martedì 24 gennaio 2017

Omogenitorialità, psicologo rompe...



... il muro dei tabù.

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di Ermes Dovico.
È stato l’unico tra 19 psicologi che ha osato esprimere delle riserve sulla cosiddetta omogenitorialità, in uno studio pubblicato sul trimestrale Giornale italiano di psicologia. L’unico ad aver sottolineato che le varie ricerche citate per legittimare le famiglie con “due mamme” e “due papà” presentano problemi teorico-metodologici e non affrontano la fondamentale questione della generatività. Lui è Vittorio Cigoli, docente emerito di Psicologia clinica e autore di diverse pubblicazioni sulla psicologia della famiglia e della coppia. Il suo caso è emblematico di come un’ideologia, promossa da gruppi elitari, riesca a imporsi nella società (dalla psicologia alle altre scienze umane, dalla politica ai media, i metodi sono quasi sempre gli stessi), cercando di isolare chi la pensa diversamente e anestetizzando gradualmente l’opinione pubblica per raggiungere i propri fini. La Nuova BQ l’ha intervistato.
Professor Cigoli, può spiegarci come si è arrivati a questo blocco di opinioni a favore dell’omogenitorialità, mentre lei è stato il solo a sottolineare i rischi per i figli?
Il Giornale italiano di psicologia affronta sempre tematiche specifiche e, in questo caso, la direzione ha affidato la cura del tema dell’omogenitorialità al professor Vittorio Lingiardi, che si occupa dell’argomento da anni e si è fatto affiancare da un giovane collega, Nicola Carone. I curatori dell’articolo, di solito, contattano un certo numero di ricercatori per scrivere un contributo, mentre altri – come è successo a me – vengono contattati dalla direzione, che mi ha chiesto se ero disponibile a intervenire. Nel loro articolo a conclusione dello studio, gli autori hanno fatto la conta dei commenti per dire che questi “concordano nel ritenere che il genere e l’orientamento sessuale dei genitori non siano di per sé fattori di rischio per la stabilità e il benessere psicologico dei figli”.
Tutti i commenti concordavano, a parte il suo.
Sì, e nelle loro conclusioni gli autori hanno dedicato ben tre cartelle per replicare al mio contributo. Io penso che in questo modo abbiano strumentalizzato la rivista a scopo ideologico. Ora, io faccio ricerca da 40 anni e penso di poter esprimere un pensiero sul tema delle relazioni familiari senza che mi si tacci di pregiudizio. Mentre gli autori hanno puntato a fare una sorta di plebiscito, e penso che nemmeno gli altri colleghi siano felici di essere stati omologati così.
Gli autori, per corroborare la loro tesi sull’omogenitorialità, citano varie ricerche, di cui lei invece sottolinea le carenze metodologiche.
Buona parte di queste ricerche sono governate da persone e ricercatori omosessuali, anche famosi. Quella dell’omogenitorialità è diventata un’area quasi praticamente riservata. Di fatto, la ricerca viene quasi tutta concentrata su persone di etnia bianca, livello economico elevato e buon inserimento sociale. Gli autori spesso usano il tema della discriminazione, dello stigma, ma in realtà ci sono lobby importanti come LGBT e grant di ricerca dedicati.
Oltre ai problemi metodologici, ci sono altri problemi relativi alla ricerca psicologica su questi temi?
Certo, il problema riguarda ciò che da psicologi possiamo dire: è la prima volta che la ricerca psicologica viene chiamata in causa per dirimere questioni che non sono meramente psicologiche. Perché quando si parla di famiglia e generatività, emergono necessariamente questioni di carattere antropologico, etico e filosofico. Chiedere alla psicologia di dare risposte definitive è strumentale. Le ricerche psicologiche a sostegno dell’omogenitorialità possono dire qualcosa solo entro una cornice cognitiva-comportamentale, in cui gli aspetti considerati sono l’adattamento e la qualità della relazione. Questa qualità della relazione viene valutata sulla base della percezione che ha il genitore o il bambino, cioè in nessun modo queste ricerche studiano la relazione dal vivo e non possono rispondere a domande fondamentali quali quelle sul concepimento, le relazioni generazionali, le organizzazioni familiari, il rapporto tra i generi che è, e da sempre, un fattore di rischio così come di fondamentale opportunità.
Insomma, sono ricerche che prendono in considerazione aspetti molto parziali.
