lunedì 29 agosto 2016

Chi ha paura delle preghiere per i morti?

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di Costanza Miriano
Sinceramente, dopo tutto il tempo passato a rimuovere bestemmie e offese surreali dal mio profilo facebook, ero tentata di lasciar cadere la faccenda, ma non lo farò, per due ordini di motivi. Il primo è che continua a sembrarmi preziosissimo pregare per le vittime del terremoto. Il secondo è che da questa assurda vicenda ho imparato alcune cose utili che vorrei condividere con chi lo desidera.
Per chi si era sanamente distratto dal mondo virtuale, riepilogo. La sera dopo il terremoto ero sul divano con tutta la famiglia, incollati a guardare i luoghi nei quali abbiamo trascorso le vacanze degli ultimi anni con gli amici più cari. Cercavamo volti e luoghi noti. Durante la giornata avevamo chiamato persone che erano ancora lì per capire se si potesse andare a dare una mano, ma la risposta, letterale, era stata: “la Protezione Civile sta cacciando tutti” (nel senso di tutti quelli che non sanno esattamente cosa fare in questi casi). A raccolte di cibo e soldi aveva pensato mio figlio. L’unica cosa che rimaneva da fare era pregare. Quando si muore nel sonno, o in pochi secondi, chissà, magari non si ha neanche tempo di raccomandare l’anima a Dio. Chissà in che condizioni erano quelle anime, pensavo. Se fossi al posto loro sarei felicissima che qualcuno mi presentasse al Padre chiedendo misericordia per me.
La mia amica, che conosceva quasi tutte le vittime, una per una, e con la quale ho condiviso l’idea la mattina dopo, siccome fa l’avvocato come lavoro di copertura, ma nella realtà è un’organizzatrice di amici, ha pensato istantaneamente che ognuno dovesse avere almeno una persona che pregasse per lui. Una per ciascuno. Lei si preoccupava per una in particolare di cui mi poteva dire per certo che difficilmente qualcuno avrebbe pregato per lei, e me l’ha affidata. Poi mi ha chiesto di mettere qui i nomi facendo una griglia in modo che ognuno abbia il suo asterisco accanto quando qualcuno si prenderà l’impegno di pregare per lui.
Ci sarebbero da spiegare un’infinità di cose su questo tema – la comunione dei santi, il purgatorio, l’indulgenza, le colpe e le pene, si potrebbe parlare per ore – ma non sono una teologa, mi basterebbe essere una teofila. La realtà è molto più semplice. È stato un pensiero naturale, quasi ovvio direi. Il culto dei morti è quello che ci distingue dalle bestie. Siamo nell’anno del giubileo della misericordia, e ottenere l’indulgenza non è mai stato così facile (ci sono stati tempi in cui la gente perdeva tempo, soldi, la vita a volte, per intraprendere viaggi lunghi e pericolosi, nella speranza di passare una porta santa e salvarsi l’anima). Facile solo a livello pratico: oggi il Papa lo ha reso possibile in ogni diocesi. Impegnativo come sempre a livello spirituale, perché una vera confessione implica necessariamente una seria conversione, l’impegno rinnovato a seguire Cristo e a fare gesti concreti per i fratelli. Mi sembrava che il mio pensiero fosse abbastanza scontato, e davvero non immaginavo di scatenare questo putiferio.
È successo invece che sui social me ne hanno dette di tutti i colori: la maggior parte degli insulti non li posso ripetere, perché sono una signora e ho un bonus di una parolaccia all’anno ma temo di averla già usata, per il 2016, e tra l’altro moltissimi non li ho neppure letti, perché twitter non lo so usare, e il profilo fb non lo gestisco da sola (quando hanno cominciato ero fuori, senza computer). Comunque non ho mai letto tante cattiverie e volgarità tutte insieme, credo che una povera umanità disperata si sia data convegno sul mio profilo. Quasi nessuno, ovviamente, è stato capace di articolare e motivare il suo disaccordo con questa idea, e il livello espressivo era davvero molto basso. Vorrei riuscire a pregare per ciascuno di loro, ma dovrete aiutarmi, sono troppi; sono certa che si tratti di povere creature ingannate, persone totalmente prive dei fondamentali della fede, persone che però sanno, confusamente, che siamo fatti per l’eternità, e che per questo temono la preghiera, perché intuiscono che c’è qualcosa di vero. Persone che desiderano essere amate come Dio ci ama, ma non riescono a crederlo (il demonio non ha tanta fantasia, usa sempre lo stesso trucchetto, dall’Eden in poi: vuole convincerci che Dio sta tentando di fregarci, togliendoci la libertà, invece è solo un padre che vuole il meglio per noi). Persone che non vedendo questo viso innamorato del Padre preferiscono catalogare la nostra fede come superstizione, e la richiesta di indulgenza come un rito magico. Persone che preferiscono nella loro condizione non ricordare che la morte ci attende tutti, e tutti dovremo andare davanti al Creatore, nella speranza che non ci dica “andatevene, io non vi conosco” (quelli che dicono che l’inferno è vuoto forse non hanno letto tutto il Vangelo). È paura, dunque, ma è anche una nostalgia dell’eternità, di un amore perfetto e grandissimo. Questa ce l’abbiamo tutti, e chi cerca questo amore nelle cose e nelle persone sta male, perché niente gli riempie il cuore.
Aggiungiamo la grande ignoranza dei fondamentali della fede (tra i più arrabbiati diversi sedicenti cattolici), e soprattutto l’esito di decenni di propaganda laicista che con scuole mediocri e mezzi di comunicazione mediocrissimi cerca di formare un popolo convinto di essere solo al mondo, di non avere niente sopra la testa, di non dover un giorno affrontare la morte. Per l’uomo di oggi l’idea di non essere totalmente autodeterminato è intollerabile: schiuma di rabbia e vomita offese, ciò che denuncia chiaramente la sua infelicità. Di fronte a questa umanità non si può che provare tenerezza, e non serve rispondere alle offese. La più bella è “sciacallo da tastiera”: vorrei sapere che ci guadagno chiedendo preghiere. Il mio blog è volutamente senza pubblicità (ci è stata offerta), e per gli oltre dieci milioni di clic non abbiamo preso mezzo euro, ma anzi abbiamo sopportato in due una mole enorme di lavoro, con l’aiuto ogni tanto di qualche amico. Non mi vengono in mente altri guadagni possibili per l’idea dell’indulgenza, sinceramente, ma si sa che il male è negli occhi di chi lo vede. La più ipocrita: la difesa della privacy. Gli elenchi sono pubblici, e ho visto colleghi spiare volti e storie, addirittura con la telecamera (se finisco sotto le macerie mentre dormo per favore pubblicate ovunque il mio nome per il suffragio, anche sui manifesti di dieci metri per dieci, ma se possibile non mi riprendete piena di calcinacci e in sottoveste; e se perdo un figlio non mi inquadrate mentre piango, ma pregate per lui). La più surreale: paragonare le nostre preghiere a una messa nera. La più da premio Nobel: ti denuncio (pensa il magistrato che riceve un esposto; il capo d’imputazione: richiesta di preghiere). La più diffusa: come ti permetti, e se loro non credevano? A parte che nessuno ha avuto da ridire contro i funerali in chiesa, che io sappia, cosa da cui deduco che le vittime fossero battezzate, comunque le preghiere e le messe non possono nulla di fronte alla libertà dell’uomo, confine che ferma, per il suo rispetto nei confronti dei figli, persino l’azione di Dio. Quindi se uno vuole andare all’inferno ci va (ma dubito che qualcuno possa davvero desiderarlo). La più banale: vai a scavare invece di scrivere (immagino che loro invece stessero digitando insulti da sotto le macerie).
Per ciò, andrei avanti con la mia idea. Qui trovate le persone per cui pregare. Chi vuole e può lo faccia senza dirlo a me. Se invece qualcuno lo desidera, può scrivermi qui sul blog ( sposatiesiisottomessa@gmail.com ) o su facebook, e io cercherò di prendere nota, ma senza rendere pubblica la cosa (se posso risponderò privatamente) per non offrire il destro a un’altra ondata di stupidaggini.
Infine, le cose che ho imparato. Non so quantificare l’entità del problema, perché rispetto al berciare di alcuni, ho ricevuto molte più conferme da persone che avevano pensato la stessa cosa e non si capacitavano delle polemiche (e un intero monastero ha aderito), ma di sicuro c’è una fetta della popolazione che pur vivendo nell’Europa che senza le sue radici cristiane non esisterebbe e nell’Italia in cui quasi ogni pietra parla dell’avventura cristiana, sono di un’ignoranza disarmante (per dirne una, ma questi Dante e Manzoni li hanno mai aperti? Hanno alzato la testa dallo smartphone per vedere l’architettura delle loro città disegnata dalle chiese e dai cimiteri e dai conventi e dagli ospedali e dalle biblioteche che dobbiamo ai fratelli cristiani che ci hanno preceduti?). Dobbiamo prepararci a rendere ragione della speranza che è in noi a questo tipo di persone. Dobbiamo sapere che il pensiero unico troverà sempre di più che la fede è ammissibile, ma solo nel privato. Potremo pensare cristiano, ma solo in chiesa. Per esempio, la cosiddetta legge antiomofobia che presto riprenderà il suo cammino prevede che si possa pensare dell’omosessualità quello che dicono san Paolo e il Catechismo solo nei luoghi di culto, ma se lo dici fuori da una chiesa vai in carcere, e ripeto carcere (nella prima stesura della legge non si poteva proclamare il catechismo manco in chiesa). Dobbiamo sapere che forse alfine ci verrà tolta anche la libertà di culto (il burkini è solo una prova di esercitazione).
Infine, dopo quello che è successo, ho pensato con uno sguardo un po’ diverso anche a Papa Francesco, al suo sbriciolare con parole semplicissime la nostra fede, per esempio al suo modo di parlare del matrimonio (tema a me più caro) con i suoi “permesso scusa e grazie” che alle nostre orecchie educate a volte suonano forse meno affascinanti della teologia del corpo di Wojtyla, meno stimolanti di certe lucidissime catechesi di Ratzinger. Il Papa evidentemente sa che sta parlando anche a quel tipo di persone, totalmente digiune dei pur minimi riferimenti, e noi, piccolo gregge, ci dà un po’ per scontati. Sa che siamo quella pecorella, una su cento, che è rimasta dentro l’ovile, e cerca di farsi capire da qualcuno che non sa proprio niente di niente di Dio. Cerchiamo di dargli una mano...

