perciò anche l' eventualità di un giudizio molto differenziato, come anche la raccomandazione di ulteriori verifiche. L a serietà di questo impegno, che è affidato alla responsabilità del magistero ufficiale della Chiesa, è certamente un tratto luminoso del suo esercizio, che si lascia apprezzare dai credenti e anche dai non credenti. Il suo scopo, infatti, è quello di custodire l' integrità della fede e la verità della devozione, proteggendo l' intero popolo di Dio (e chiunque altro) da ogni forma di credulità, superstizione, manipolazione e strumentalizzazione del sentimento religioso. Del resto, la saggia cautela della Chiesa a riguardo di apparizioni, miracoli, estasi e profezie è proverbiale. Nessuna sconsiderata foga apologetica, come anche nessuna pregiudiziale diffidenza razionalistica, devono inquinare l' onestà intellettuale del discernimento ecclesiale: nell' interesse della fede autentica. Parlavo, a riguardo di questo stile cattolico del magistero, di una bellezza della quale essere persino orgogliosi. Nel momento stesso in cui la Chiesa ribadisce che l' adesione alle rivelazioni cosiddette 'private' non appartiene all' essenza della rivelazione 'pubblica' che vincola la fede, essa non si sottrae al discernimento scrupoloso degli eventi potenzialmente carismatici che ne accompagnano la vitalità spirituale. P rotegge in tal modo l' integrità della fede dagli eccessi del sentimentalismo religioso, proprio come la tutela nei confronti dei pregiudizi del razionalismo irreligioso. Questa serietà va onorata e difesa, sostenuta e amata: in primo luogo, da tutti i credenti. Il magistero ecclesiastico che vi si impegna, nei modi dovuti e al più alto livello, deve perciò essere circondato di grande rispetto e gratitudine. (La sua competenza e la sua autorevolezza, al riguardo, appartengono certamente al dogma della fede). Ognuno può comprendere che il suo processo di discernimento abbia ragione di essere protetto da tutta la discrezione necessaria. Per essere giustamente 'riservato', tuttavia, questo processo non ha motivo di essere percepito come 'clandestino': quasi fosse ispirato da oscuri moventi e inaccessibili criteri. Nel suo stile semplice e diretto, il papa Francesco ha inteso fugare queste ombre, e restituire anche al popolo di Dio la percezione di questa limpidezza. Ha perciò ritenuto di dare conto del fatto che egli ha effettivamente ricevuto gli esiti dell' apposita Commissione pontificia su Medjugorje decisa da Benedetto XVI, i quali sono in esame anche presso la Congregazione della fede. (E lo ha fatto - non va dimenticato - al termine di un vero pellegrinaggio mariano del Papa, che ha onorato ed esaltato la Madonna delle apparizioni di Fatima!). I l Papa ha dunque confermato, in termini colloquiali e per ora - in forma personale, che il tema non è affatto disatteso, al più alto livello dell' autorità magisteriale. E ha indicato semplicemente i dati salienti che, nella sua percezione attuale, orientano le sue considerazioni: la genesi carismatica di questa devozione è certamente degna di approfondimento, la storia della sua recezione e interpretazione suscita qualche motivata perplessità, gli effetti di conversione e di vita cristiana che tutt' ora la accompagnano sono un fatto che non può essere negato. E dunque, un tema pastorale autentico, che merita sin d' ora la sollecitudine e la cura della stessa Sede apostolica. L' invio dell' Arcivescovo Hoser, con questo preciso mandato, aveva del resto già confermato questa valutazione. L a trasparenza è dunque apprezzabile in questa chiave: e non si può certo contestare al Papa, che ne è il destinatario diretto, la facoltà di comunicare anche informalmente la sua percezione degli elementi di interesse che ha colto negli atti della Commissione presieduta dal cardinale Ruini (che comprende Cardinali e Vescovi, non solo teologi ed esperti). E' certamente comprensibile che nel popolo di Dio e nella pubblica opinione si tragga argomento da questa serena comunicazione per comprendere meglio i termini del discernimento che continua ad essere indicato come necessario. Questo Papa è l' ultimo, come ormai si sa, a voler mortificare questo confronto. Senza dimenticare, tuttavia, che non è la competenza del Papa a pronunciarsi (nelle forme ufficiali e nei termini magisteriali che riterrà pertinenti) ad essere in discussione. Non sono i messaggi di Medjugorje a decidere dell' autorità del magistero petrino che conferma la fede e guida la Chiesa: questa