Esatto. Questa tipologia di ricerche dà dei risultati, ma ha pure i suoi limiti e non può essere presa come scientifica in sé. Il punto sta proprio qui: quando viene sollevato un dubbio circa la problematicità di queste modern families, si viene immediatamente attaccati.
Nel suo contributo sulla rivista, lei ha sottolineato l’importanza della generatività e della sua differenza con l’educazione.
Sì, c’è differenza tra gli aspetti educativi, che sono specie-specifici nel senso che la specie umana si contraddistingue in quanto capace di educare, e gli aspetti generativi, che invece sono una specificità delle relazioni familiari. E la generatività è necessariamente legata alla differenza sessuale: dunque, l’omologazione dei sessi costituisce un problema. La generatività, infatti, ci dice tantissimo del rapporto tra le generazioni e sarebbe estremamente riduttivo considerare ciò solo come rapporto genitore-bambino perché il legame familiare interessa anche i nomi, le origini, la relazione con chi non c’è più, eccetera. Il vuoto delle origini, l’eliminazione del legame complica tutto.
Siamo arrivati a questo punto anche a causa della fecondazione artificiale, che asseconda un’ideologia che pretende di affermare l’irrilevanza della natura umana.
Gli interventi, come nel caso della maternità surrogata, non costano meno di 150/200 mila dollari. I fertility centers, ben presenti anche in Europa e non solo negli Stati Uniti, sono organizzazioni di business. Così, sono state create nuove forme familiari che si basano su una fecondazione extracorporea, sotto il dominio della tecnica. Si è fatto un salto che non è indolore. Sapere dello sperma e degli ovuli congelati, venire a sapere che dal punto di vista strettamente biologico puoi avere decine e decine di fratelli (e infatti ci sono dei siti in cui le persone si cercano), il fatto di avere una-due mamme biologiche e una cosiddetta sociale, la presenza o meno di figure maschili e l’anonimato o meno del donatore sono tutte domande che riguardano le conseguenze sui figli. Non ci si può dunque non fare domande a livello antropologico e psichico. Tutt’affatto dunque che un pregiudizio e uno stigma. Anche il tema ricorrente della donazione va riconsiderato con attenzione. Non è la stessa cosa della donazione di sangue o di organi.
Domande che però la ricerca dominante non si fa più?
È come se oltre 50 anni di studi sul valore della differenza sessuale, sulla generatività, sul rapporto padre-madre-bambino, venissero letteralmente messi a tacere, spazzati via dalla ricerca dell’omologazione (nessuna differenza). Le ricerche sulle modern families sono incentrate solo sull’adattamento e, in fin dei conti, sono un tentativo sottile di annullare il familiare come dimensione cruciale dell’umano. Per parecchi colleghi ricercatori non contano infatti la struttura e l’organizzazione, ma solo la qualità della relazione, se hai più o meno “amore”. Ora, loro chiamano “organizzazione” solo l’etnia, lo status socio-economico, non hanno l’idea antropologica dei legami. Sono tutti temi che il “Centro Famiglia” dell’Università Cattolica affronterà in un Quaderno che sarà pubblicato a breve con un commento mio e di Eugenia Scabini.
Perché si nega così ostinatamente l’importanza dei legami e delle origini per il benessere dei bambini?
Sostanzialmente, l’impresa è quella di andare al di là, di fare delle cose impensabili fino a poco tempo fa: quindi è proprio una sfida del limite, alla ricerca di una cosiddetta normalità.
Ma se si supera il limite naturale, si potrà mai trovare la normalità?
Eh, questa è appunto la domanda. Noi conosciamo il tema della “hybris”, i greci ce lo hanno insegnato, ci sono dei rischi. Io penso che una buona ricerca scientifica ne debba tenere conto.
Lei ha un’esperienza quarantennale e non si è fatto condizionare nella sua libertà di ricerca. Crede che per i colleghi più giovani e in generale per le future generazioni, alla luce dell’eco che hanno i temi dell’omogenitorialità, sarà più difficile non subire condizionamenti?
Certo, come dicevo prima è come se la psicologia si fosse schierata, quasi rinunciando a 50 anni di ricerche psicosociali e cliniche sulle relazioni familiari. Il mondo è sempre stato fatto di pressioni e di lobby, che di solito portano al conformismo, che è la strada più facile: tocca ai giovani prendersi la loro responsabilità nel rispetto della differenza.