Strani questi cristiani

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Il cardinal Giacomo Biffi sulla “stranezza” cristiana
I parenti dicevano: “È fuori di sé” (Mc 3,21), e cercavano di prenderlo e di toglierlo dalla circolazione. Gli scribi davano lo stesso giudizio, ma con una versione, per così dire, “teologica”, e dicevano: “È posseduto da uno spirito immondo” (Mc 3, 30).
Il discepolo vero e coerente di Gesù non dovrà allora meravigliarsi se riceverà le stesse incomprensioni che non sono state risparmiate al suo Maestro. Chi sta col Vangelo senza sconti e senza attenuazioni, e perciò parla di distacco dai beni, di valore della castità, di amore disinteressato, di matrimonio indissolubile, di assoluta onestà negli affari, di perdono dei nemici, di sofferenza accettata dalle mani di Dio, costui apparirà necessariamente al mondo di oggi come un personaggio strano, sprovveduto, pazzo… Dovremo tenerlo presente, quando ci sentiremo suggerire che bisogna adattare la religione agli usi e costumi dell’uomo di oggi; si tratta piuttosto di trovare all’uomo di oggi una testa che vada bene per il messaggio di Cristo.
(Stilli come rugiada il mio dire. Omelie per le Domeniche del Tempo Ordinario. Anno B, Bologna 2015, pp. 79-80)