è già al sicuro del dogma cattolico, che vincola l' ossequio dei cattolici osservanti (e raccomanda anche di custodire quell' atteggiamento spirituale di simpatia e di rispetto che ne devono agevolare l' accoglienza condivisa, nella pace e nella carità ecclesiale). I n primo luogo, questo atteggiamento sarà dunque condiviso da quelli che, aderendo con fede sincera al mistero unico e benedetto della Vergine Maria, sono pronti ad accogliere anche i segni carismatici del suo amore, mediante il quale la Madre del Signore conduce, ogni volta e sempre, la nostra devozione alla fede autentica nel Figlio di Dio. Non per la curiosità di segreti e messaggi - comunque non determinanti per stessa fede cristiana nel mistero di Maria - che debbano rendere più eccitante e spettacolare la devozione. Bensì unicamente per la conversione della vita all' amore di Dio, e per la gioia di ogni dono ricevuto in vista dell' utilità comune (1 Cor 12, 7)

La Chiesa non è dei tiepidi



La Chiesa non deve mai essere «tiepida» ed è chiamata, così come ogni singolo cristiano, a un cammino di «conversione quotidiana». Occorre infatti fare attenzione a non adeguarsi a uno stato «tranquillo», «mondano» ed essere invece sempre aperti all’«annuncio gioioso che Gesù è il Signore». Come fece, ad esempio, l’arcivescovo Óscar Arnulfo Romero, ricordato nel secondo anniversario della beatificazione da Papa Francesco, durante la messa celebrata a Santa Marta martedì 23 maggio.
Il Pontefice ha innanzitutto ripreso in mano la prima lettura (Atti degli apostoli, 16, 22-34) e, spiegando che si tratta del brano finale di un racconto più ampio, ne ha riassunto l’intera evoluzione. È un momento importante della predicazione di Paolo e Sila che, giunti nella città di Filippi, trovano «una schiava che praticava la divinazione» e che grazie alla sua attività faceva guadagnare molto i suoi padroni. Questa donna, visti i due che «andavano a pregare», cominciò a gridare: «Questi sono servi di Dio!». Apparentemente, ha fatto notare il Papa, si trattava di una «lode». Ma, le sue parole, ripetute «tutti i giorni» ebbero una conseguenza. Si legge negli Atti infatti che «un giorno Paolo si è seccato». L’apostolo, ha spiegato il Pontefice, «aveva lo spirito di discernimento e sapeva che questa donna era posseduta dal cattivo spirito», perciò «si rivolse a lei» e «scacciò via il cattivo spirito». L’immediata conseguenza fu che «questa signora, questa schiava non poté più divinare e i suoi padroni vedendo svaniti i loro guadagni — guadagnavano tanto — presero Paolo e Sila e li portarono alle autorità». Cominciò così una serie di accuse. E proprio a questo punto si inserisce il brano proposto dalla liturgia del giorno nel quale si legge che «i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli e dopo averli caricati di colpi, li gettarono in carcere e ordinarono al carceriere di fare buona guardia. Egli, ricevuto questo ordine, li gettò nella parte più interna del carcere e assicurò i loro piedi ai ceppi». 
A questo punto, però, ha detto il Papa, «intervenne Dio» e così, mentre «verso mezzanotte Paolo e Sila cantavano, lodavano Dio e gli altri prigionieri sentivano», arriva un «forte di terremoto e si aprono tutte le porte». E di fronte a un evento talmente eccezionale il carceriere, temendo la fuga dei reclusi, voleva uccidersi perché «la legge del tempo» prevedeva che quando i prigionieri scappavano fosse giustiziato il custode.
Allora «Paolo gridò forte: “Non farti del male, siamo tutti qui”. E quello non capì: “Ma come succede questo? Questi delinquenti invece di approfittare dell’opportunità e scappare sono qui?”. Il carceriere, accortosi che era accaduta «una cosa strana e che c’era qualche segno di Dio, sia la scossa sia le porte aperte sia anche che nessuno di loro era scappato», si precipitò dentro «e tremando cadde ai piedi di Paolo e Sila poi li condusse fuori e disse: “Signori, che cosa devo fare per essere salvato?”». Evidentemente, ha notato Francesco, era «un uomo a cui lo spirito aveva toccato il cuore». La risposta dei due fu: «“Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia”. E proclamarono la Parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa. Egli li prese con sé a quell’ora di notte, ne lavò le piaghe e subito fu battezzato, lui con tutti i suoi; poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia”; festeggiarono questa grazia». Si tratta, ha detto il Papa concludendo il racconto, di «una bella storia che ci fa pensare».