Not my pussy...

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La dignità delle donne al tempo di Trump

di Costanza Miriano
Sono una di quei miliardi di donne che non hanno marciato contro Trump. Sono una sola e non so quante donne potrei rappresentare, di sicuro so che le marciatrici con simboli di genitali femminili in testa non rappresentano me, e credo che facciano una gran male alla vera causa delle donne. E vorrei sapere a che titolo si sono autonominate esponenti e difensori dei valori femminili.
Ma prima ancora, sinceramente, vorrei scoprire per quale motivo abbiano manifestato. Davvero non l’ho capito. Lo volevo sapere così tanto che mi sono costretta a leggere gli articoli sulla manifestazione, infiorettati di luoghi comuni, tutti pieni di noicheinquantodonne e patriarcato (dov’è?) e diritti minacciati dai maschi cattivi. Quali diritti, e da cosa li difenderebbero queste signore? Qual è il capo d’accusa contro Trump? Pare che abbia definito oca una giornalista. Non so, magari è solo un maleducato. Magari la signora è oca davvero. Ma, sinceramente, è una cosa da provocare una marcia? Non ci sarà un uomo che è stato trattato poco gentilmente da un politico? Oppure un uomo si può trattare male, mentre una donna, un omosessuale e un nero sono intelligenti a prescindere?
L’altro capo di imputazione è che una volta in un parcheggio hanno registrato di nascosto un video in cui Trump diceva a un amico, più o meno, che se hai i soldi le donne ti vengono dietro. Ora, non è una bella immagine, ma non si può negare che sia vero. Non è neanche una bella cosa, io per esempio non ho mai usato questo criterio con gli uomini, ma tante donne sì. Sono libere di farlo. Se lo fanno non è perché gli uomini sono cattivi, ma perché pensano che a loro convenga. E non posso neanche dire che non le stimo per questo, perché credo sia scritto nel profondo di una donna il desiderio di sentirsi protetta da un uomo forte, e a volte la ricchezza può rappresentare la protezione che qualche donna cerca. Se poi c’è qualche arrampicatrice sociale che vuole usare gli uomini per convenienza, ripeto, non è una cosa bella, ma casomai a comportarsi male è lei, o è un mutuo scambio tra due adulti consenzienti. Insomma, qualcosa che non ha niente a che vedere con il maltrattamento delle donne. Sarebbe stato bello vederle sfilare in Arabia Saudita o in Pakistan, lì sì che le donne non sono libere. Una bella marcia per Asia Bibi strappata ai suoi figli e in carcere dal 2009? Siccome non è in carcere per motivi di sesso sfrenato ma per la sua fede è meno donna?
Non sto dicendo che Trump sia il mio uomo ideale, quello è san Giuseppe, silenzioso, virile, concreto, fattivo, casto, cioè capace di amare senza voler possedere, e non mi pare certo il tipo del 45° presidente degli Usa. Ma l’alternativa a Trump qual era? Una donna, sì. Ma innanzitutto una moglie di, tanto che ha scelto di candidarsi col nome del marito. Una donna guerrafondaia (come ha ampiamente provato da segretaria di stato) e finanziata coi soldi di Planned Parenthood, la più grande officina di aborti al mondo, pesantemente accusata di aver smerciato pezzi di bambini abortiti.
Finanziata per il 20% da quell’Arabia Saudita dove l’uomo ha il potere assoluto sulla donna, su ogni singolo aspetto della sua vita: ma davanti ai soldi la paladina delle donne ha chiuso un occhio, anzi due. Una donna che ha proclamato a chiare lettere che il concepito non ha alcun diritto finché non nasce, favorevole all’aborto tardivo, cioè praticamente all’uccisione di bambini appena nati (basta tranciare loro il collo quando la testa è uscita dal canale del parto, ma una parte del corpo è ancora dentro la mamma), una donna sostenuta da tutto lo star system, in cui le donne volentieri e liberamente usano la loro bellezza e il loro corpo come vogliono loro, cioè accettando di farsi guardare quasi nude e di essere oggetto di desiderio sessuale, una donna sostenuta da una cantante che ha promesso di offrire fellatio gratuite in cambio di voti, una donna che considera la fede un retaggio di cui bisogna far liberare le masse, e guarda caso una donna finanziata con una montagna di dollari da Soros, ma qui andiamo fuori argomento.
A me le marciatrici facevano tenerezza, per lo più. A vedere le foto di signore molto brutte, i loro cartelli “not my pussy” decisamente superflui (nessuno la vuole, quella pussy), per me balzava agli occhi con grande evidenza che la vera bellezza e la grandezza di una donna è nella sua capacità di offrire sostegno e aiuto, e se la donna diventa rivendicativa è una caricatura di se stessa, diventa insopportabile.
E, onestamente, di quali diritti siamo private nel mondo occidentale? Abbiamo la vita sessuale più libera di tutta la storia dell’umanità, abbiamo contraccezione e aborto garantito, guidiamo stati e Fondi Monetari ed enormi aziende, ci possiamo candidare alla presidenza degli Stati Uniti, siamo libere dal fardello dei figli, non ne abbiamo mai fatti così pochi nella storia del mondo, possiamo prendere e lasciare uomini senza nessuno stigma sociale, possiamo dedicare soldi e tempo a essere belle, andare in palestra e comprare vestiti, certo non siamo tutte ricche ma molto più delle nostre nonne, perché lavoriamo e non dobbiamo render conto a nessuno. Cosa altro vogliamo? E, soprattutto, perché, allora, siamo così infelici, noi donne?
Siamo infelici perché la nostra gioia e il talento più grande è nel dare la vita, e nel sostenerla e appoggiarla e aiutarla, e abbiamo smesso di farlo. E la colpa è solo nostra, non di Trump.
pubblicato su La Verità del 24 gennaio 2017