Il cristiano sarà sempre eterogeneo e disadattato nel mondo. Non può pretendere di credere e proclamare cose così originali come quelle contenute nel suo “credo”, e di poter poi circolare tranquillamente in mezzo agli altri uomini. Chi professa la sua certezza che Gesù Cristo, un uomo morto duemila anni fa, oggi è vivo nel senso proprio e letterale del termine; chi si dice persuaso che un velo di pane sia, nell’Eucaristia, il corpo del Signore; chi va in giro a raccontare di avere in cuore per la vita di grazia la presenza della Trinità misteriosa e vivificante, non deve meravigliarsi se poi gli altri lo lasciano un po’ da parte… Il suo “ghetto” include il Regno dei Cieli, la sua “diversità” è consonanza con le schiere degli angeli, la sua “chiusura” si apre sulle praterie sconfinate della realtà invisibile ed eterna, il suo isolamento è comunione con le tre persone divine.
Sarà perciò opportuno versare le nostre lacrime non su chi resta “diverso”, ma su chi desidera a tutti i costi confondersi nella folla.
(Contro maestro Ciliegia. Commento teologico a “Le avventure di Pinocchio”, Milano 1977, p. 149)

È facile sentire la stanchezza e il peso di riuscire sgraditi.
Così può sorgere in noi la vocazione a evitare ogni contrasto, e quindi la tentazione di assimilarci a poco a poco alla mentalità della cultura prevalente; o quanto meno possiamo avvertire l’inclinazione ad ammutolirci sui temi scottanti, tanto per vivere e lasciar vivere in pace. Ma è una tentazione da respingere, un’inclinazione da non assecondare…
Talvolta abbiamo forse creduto che l’attenuare il nostro servizio alla verità e sostituirlo con uno stile di dire che evitasse ogni spiacevole contraddizione potesse servire a far conoscere e apprezzare la nostra sincera benevolenza verso tutti. In realtà, di solito è servito soltanto a persuadere gli altri che anche noi ci siamo ormai arresi, che la morale cristiana sia ormai cambiata, che la Chiesa non sia più impegnata sul fronte della verità; e questo è un malinteso che non giova né ai singoli né alla società dei nostri tempi.
Davvero l’amore per i nostri fratelli deve essere sempre la misura di ogni nostro atto e di ogni nostra parola; ma che sia l’amore autentico, l’amore serio, l’amore che vuole il vero bene della persona amata. Sotto l’ispirazione di questo amore noi dovremo avere sempre grande comprensione e misericordia per tutti, quali che siano le loro idee e i loro atti, e insieme grande fermezza nel richiamare quei princìpi di comportamento che soli possono offrire salvezza all’umanità.
(Ragione e vita. A che punto è la notte?, pp. 56-58)

L'uomo davanti alla rabbia della natura

Il borgo di Amatrice

di ENZO BIANCHI
Davanti alla tragicità di eventi come questo terremoto dovremmo vigilare affinché l’angoscia del restare “senza parole” non sia anestetizzata dal ripetere parole senza senso. Sentire che ai sopravvissuti Dio avrebbe fatto la grazia di non essere travolti dal terremoto, fa intendere che Dio l’avrebbe al contempo rifiutata a chi invece è morto. Chi si è salvato potrebbe allora gridare al miracolo, ma quanti sono rimasti schiacciati dalle macerie, a cominciare da tanti bambini, avrebbero conosciuto solo il volto di un Dio irato.
Non è questa la fede cristiana, così come non lo è l’affibbiare implicitamente al Dio di Gesù Cristo il nome di “destino”: retaggio di una mentalità “pagana” che secoli di cristianesimo non hanno mai superato definitivamente. La nostra vita è stata affidata alle nostre mani, mani fragili, mani capaci anche di commettere il male, mani più sovente responsabili di omissioni nei confronti del bene. La tradizione ebraica – che per secoli ha dovuto tragicamente confrontarsi con l’abisso del male, sovente compiuto dagli esseri umani, pur creati a immagine e somiglianza di Dio – ha elaborato la nozione dello tzim-tzum, del “ritrarsi” di Dio di fronte alla creazione per fare spazio a questa realtà autonoma. Secondo i rabbini, Dio nella sua onnipotenza è riuscito a creare una montagna che neppure lui è in grado di scalare: questa montagna che ormai si erge di fronte a Dio è l’essere umano nella sua libertà, ma è anche la creazione nella sua autonomia. Dio non ha abbandonato la creazione, non si è isolato impassibile altrove, ma per garantire all’essere umano pienezza di libertà e per non esercitare alcun tipo di costrizione, non si nasconde cinicamente dietro forze caotiche e cieche, come un regista che mette in scena la storia a suo piacimento.
Allora, di fronte a una tragedia naturale come quella del terremoto, i cristiani, in nome della loro sequela di un Signore crocifisso che ha preso su di sé la violenza e il dolore, fino alla morte ignominiosa patita da innocente, devono impegnarsi nell’acquisire e nel condividere una sapienza necessaria all’intera umanità. Essi sanno che l’essere umano possiede la tecnica – di per sé “neutra” – e la capacità di orientarla e anche pervertirla con la sua volontà egoistica, con l’accaparramento dei beni della terra, eludendo l’esigenza di una distribuzione universale delle risorse del pianeta. Così come, credenti e non credenti, sappiamo tutti che la natura possiede sì forze intrinseche che sfuggono al controllo umano, ma sappiamo anche che prevenzione, salvaguardia del territorio, atteggiamento di rispetto del creato e di ricerca di armonia con esso possono contenerne la forza bruta che si scatena.
Ora sta a tutti, in una solidarietà umana che varca ogni confine di religione e fede, impegnarsi in modo serio e perseverante nell’aiuto alle popolazioni colpite: non basta l’emotività passeggera, non basta la commozione di un momento, tanto più intensa quanto più da vicino la tragedia ci riguarda: occorre un impegno serio e continuo, non solo per ricostruire, ma per farlo in modo previdente e lungimirante, perché ai nostri giorni le cause di una tragedia “naturale” e soprattutto le sue dimensioni, non sono mai interamente ineluttabili, ma sono determinate anche da comportamenti e scelte politiche ed economiche, dalle priorità assegnate ai diversi campi di ricerca e di investimento, dal modo di sfruttare la terra e le sue risorse.
Anche da questa consapevolezza dipenderà la capacità dei cristiani di trovare il modo di agire per il bene comune e le parole per narrare, anche di fronte all’atrocità di tante morti assurde, la propria fede in un Dio di amore.
Pubblicato su: La Stampa