Da qui è partita la riflessione che, innanzitutto ha messo in evidenza come nella vicenda si incontri un «passaggio». Si parte, infatti da «uno stato di predicazione tranquilla perché Paolo e Sila dovevano essere contenti del fatto che questa schiava che aveva tanta autorità, questa maga, questa divinatrice, dicesse che loro fossero uomini di Dio». Il fatto è che quella «non era la verità». E «perché?», si è chiesto il Pontefice. «Perché Paolo — è stata la risposta — mosso dallo Spirito, capì che quella non era la Chiesa di Cristo, che quella non era la strada della conversione di quella città, perché tutto rimaneva tranquillo, non c’erano le conversioni. Sì, tutti accettavano la dottrina: “Che bello, che bello, stiamo tutti bene”».
Una situazione, ha sottolineato il Papa, che «si ripete» più volte «nella storia della salvezza»: infatti, «quando il popolo di Dio era tranquillo o serviva alla mondanità, non dico agli idoli, no, alla mondanità ed era nel tepore», il Signore «inviava i profeti». Di più: «ai profeti è accaduto lo stesso di Paolo: erano perseguitati, bastonati, perché? Perché scomodavano». Cosa fatta ugualmente da Paolo, «uomo di discernimento», comprendendo che lo spirito che possedeva la maga, «era uno spirito di tepore, che faceva la Chiesa tiepida», «capì l’inganno e cacciò via il cattivo spirito. E la verità è venuta fuori».
È una dinamica, ha detto il Pontefice, che accade ancora oggi nella Chiesa: «quando qualcuno denuncia tanti modi di mondanità è guardato con occhi storti, questo non va, meglio che si allontani». E ha aggiunto: «Io ricordo nella mia terra, tanti, tanti uomini e donne, consacrati buoni, non ideologi, ma che dicevano: “No, la Chiesa di Gesù è così...”», di costoro hanno detto: «“Questo è comunista, fuori!”, e li cacciavano via, li perseguitavano. Pensiamo al beato Romero». E ciò è capitato a «tanti, tanti nella storia della Chiesa, anche qui in Europa».
La spiegazione si trova nel fatto che «il cattivo spirito preferisce una Chiesa tranquilla senza rischi, una Chiesa degli affari, una Chiesa comoda, nella comodità del tepore, tiepida».
Per meglio comprendere questo ragionamento, il Papa ha ricordato due parole che si trovano nel brano della Scrittura preso in considerazione, una «all’inizio della storia» e una «alla fine». Se si legge con attenzione, infatti, si vede che «i padroni di questa signora, schiava, divinatrice, si sono arrabbiati perché avevano perso di guadagnare i soldi». Ecco la parola: «soldi». Infatti «il cattivo spirito sempre entra dalle tasche» e, ha suggerito il Pontefice, «quando la Chiesa è tiepida, tranquilla, tutta organizzata, non ci sono problemi, guardate dove ci sono gli affari, subito».
C’è poi un’altra parola che emerge alla fine del racconto: «gioia». Infatti si legge che il carceriere, dopo essere stato battezzato, «apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia, insieme a tutti i suoi per aver creduto in Dio». Così è chiaro, ha detto Francesco, «il cammino della nostra conversione quotidiana: passare da uno stato di vita mondano, tranquillo senza rischi, cattolico, sì, sì, ma così, tiepido, a uno stato di vita del vero annuncio di Gesù, alla gioia dell’annuncio di Cristo. Passare da una religiosità che guarda troppo ai guadagni, alla fede e alla proclamazione: “Gesù è il Signore”». E questo, ha aggiunto «è il miracolo che fa lo Spirito Santo».
Perciò il Papa ha suggerito ai presenti di rileggere il capitolo 16 degli Atti degli apostoli, per comprendere meglio «questo percorso» e come «il Signore con i suoi testimoni, con i suoi martiri, fa andare avanti la Chiesa». Ci si renderà conto che «una Chiesa senza martiri dà sfiducia; una Chiesa che non rischia dà sfiducia; una Chiesa che ha paura di annunciare Gesù Cristo e cacciare via i demoni, gli idoli, l’altro signore, che è il denaro, non è la Chiesa di Gesù».
Concludendo la meditazione Francesco ha ricordato come nella liturgia del giorno ci sia una preghiera in cui si ringrazia «il Signore per la rinnovata giovinezza che ci dà con Gesù». Anche la Chiesa di Filippi, ha detto, «è stata rinnovata e divenne una Chiesa giovane». Dobbiamo quindi pregare affinché «tutti noi abbiamo questo: una rinnovata giovinezza, una conversione dal modo di vivere tiepido all’annuncio gioioso che Gesù è il Signore».
L'Osservatore Romano