Missione in terra protestante

Francesco di Sales

di Ermes Dovico
Oggi, nel giorno della traslazione della sua salma ad Annecy, ricorre la memoria liturgica di san Francesco di Sales (1567-1622), che Pio XI nel 1923 volle ricordare nell’enciclica Rerum Omnium Perturbationem, a beneficio di “tutti quei cattolici, che con la pubblicazione o di giornali o di altri scritti illustrano, promuovono e difendono la cristiana dottrina”. È da allora che il santo francese viene onorato con il titolo di patrono dei giornalisti e degli scrittori, ai quali il papa lo indica come modello da seguire: “Ad essi è necessario, nelle discussioni, imitare e mantenere quel vigore, congiunto con moderazione e carità, tutto proprio di Francesco. […] si guardino dal venir meno alla verità, né, con il pretesto di evitare l’offesa degli avversari, la attenuino o la dissimulino”. 
In effetti, l’impegno di san Francesco a difesa dell’ortodossia cattolica accompagnò tutta la sua vita da consacrato, che dedicò a far ritornare alla Chiesa il maggior numero possibile di fratelli, in una fase storica in cui l’Europa cristiana viveva le divisioni generate dalla Riforma protestante. Fu questo slancio missionario che nel 1594 spinse il Sales, ordinato sacerdote l’anno prima dal vescovo di Ginevra, a offrirsi come volontario per predicare a Thonon, capitale del Chiablese, dove nel frattempo la maggioranza della popolazione era diventata calvinista. 
La sua attività di catechesi nella regione franco-svizzera non ottenne inizialmente gli effetti sperati, anche perché il concistoro calvinista aveva vietato ai protestanti di andare ad ascoltare Francesco, che predicava  nell’unica chiesa cattolica rimasta in città. Fu allora che il santo, il quale aveva studiato gli autori calvinisti e luterani, si ingegnò a scrivere dei fogli volanti per dimostrarne gli errori dottrinali alla luce della Sacra Scrittura e delle opere dei teologi cattolici, che conosceva profondamente. Di volta in volta stampava un gran numero di questi foglietti, che distribuiva a mano, affiggeva sui muri o infilava sotto le porte delle case dei protestanti. Molti di loro tornarono alla Chiesa. 
L’idea dei fogli volanti gli era stata suggerita da un amico e confermata, nella sua bontà, da una voce interiore sentita durante la Messa. Si trattava di scritti così ispirati ed efficaci da essere successivamente raccolti sotto il titolo Le Controversie, di cui Pio IX nel 1877, proclamando san Francesco Dottore della Chiesa, dirà: “Una meravigliosa scienza teologica risplende in questa opera; vi si nota un metodo eccellente, una logica irresistibile, per quanto riguarda sia la confutazione dell’eresia, che la dimostrazione della verità cattolica”. Uno zelo missionario, fondato sulla carità e accompagnato da digiuni e preghiere, che dovrebbe far riflettere in questo quinto centenario dall’inizio della Riforma luterana.