29 agosto. Martirio di San Giovanni Battista. Commento audio.

venerdì 26 agosto 2016

Madre Dolorosa (Romano il Melode)

La bandiera di Lepanto non abita più qui



Per la Chiesa non c'è guerra di religione: La bandiera di Lepanto non abita più in Vaticano 
Sette - Andrea Riccardi 
(Andrea Riccardi) Un dossier del magazine "Sette" del Corriere della Sera sul rapporto tra la Chiesa di papa Francesco e l'Islam. Nel suo contributo, Andrea Riccardi spiega che quando dice che non c`è guerra di religione, il pontefice si rifà a una scelta ormai assodata della Chiesa, quella dello "spirito di Assisi"


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La questione degli imam in Europa. Musulmani nei principi 
L'Osservatore Romano 
Gli imam nati in Europa non danno una garanzia totale contro la crescita del radicalismo islamico nel vecchio continente: a sostenerlo è il ministro degli Affari islamici marocchino, Ahmed Tawfiq, che in un’intervista all’agenzia Efe ammette che ci sono imam nativi dei Paesi musulmani che si recano in Europa con una scarsa conoscenza della lingua della nazione che li ospita, anche se, a suo avviso, «il problema non sta solo nella consapevolezza di una realtà, ma nell’interpretazione dei principi».
Per il ministro, c’è ormai quasi una corsa in alcuni Paesi europei a che gli imam delle moschee vengano scelti fra coloro che sono nati o formati in Europa. Tuttavia ciò, nel caso succeda, «non garantirà nulla né cambierà nulla».
Il Marocco, come l’Algeria e la Turchia, ha sempre cercato di avere un certo controllo sulle moschee nei quartieri delle città europee dove è presente una nutrita comunità marocchina, ma molti analisti ritengono che ciò che manca è l’esatto opposto: ovvero un «islam europeo» in grado di rispondere ai problemi dei musulmani che vivono nel continente.
Per Tawfiq tuttavia «non esistono cose come un islam di Francia o un islam di Spagna», sottolineando che «l’imam deve rispettare sia le leggi sia le istituzioni di Spagna, Francia e Marocco, incluse le regole del gioco politico. La sua missione è quella di difendere i principi generali che definiscono l’islam». Il ministro ritiene inoltre che i dibattiti sul burqini o sull’hijab distolgano l’attenzione da cose più importanti. Sono «accessori», semplici espressioni di una polemica che, chiamando in causa la religione, in realtà la danneggia.
Tawfiq riconosce che l’islam è spesso sulla difensiva «a causa del ritardo economico e scientifico dei musulmani», ma questo non deve portare a un discorso offensivo nei loro confronti. L’islam deve essere presentato come qualcosa di «alternativo, attraente, convincente». Purtroppo molti giovani musulmani, soprattutto in Europa, «sono andati a cercarsi questo modello dal cosiddetto Stato islamico, che presenta il suo “califfato” come il luogo dove si possono incontrare le aspirazioni dei musulmani». Tuttavia — aggiunge — l’islam mette in guardia da tre grandi pericoli: l’ignoranza, l’inganno e l’estremismo, tre difetti attribuibili a coloro che oggi parlano a nome dell’islam radicale.
Per quanto riguarda invece la crescente islamofobia in Europa e nel nord America, il ministro marocchino ha ricordato che ci sono grandi conoscitori dell’islam antico e attuale nel mondo accademico occidentale che, purtroppo, non hanno voce in capitolo o influenza pubblica. Questi studiosi, se avessero una maggiore influenza, potrebbero «aiutare i mezzi di comunicazione, che spesso reagiscono troppo in fretta», a produrre «un discorso rassicurante e un’analisi critica» sull’islam.
Ahmed Tawfiq è considerato uno dei principali ideologi dell’islam marocchino e crede che questo modello abbia «una legittimità politica che il terrorismo cerca di usurpare», per cui è necessario insistere, dentro e fuori il Marocco, sull’importanza dell’istituzione del «Comandante dei credenti», riferendosi all’autorità religiosa del re. Le basi di questa istituzione, che il ministro non esita a definire un «modello», sono la garanzia per il cittadino di vari pilastri fondamentali: la sicurezza e l’ordine pubblico, la giustizia, il rispetto della proprietà privata, la dignità della persona.