Diventato vescovo di Ginevra nel 1602, Francesco si impegnò a introdurre nella sua diocesi le riforme decise dal Concilio di Trento. Durante il suo episcopato avvenne l’incontro con la nobile vedova Giovanna Francesca di Chantal (anche lei canonizzata), che nel 1610 lo aiuterà nella fondazione dell’Ordine della Visitazione, dal quale nella seconda metà del secolo si propagherà la devozione al Sacro Cuore di Gesù, in seguito alle apparizioni a santa Margherita Maria Alacoque.
Il Sales era fortemente devoto alla Madonna, a cui dedicò una bellissima orazione nota come “preghiera dell’umiltà”, che per slancio di fede e stile ricorda il Memorare di san Bernardo, che del resto Francesco conosceva benissimo, tanto da averlo recitato in gioventù subito dopo aver pronunciato un atto di abbandono totale alla volontà del Signore. Sull’esempio di san Francesco di Sales, concludiamo con la sua preghiera, rinnovando - in questo 2017 che è anche il centenario delle apparizioni di Fatima - l’affidamento del nostro lavoro quotidiano alla Beata Vergine:
Ricordati e rammentati, o dolcissima Vergine,
che Tu sei mia Madre e che io sono Tuo figlio;
che Tu sei potente e che io sono poverissimo, timido e debole.
Io Ti supplico, dolcissima Madre,
di guidarmi in tutte le mie vie, in tutte le mie azioni.
Non dirmi, Madre stupenda, che Tu non puoi,
poiché il Tuo amatissimo Figlio
Ti ha dato ogni potere, sia in cielo che in terra.
Non dirmi che Tu non sei tenuta a farlo, 
poiché Tu sei la Mamma di tutti gli uomini
e, particolarmente, la mia Mamma. Se Tu non potessi ascoltare,
io Ti scuserei dicendo:
“È vero che è mia Mamma e che mi ama come Suo figlio,
ma non ha mezzi e possibilità per aiutarmi”.
Se Tu non fossi la mia Mamma,
io avrei pazienza e direi:
“Ha tutte le possibilità di aiutarmi,
ma, ahimé, non è mia Madre 
e, quindi, non mi ama”.
Ma invece no, o dolcissima Vergine,
Tu sei la mia Mamma
e per di più sei potentissima.
Come potrei scusarti se Tu non mi aiutassi
e non mi porgessi soccorso e assistenza?
Vedi bene, o Mamma,
che sei costretta ad ascoltare
tutte le mie richieste.
Per l’onore e per la gloria del Tuo Gesù,
accettami come Tuo bimbo
senza badare alle mie miserie 
e ai miei peccati.
Libera la mia anima e il mio corpo
da ogni male e dammi tutte le Tue virtù, 
soprattutto l’umiltà.
Fammi regalo di tutti i doni, di tutti i beni e 
di tutte le grazie che piacciono 
alla Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo.