L'Osservatore Romano

La misericordia al tempo di papa Francesco



Osservatore Romano
26 agosto 2016
di ENZO BIANCHI
L’11 ottobre del 1962, aprendo il concilio da lui voluto, papa Giovanni pronunciò la prolusione che dal suo incipit tutti conosciamo come “Gaudet mater ecclesia ”, “La chiesa che è madre gioisce”. Si tratta di un discorso ispirato, profetico, che segna un prima e un dopo nella vita della chiesa; un discorso che indicava al concilio una via nuova da percorrere, una via che non esprimeva condanna, come era avvenuto nei ventuno concili universali celebrati nella storia, ma annunciava la fede con mitezza e misericordia. È sufficiente citare uno stralcio di quella famosa allocuzione:
Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo con più luminosità il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando … La chiesa … vuole mostrarsi madre piena di amore per tutti, tenera, paziente, mossa da misericordia e da bontà anche verso i figli da lei separati.
Il buon samaritano in un’icona romena (7,2.3)
Con queste parole papa Giovanni apriva un nuovo tempo e poneva fine a una lunga epoca caratterizzata da una forte intransigenza assunta nella difesa della dottrina cattolica, nella proposizione della morale e nel confronto polemico tra chiesa e società, tra cattolici e quanti non si dicevano cristiani. Intransigenza, rigorismo e ministero di condanna dovevano lasciare posto, secondo la volontà del papa, a una nuova situazione caratterizzata dall’impegno e dalla fatica del fare misericordia e dell’annunciarla. Il concilio percorse quella via indicata dal papa, non solo non emettendo condanne, ma cercando la riconciliazione con quanti avevano vissuto rotture, separazioni e conflitti con la chiesa.
Paolo VI confermò questo cammino intrapreso e, soprattutto attraverso l’enciclica Ecclesiam suam (6 agosto 1964), diede impulso al dialogo, abbattendo muri e bastioni, inaugurando coraggiosamente quell’ascolto dell’umanità non cristiana, quel dialogo e quello scambio che hanno permesso, pur tra molte contraddizioni, la corsa del Vangelo (cf. 2Ts 3,1) anche nell’epoca della modernità, nei nostri giorni.
Era comunque inevitabile che, in presenza della rivoluzione culturale a livello mondiale degli anni ’70 del secolo scorso, di fronte a inedite difficoltà della missione e dell’evangelizzazione, scoprendo l’emergenza dell’inattesa “indifferenza” da parte delle nostre società occidentali e constatando il misconoscimento in atto dei valori evangelici essenziali, la chiesa qualche volta reagisse mostrandosi nuovamente timida, paurosa e tentata dal rigore, con sguardi nostalgici verso i tempi passati, quelli della “cristianità”. Tuttavia, attraverso Giovanni Paolo II, in particolare grazie alla sua enciclica Dives in misericordia (30 novembre 1980), e poi attraverso Benedetto XVI, il cammino intrapreso con il Vaticano II non solo non fu contrastato, ma ricevette importanti impulsi teologici.
Ed ecco, poco più di tre anni fa, il successore di Pietro prende il nome di Francesco e subito fa risuonare con un tono nuovo e forte la parola “misericordia”. Queste le sue parole:
[Occorre] ascoltare la voce dello Spirito che parla a tutta la chiesa in questo nostro tempo, che è proprio il tempo della misericordia . Di questo sono sicuro … Noi stiamo vivendo in tempo di misericordia .
(Discorso ai parroci di Roma, Aula Paolo VI, 6 marzo 2014)
Nei discorsi, nelle omelie e nei documenti di Francesco appaiono con frequenza i termini “misericordia” e “tenerezza” (biblicamente sinonimi), che diventano le parole-chiave del suo servizio petrino. Proprio attorno alla misericordia di Dio papa Francesco vuole convocare la chiesa, per spingerla verso l’umanità, affinché si conosca e si sperimenti l’amore del Signore, per poterlo vivere quotidianamente tra uomini e donne, sulla terra. Il magistero dell’attuale papa è contrassegnato dal paradigma della misericordia che ispira il suo parlare e scrivere, ma soprattutto i suoi gesti, la sua postura quotidiana.
Ora, occorre riconoscere che l’annuncio della misericordia fatto da Francesco, misericordia da viversi come chiesa, scandalizza chi ribatte: “Così è troppo!”; è contestato da chi afferma: “La dottrina non è più rigorosa!”; è deriso da chi giudica il papa “un ingenuo bonario che non conosce l’arte del potere”. D’altra parte per molti, per noi, Francesco, che è venuto non solo dalla periferia della chiesa, ma dai profondi “ interiora ecclesiae”, fa risuonare semplicemente la buona notizia: notizia, per l’appunto, buona, affidabile, desiderabile, attesa e sentita come urgente per la consolazione e la speranza dei poveri. Ci eravamo abituati all’idea che la misericordia di Dio fosse un correttivo alla sua giustizia, una proclamazione necessaria per infondere un po’ di speranza in quanti erano colpiti dalla terribile giustizia e dal terribile giudizio del Signore, e invece ora ascoltiamo nuovamente la novità del Vangelo, come la sentivano dalla bocca di Gesù i peccatori, i malati, i poveri. Perché questo primato dato da papa Francesco alla misericordia rispetto alle altre virtù? Perché tale primato le è conferito dalle sante Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento e inoltre perché il papa afferma che lui stesso è stato raggiunto dalla misericordia di Dio, ha vissuto su di sé quell’esperienza riassunta nel motto che ha voluto imprimere sul suo stemma papale: “ Miserando atque eligendo ”, “avendo misericordia e scegliendomi” (Beda il Venerabile, Omelie 21), il Signore mi ha chiamato.
1.Riconciliati con Dio
Tutte le sante Scritture sono testimonianza di una ricerca dell’umanità da parte di Dio, che l’ha voluta e creata, dotandola di dignità e di estesa, intangibile libertà. A causa del male che seduce l’essere umano, lo tenta e lo fa cadere come sua preda, Dio da sempre non lo abbandona a questa alienazione mortifera, ma lo cerca, gli viene incontro e gli offre il dono del suo amore mai venuto meno e, soprattutto, mai da meritare. Resta emblematico il gesto che Dio compie verso l’umanità in Adamo ed Eva: quando essi prendono consapevolezza del loro peccato e, sentendosi nudi, fuggono da Dio nella paura, Dio stesso fa per loro dei vestiti e li ricopre (cf. Gen 3,21).
Questo è il primo atto di misericordia da parte di Dio verso ciascuno di noi, quando, nel nostro venire al mondo, scopriamo di essere abitati dal male e di acconsentire a esso. Avendo scelto la lontananza da Dio, meriteremmo di restare lontani da lui nella vergogna e nella colpa, e invece Dio ci offre un abito per coprire il nostro peccato, per perdonarci e riconciliarci con lui. Questa esperienza è fondamentale, e dovremmo domandarci se siamo impegnati a trasmetterla ai nostri figli, alle nuove generazioni, come esperienza passiva di essere amati proprio nel nostro peccato, nella nostra fragilità, da chi ci ama senza chiederci di meritare il suo amore. Sono convinto che questa esperienza possibile nella fede cristiana può davvero ri-strutturare un’intera vita, può essere sanante, redentiva, perché è l’esperienza che ci fa sentire “figli amati, voluti” da Dio, al di là delle della volontà di chi ci ha messi al mondo, al di là del caso o della necessità.
Oso dire, con audacia sì, ma un’audacia autorizzata dal Vangelo, che proprio a causa del nostro peccato Dio ci viene incontro e si fa conoscere a noi “ miserando”, con sguardo di misericordia, e ci dà la conoscenza della salvezza possibile qui sulla terra: “conoscenza della salvezza” – come cantiamo ogni mattina nel Benedictus – “nella remissione dei nostri peccati” (cf. Lc 1,77). Agostino ha cantato: “ O felix culpa!”, riferendosi al peccato di Adamo ed Eva, ma noi possiamo ripeterlo guardando al nostro peccato, grazie al quale Dio ci è venuto incontro, si è fatto conoscere rivelando il suo amore gratuito, il suo volto di misericordia. Chi non si sente peccatore, malato, cieco, non può conoscere la misericordia, non può sentirsi riconciliato con Dio, perché confida nel suo essere giusto, sano, vedente. Gesù, infatti, ha proclamato con forza: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: ‘Misericordia io voglio e non sacrifici’ (Os 6,6). Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,12-13). E ancora: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane” (Gv 9,41).
Queste parole, che hanno scandalizzato gli uomini religiosi, gli scribi e i farisei, cioè i legalisti e i devoti, se siamo sinceri scandalizzano anche noi, sempre tentati di annoverarci tra i sani, i giusti, gli osservanti, i fedeli; soprattutto se abbiamo ereditato un’immagine di Dio che, essendo giusto, deve fare giustizia punendo e castigando. Nel nostro cuore è innestata quella legge, quella dinamica ben espressa dal titolo del romanzo (molto cristiano!) di Fëdor Dostoevskij: “Delitto e castigo”. Ovvero, dove c’è il peccato ci vuole la pena, il castigo che Dio può mitigare con la misericordia, ma la giustizia va onorata ed esercitata! In verità, la giustizia di Dio così intesa è giustizia umana, come ha notato anche papa Francesco:
Davanti alla visione di una giustizia come mera osservanza della legge, che giudica dividendo le persone in giusti e peccatori, Gesù punta a mostrare il grande dono della misericordia che ricerca i peccatori per offrire loro il perdono e la salvezza … Se Dio si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge. La giustizia da sola non basta, e l’esperienza insegna che appellarsi solo a essa rischia di distruggerla.
(Bolla di indizione del Giubileo straordinario della misericordia Misericordiae vultus 20.21, 11 aprile 2015).
Questa è la giustizia degli scribi e dei farisei, dei giusti incalliti che la proiettano su Dio, la giustizia di cui Gesù ha detto: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,20). In Dio la giustizia è sovrana, ma non è la nostra giustizia: è una giustizia che ha la misericordia come lato esposto all’esterno, come dinamica quando si mette in movimento e si realizza, perché “Dio è” innanzitutto “amore” (1Gv 4,8.16), misericordia, grazia, tenerezza nella sua essenza. Al riguardo, mi basta qui ricordare la rivelazione del Nome di Dio consegnato a Mosè: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e compassionevole” (Es 34,6), nonché lo splendido soliloquio di Dio rivelato dal profeta Osea. Il popolo di Dio è diventato idolatra, ha rinnegato il suo Signore, ha rotto l’alleanza, e dunque Dio deve intervenire: anche lui romperà forse l’alleanza e abbandonerà il suo popolo ai castighi che si è meritato? Ma ecco il suo soliloquio:
Come potrei abbandonarti, Efraim,
come consegnarti ad altri, Israele? …
Il mio cuore “si rivolta” contro di me,
il mio intimo freme di compassione.
Non sfogherò l’ardore della mia ira,
non distruggerò Efraim,
perché sono Dio e non un umano;
sono il Santo nel tuo grembo
e non verrò a te nella mia collera.
(Os  11,8-9)
Ecco la grande rivelazione: nel cuore di Dio il sentimento della misericordia si rivolta contro quello della giustizia e lo vince, perché Dio non agisce secondo la giustizia umana, anzi la sua santità, quando viene a noi, si mostra come misericordia. Per questo sempre il profeta Osea predica queste parole da parte del Signore, già evocate perché ricorrono anche sulle labbra di Gesù (cf. Mt 9,13; 12,7):