Papa Francesco ha nominato mons. Fernando Ocáriz prelato dell'Opus Dei

Opus Dei 


Nella sera del 23 gennaio, Papa Francesco ha nominato mons. Fernando Ocáriz prelato dell'Opus Dei. Il Santo Padre ha confermato l'elezione avvenuta durante il terzo Congresso elettorale della prelatura, questo stesso giorno. Con questa nomina, mons. Fernando Ocáriz, che fino a questo momento era vicario ausiliare dell'Opus Dei, diventa il terzo successore di san Josemaría alla guida della prelatura, dopo la morte di mons. Javier Echevarría avvenuta lo scorso 12 dicembre. (...)

Messaggio del Santo Padre Francesco per la 51ma. Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali



Messaggio del Santo Padre Francesco per la 51ma. Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali
Sala stampa della Santa Sede

«Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5). Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo è il tema scelto dal Santo Padre Francesco per la 51ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Pubblichiamo di seguito il Messaggio del Papa per la Giornata che quest’anno si celebra, in molti Paesi, domenica 28 maggio, Solennità dell’Ascensione del Signore:
Messaggio del Santo Padre
«Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5). Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo
L’accesso ai mezzi di comunicazione, grazie allo sviluppo tecnologico, è tale che moltissimi soggetti hanno la possibilità di condividere istantaneamente le notizie e diffonderle in modo capillare. Queste notizie possono essere belle o brutte, vere o false. Già i nostri antichi padri nella fede parlavano della mente umana come di una macina da mulino che, mossa dall’acqua, non può essere fermata.
Chi è incaricato del mulino, però, ha la possibilità di decidere se macinarvi grano o zizzania. La mente dell’uomo è sempre in azione e non può cessare di “macinare” ciò che riceve, ma sta a noi decidere quale materiale fornire (cfr CASSIANO IL ROMANO, Lettera a Leonzio Igumeno).
Vorrei che questo messaggio potesse raggiungere e incoraggiare tutti coloro che, sia nell’ambito professionale sia nelle relazioni personali, ogni giorno “macinano” tante informazioni per offrire un pane fragrante e buono a coloro che si alimentano dei frutti della loro comunicazione. Vorrei esortare tutti ad una comunicazione costruttiva che, nel rifiutare i pregiudizi verso l’altro, favorisca una cultura dell’incontro, grazie alla quale si possa imparare a guardare la realtà con consapevole fiducia.
Credo ci sia bisogno di spezzare il circolo vizioso dell’angoscia e arginare la spirale della paura, frutto dell’abitudine a fissare l’attenzione sulle “cattive notizie” (guerre, terrorismo, scandali e ogni tipo di fallimento nelle vicende umane). Certo, non si tratta di promuovere una disinformazione in cui sarebbe ignorato il dramma della sofferenza, né di scadere in un ottimismo ingenuo che non si lascia toccare dallo scandalo del male. Vorrei, al contrario, che tutti cercassimo di oltrepassare quel sentimento di malumore e di rassegnazione che spesso ci afferra, gettandoci nell’apatia, ingenerando paure o l’impressione che al male non si possa porre limite. Del resto, in un sistema comunicativo dove vale la logica che una buona notizia non fa presa e dunque non è una notizia, e dove il dramma del dolore e il mistero del male vengono facilmente spettacolarizzati, si può essere tentati di anestetizzare la coscienza o di scivolare nella disperazione.
Vorrei dunque offrire un contributo alla ricerca di uno stile comunicativo aperto e creativo, che non sia mai disposto a concedere al male un ruolo da protagonista, ma cerchi di mettere in luce le possibili soluzioni, ispirando un approccio propositivo e responsabile nelle persone a cui si comunica la notizia. Vorrei invitare tutti a offrire agli uomini e alle donne del nostro tempo narrazioni contrassegnate dalla logica della “buona notizia”.
La buona notizia
La vita dell’uomo non è solo una cronaca asettica di avvenimenti, ma è storia, una storia che attende di essere raccontata attraverso la scelta di una chiave interpretativa in grado di selezionare e raccogliere i dati più importanti. La realtà, in sé stessa, non ha un significato univoco. Tutto dipende dallo sguardo con cui viene colta, dagli “occhiali” con cui scegliamo di guardarla: cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa. Da dove dunque possiamo partire per leggere la realtà con “occhiali” giusti?
Per noi cristiani, l’occhiale adeguato per decifrare la realtà non può che essere quello della buona notizia, a partire da la Buona Notizia per eccellenza: il «Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio» (Mc 1,1). Con queste parole l’evangelista Marco inizia il suo racconto, con l’annuncio della “buona notizia” che ha a che fare con Gesù, ma più che essere un’informazione su Gesù, è piuttosto la buona notizia che è Gesù stesso. Leggendo le pagine del Vangelo si scopre, infatti, che il titolo dell’opera corrisponde al suo contenuto e, soprattutto, che questo contenuto è la persona stessa di Gesù.