Io voglio l’amore ( chesed) e non il sacrificio,
la conoscenza di Dio e non gli olocausti.
(Os  6,6)
Cioè, decodificando per noi:
Voglio la misericordia vissuta tra voi,
non i sacrifici fatti a me;
voglio la conoscenza di Dio,
che è nient’altro che pratica della misericordia,
non offerte fatte a me!
Ecco come il Signore ci riconcilia con sé: una riconciliazione che ha come protagonista Dio, che Dio ci offre, che per noi è sempre immeritata, in quanto gratuita e preveniente. L’Apostolo Paolo, nella contemplazione e nella fede in “Gesù Cristo consegnato alla morte per i nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione” (cf. Rm 4,25), proclama:
Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini i loro peccati e affidando a noi la parola della riconciliazione. In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio!
(2Cor  5,19-20)
Dobbiamo solo predisporre tutto in noi stessi per accogliere questo dono gratuito della misericordia di Dio, un dono che in noi produce la conversione, il ritorno a lui, e quindi ci fa vivere nella comunione con il Signore. Papa Francesco ci dona un’immagine piena di consolazione in proposito, riflettendo sulla parabola della pecora smarrita (cf. Lc 15,4-7):
Il Signore non può rassegnarsi al fatto che anche una sola persona possa perdersi. L’agire di Dio è quello di chi va in cerca dei figli perduti per poi fare festa e gioire con tutti per il loro ritrovamento. Si tratta di un desiderio irrefrenabile: neppure novantanove pecore possono fermare il pastore e tenerlo chiuso nell’ovile. Lui potrebbe ragionare così: “Faccio il bilancio: ne ho novantanove, ne ho persa una, ma non è una grande perdita”. Lui invece va a cercare quella, perché ognuna è molto importante per lui, [e la più importante è] la più bisognosa, la più abbandonata, la più scartata; e lui va a cercarla. Siamo tutti avvisati: la misericordia verso i peccatori è lo stile con cui agisce Dio e a tale misericordia egli è assolutamente fedele: nulla e nessuno potrà distoglierlo dalla sua volontà di salvezza. Dio non conosce la nostra attuale cultura dello scarto … Dio non scarta nessuna persona; Dio ama tutti, cerca tutti: uno per uno! Lui non conosce questa parola, “scartare la gente”, perché è tutto amore e tutta misericordia … Nella visione di Gesù non ci sono pecore definitivamente perdute, ma solo pecore che vanno ritrovate. Questo dobbiamo capirlo bene: per Dio nessuno è definitivamente perduto. Mai! … Siamo tutti noi pecore ritrovate e raccolte dalla misericordia del Signore, chiamati a raccogliere insieme a lui tutto il gregge!
(Udienza generale del 4 maggio 2016)
2. Artefici di riconciliazione
Se la beatitudine proclamata da Gesù è: “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia” (Mt 5,7), vi è un’altra sua parola, anzi due, altrettanto decisive, che risuonano quale comando che invera e rinnova l’antico comando donato a Israele: “Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo” (Lv 19,2; cf. 1Pt 1,16). In parallelo, Gesù comanda: “Siate téleioi, siate perfetti, compiuti, come è perfetto, compiuto il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,48), e nel passo parallelo Luca precisa: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,36). La santità, la perfezione è la misericordia! Chi ha ottenuto gratuitamente la misericordia da Dio deve fare misericordia agli altri, chi è stato riconciliato da Dio deve riconciliarsi con gli altri e riconciliarli: questo significa vivere in pienezza!
Per esprimere tale verità, tenterò qui di seguire papa Francesco, di echeggiare il suo insegnamento, anche se l’operazione risulta difficile a causa dell’abbondanza delle sue parole sulla misericordia. La mia vorrebbe dunque essere solo una traccia, una sintesi che evidenzia i concetti espressi più frequentemente da Francesco.
a. Siamo bisognosi di misericordia
Innanzitutto, per fare misericordia occorre essere consapevoli della misericordia che Dio ha fatto a noi. Solo se non ci crediamo giusti, conoscendo quindi la misericordia di Dio, saremo abilitati a fare misericordia agli altri, i quali sono solidali con noi nel cedere al male, nel peccare. Se invece, a causa di una nostra pretesa giustizia, giudichiamo gli altri o addirittura li disprezziamo, come il fariseo della parabola (cf. Lc 18,9-14), siamo da iscrivere tra quelli che il papa definisce i corrotti e gli ipocriti. Spesso il papa ha parole di fuoco per quelli che si pensano giusti e migliori degli altri, mentre è comprensivo e misericordioso verso quelli che, come il pubblicano della stessa parabola, osano soltanto dire, senza tenere la testa dritta con alterigia: “O Dio, abbi pietà di me peccatore” (Lc 18,13).
Purtroppo molti tra gli uomini e le donne del nostro tempo sono tenuti lontano dal Signore proprio dalla pretesa giustizia dei credenti, dei “cristiani del campanile”, di quelli che vantano un’appartenenza alla chiesa sentendosi già salvati, e sovente allontanano i peccatori, emarginano quelli che hanno un comportamento che contraddice la legge e li pone “fuori del campo”. Ma Cristo ha voluto morire fuori dell’accampamento (cf. Eb 13,12), per questo l’autore della Lettera agli Ebrei significativamente esorta: “Usciamo dunque verso di lui fuori dell’accampamento, condividendo la sua vergogna” (Eb 13,13), a costo di essere annoverati come lui tra i peccatori. E invece dentro di noi, da sempre detti cristiani, abita il virus del giusto incallito, del religioso che si crede salvo. Per fare misericordia, per riconciliare è dunque assolutamente necessario abbassarsi, conoscere l’umiliazione e sentirsi solidali nel peccato con i nostri fratelli e sorelle in umanità.