Questa buona notizia che è Gesù stesso non è buona perché priva di sofferenza, ma perché anche la sofferenza è vissuta in un quadro più ampio, parte integrante del suo amore per il Padre e per l’umanità. In Cristo, Dio si è reso solidale con ogni situazione umana, rivelandoci che non siamo soli perché abbiamo un Padre che mai può dimenticare i suoi figli. «Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5): è la parola consolante di un Dio che da sempre si coinvolge nella storia del suo popolo. Nel suo Figlio amato, questa promessa di Dio – “sono con te” – arriva ad assumere tutta la nostra debolezza fino a morire della nostra morte. In Lui anche le tenebre e la morte diventano luogo di comunione con la Luce e la Vita. Nasce così una speranza, accessibile a chiunque, proprio nel luogo in cui la vita conosce l’amarezza del fallimento. Si tratta di una speranza che non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori (cfr Rm 5,5) e fa germogliare la vita nuova come la pianta cresce dal seme caduto. In questa luce ogni nuovo dramma che accade nella storia del mondo diventa anche scenario di una possibile buona notizia, dal momento che l’amore riesce sempre a trovare la strada della prossimità e a suscitare cuori capaci di commuoversi, volti capaci di non abbattersi, mani pronte a costruire.
La fiducia nel seme del regno
Per iniziare i suoi discepoli e le folle a questa mentalità evangelica e consegnare loro i giusti “occhiali” con cui accostarsi alla logica dell’amore che muore e risorge, Gesù faceva ricorso alle parabole, nelle quali il Regno di Dio è spesso paragonato al seme, che sprigiona la sua forza vitale proprio quando muore nella terra (cfr Mc 4,1-34). Ricorrere a immagini e metafore per comunicare la potenza umile del Regno non è un modo per ridurne l’importanza e l’urgenza, ma la forma misericordiosa che lascia all’ascoltatore lo “spazio” di libertà per accoglierla e riferirla anche a sé stesso. Inoltre, è la via privilegiata per esprimere l’immensa dignità del mistero pasquale, lasciando che siano le immagini – più che i concetti – a comunicare la paradossale bellezza della vita nuova in Cristo, dove le ostilità e la croce non vanificano ma realizzano la salvezza di Dio, dove la debolezza è più forte di ogni potenza umana, dove il fallimento può essere il preludio del più grande compimento di ogni cosa nell’amore. Proprio così, infatti, matura e si approfondisce la speranza del Regno di Dio: «Come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce» (Mc 4,26-27).
Il Regno di Dio è già in mezzo a noi, come un seme nascosto allo sguardo superficiale e la cui crescita avviene nel silenzio. Chi ha occhi resi limpidi dallo Spirito Santo riesce a vederlo germogliare e non si lascia rubare la gioia del Regno a causa della zizzania sempre presente.
Gli orizzonti dello Spirito
La speranza fondata sulla buona notizia che è Gesù ci fa alzare lo sguardo e ci spinge a contemplarlo nella cornice liturgica della festa dell’Ascensione. Mentre sembra che il Signore si allontani da noi, in realtà si allargano gli orizzonti della speranza. Infatti, ogni uomo e ogni donna, in Cristo, che eleva la nostra umanità fino al Cielo, può avere piena libertà di «entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne» (Eb 10,19-20). Attraverso «la forza dello Spirito Santo» possiamo essere «testimoni» e comunicatori di un’umanità nuova, redenta, «fino ai confini della terra» (cfr At 1,7-8).
La fiducia nel seme del Regno di Dio e nella logica della Pasqua non può che plasmare anche il nostro modo di comunicare. Tale fiducia che ci rende capaci di operare – nelle molteplici forme in cui la comunicazione oggi avviene – con la persuasione che è possibile scorgere e illuminare la buona notizia presente nella realtà di ogni storia e nel volto di ogni persona.
Chi, con fede, si lascia guidare dallo Spirito Santo diventa capace di discernere in ogni avvenimento ciò che accade tra Dio e l’umanità, riconoscendo come Egli stesso, nello scenario drammatico di questo mondo, stia componendo la trama di una storia di salvezza. Il filo con cui si tesse questa storia sacra è la speranza e il suo tessitore non è altri che lo Spirito Consolatore. La speranza è la più umile delle virtù, perché rimane nascosta nelle pieghe della vita, ma è simile al lievito che fa fermentare tutta la pasta. Noi la alimentiamo leggendo sempre di nuovo la Buona Notizia, quel Vangelo che è stato “ristampato” in tantissime edizioni nelle vite dei santi, uomini e donne diventati icone dell’amore di Dio. Anche oggi è lo Spirito a seminare in noi il desiderio del Regno, attraverso tanti “canali” viventi, attraverso le persone che si lasciano condurre dalla Buona Notizia in mezzo al dramma della storia, e sono come dei fari nel buio di questo mondo, che illuminano la rotta e aprono sentieri nuovi di fiducia e speranza.
Dal Vaticano, 24 gennaio 2017
FRANCISCUS