b. Siamo chiamati a fare misericordia
Papa Francesco ci spinge a fare misericordia anche ammonendoci a vigilare affinché la misericordia non resti solo un’emozione, un sentimento viscerale che si prova nell’incontro con l’altro, con il bisognoso: “La misericordia … è un cammino che parte dal cuore per arrivare alle mani” (Udienza generale del 10 agosto 2016), ossia deve diventare azione, prassi, cura dell’altro, del suo bisogno, della sua sofferenza. Il dialogo tra Gesù e il dottore della legge dopo la parabola del samaritano è molto significativo al riguardo:
(Gesù chiese): “Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”.
Quello rispose: “Chi ha fatto misericordia a lui”.
Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”.
(Lc 10,36-38)
Fare misericordia è mettere in pratica le opere di misericordia, ma può e deve esprimersi anche in modo inatteso, risvegliando l’intelligenza e la creatività del discepolo e della discepola di Gesù. Ci sono bisogni sempre inediti, ci sono povertà spesso nascoste, ci sono miserie spesso non comprese! E i primi destinatari di questo fare misericordia devono essere i poveri, i quali ci chiedono quell’opzione preferenziale vissuta e predicata da Gesù stesso (cf. Lc 4,18-19Is 61,1-2), che non solo ha annunciato loro la buona notizia, ma ha assunto la loro condizione per vivere la comunione con loro: “Da ricco che era, si è fatto povero per noi” (cf. 2Cor 8,9).
Di più, noi cristiani oggi dovremmo tentare di dare alla misericordia e alla riconciliazione una valenza anche sociale, a volte politica. Lo chiedeva già Giovanni Paolo II nel suo profetico Messaggio per la XXXV Giornata mondiale della pace (1° gennaio 2002: “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”), quando scriveva: “Solo nella misura in cui si affermano un’etica e una cultura del perdono, si può anche sperare in una ‘politica del perdono’, espressa in atteggiamenti sociali e istituti giuridici, nei quali la stessa giustizia assuma un volto più umano” (§ 8). Francesco si muove su questo stesso solco, attuando con la sua azione a livello internazionale una vera politica di riconciliazione, per quanto gli è possibile.
c. Il volto misericordioso della chiesa
Infine, per papa Francesco misericordia significa dare alla chiesa tutta un volto di misericordia: la chiesa quale “ mater misericordiae ”, titolo che le spetta, come spetta a Maria, icona della chiesa. L’esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia (19 marzo 2016) vuole essere un grande invito rivolto a tutti affinché la chiesa assuma un volto misericordioso. Sappiamo che questo documento crea ad alcuni difficoltà, soprattutto a quanti, presenti anche nella chiesa, sono maestri esperti nell’inoculare il sospetto, il dubbio, la paura. Costoro temono che la misericordia diventi un “lasciar fare”, varco verso una superficialità che toglie la responsabilità, che finisca per favorire un cristianesimo debole, dove non c’è più la grazia a caro prezzo.
Ma la grazia è stata conquistata a caro prezzo da Gesù Cristo nella sua passione e morte in croce (cf. 1Cor 6,20; 7,23; 1Pt 1,18) proprio perché fosse donata a noi con abbondanza, perché fosse possibile a Dio “rendere giusto il peccatore” (cf. Rm 4,5). Solo chi è raggiunto dall’incandescente perdono gratuito di Dio può sentire in sé il bisogno di conversione e lasciarsi riconciliare. Solo chi si sente amato gratuitamente, senza aver meritato l’amore, conosce veramente il volto di Dio, cioè Gesù Cristo che lo ha narrato ( exeghésato: Gv 1,18), passando tra di noi, facendo il bene e facendo arretrare il demonio, guarendo e liberando (cf. At 10,38).
Conclusione
Tra i libri profetici c’è una vera e propria perla, il libro di Giona. Da un lato è il più bel canto della misericordia di Dio, dall’altro è una denuncia di quei credenti che non sanno rallegrarsi
quando la salvezza è donata a quanti sono da loro ritenuti indegni,
quando torna a casa il figlio perduto e si fa festa per lui (cf. Lc 15,11-32),
quando il pastore trova la pecora perduta e fa festa per lei sola (cf. Lc 15,4-7),
quando gli ultimi ricevono la stessa ricompensa dei primi, perché il padrone è misericordioso (cf. Mt 20,1-15).
Conoscete l’avventura di Giona. Dio gli chiede di andare a Ninive, la grande città capitale dell’impero oppressore e nemico di Israele, per annunciarle che sarà distrutta per i peccati dei suoi abitanti. Giona non obbedisce e fugge, ma Dio lo riporta alla sua missione ed egli è costretto a predicare a Ninive. Allora gli abitanti (e persino gli animali!) di quella città hanno fede e mutano il loro comportamento: lasciano la strada cattiva e abbandonano la violenza e l’ingiustizia. Allora Dio cambia, muta il suo proposito e fa loro misericordia. Ma Giona, vedendo ciò, si arrabbia terribilmente, fino a voler morire. Eloquenti le sue parole, che mostrano il suo fastidio proprio per la misericordia del Signore: “Io sapevo che tu sei un Dio misericordioso e compassionevole, lento all’ira, grande nell’amore, che ti converti riguardo al male minacciato. Or dunque, Signore, toglimi la vita, perché è meglio per me morire che vivere!” (Gn 4,2-3).
Sì, in Dio prevale la misericordia sulla giustizia, ma chi ha annunciato la giustizia non si rallegra, anzi si incattivisce… Nella chiesa odierna ci sono ancora tanti Giona, predicatori zelanti, ma papa Francesco ci ricorda continuamente che Gesù è stato il vero profeta fedele a Dio, non tentato di assumere i sentimenti e lo stile di Giona: Gesù ha annunciato la misericordia a tutti, a tutti, dando la vita per tutti, per tutti (cf. Mc 10,45Mt 20,28Is 53,11-12)!
Pubblicato su: Osservatore Romano