Uno dopo l'altro




Anelli di una lunga catena di «eccomi» che parte da Abramo e arriva a oggi, passando per quello decisivo di Gesù al Padre: questo, secondo Papa Francesco, sono i cristiani, chiamati ogni giorno a «fare la volontà del Signore» inserendosi nel disegno provvidenziale della storia della salvezza. Una realtà approfondita grazie alla meditazione sulle letture della messa celebrata a Santa Marta martedì 24 gennaio. La liturgia, in continuità con quella del giorno precedente, ha spinto il Pontefice a riflettere «sul sacerdozio di Gesù, il sacerdozio definitivo, unico». Punto di partenza, ancora una volta, è stata la prima lettura tratta dalla lettera agli Ebrei (10, 1-10) nella quale è affrontato il tema del sacrificio.
«I sacerdoti — ha spiegato Francesco — a quei tempi, offrivano sacrifici ma dovevano offrirli continuamente, anno dopo anno, perché non erano definitivi, non erano una volta per sempre». Il cambiamento decisivo c’è stato con «il sacerdozio di Gesù, che fa l’unico sacrificio di una volta per sempre». Una differenza sostanziale: «in quei sacrifici si rinnova di anno in anno il ricordo dei peccati, si chiede perdono di anno in anno»; invece Cristo dice: «Tu non hai voluto né sacrifici né offerta; un corpo, invece, mi hai preparato. Allora ho detto: “Ecco, io vengo, per fare — o Dio — la tua volontà”».
È stato proprio questo, ha suggerito il Papa, «il primo passo», di Gesù nel mondo: «io vengo per fare la tua volontà». E la volontà del Padre era che «con questo sacrificio si abolissero tutti i sacrifici e questo fosse l’unico». Perciò si legge nella Scrittura: «Tu non hai voluto, non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato. Ecco, io vengo a fare la tua volontà».
Proprio questa parola di Gesù, ha detto il Pontefice, chiude una storia «di “eccomi” concatenati — la storia della salvezza è questo: una storia di “eccomi” concatenati». Tutto cominciò con Adamo, che «si nascose perché aveva paura del Signore»: da allora il Signore cominciò «a chiamare e a sentire la risposta di quegli uomini e donne che dicono: “Eccomi. Sono disposto. Sono disposta”». Fino ad arrivare «all’ultimo “eccomi”, quello di Gesù: “Per fare la tua volontà”». Il Papa ha ripercorso brevemente questa storia, richiamando Abramo, Mosè, i profeti Isaia e Geremia. E ancora: il piccolo Samuele, che sente la voce del Signore e risponde: «Eccomi, Signore». Fino a giungere «all’ultimo “eccomi”, grande, di Maria: “Si faccia la volontà di Dio. Io sono la serva. Eccomi».
Si tratta di «una storia di “eccomi”», ma, ha sottolineato Francesco, di “eccomi” «non automatici». In ognuno dei racconti biblici evocati si nota infatti che «il Signore dialoga con quelli che invita». Abramo ha «anche negoziato» con lui per «non distruggere quelle due città». Allo stesso modo Isaia che obiettava: «Ma, sono peccatori, non posso...», o Geremia: «Ma sono un bambino, non so parlare...» e il Signore lo tranquillizza: «Io ti farò parlare!». Per Elia che lamentava: «Io ho paura, voglio morire, no, no, ho paura, non voglio», la risposta fu: «Alzati: mangia, bevi e vai avanti!».
«Il Signore — ha detto il Papa raccogliendo in un’unica considerazione tutte queste citazioni — dialoga sempre con quelli che invita a fare questa strada e a dire l’“eccomi”. Ha tanta pazienza, tanta pazienza». E ha aggiunto un ulteriore esempio ricordando «i ragionamenti di Giobbe, che non capisce», e le risposte del Signore che «lo corregge» finché arriva il suo “eccomi”: «Signore, tu hai ragione: io soltanto ti conoscevo per sentito dire; adesso i miei occhi ti hanno visto». Ed è qui che il Pontefice ha innestato un insegnamento valido per ogni uomo: «La vita cristiana è questo: un “eccomi”, un “eccomi” continuo».
«Uno dietro l’altro» si ritrovano nella Bibbia tutti gli «eccomi» pronunciati. Ed «è bello», ha detto il Papa , «leggere la Scrittura» andando proprio a cercare «le risposte delle persone al Signore», tutte le volte che qualcuno ha detto: «Eccomi, io sono per fare la tua volontà». Bello e coinvolgente, perché, ha spiegato Francesco, «questa liturgia della parola di oggi ci invita a riflettere: “Ma come va il mio “eccomi” al Signore? E l’“eccomi” della mia vita, come va?». Proprio ripercorrendo le Scritture ci si rende conto che la risposta non è per nulla scontata: «Vado a nascondermi, come Adamo, per non rispondere? O, quando il Signore mi chiama, invece di dire “eccomi” o “cosa vuoi da me?”, fuggo, come Giona che non voleva fare quello che il Signore gli chiedeva?». O ancora: «faccio finta di fare la volontà del Signore, ma soltanto esternamente, come i dottori della legge che Gesù condanna duramente» perché «facevano finta» e dicevano: «Tutto bene..., niente domande: io faccio questo e niente di più»?. Tra le risposte possibili ci potrebbe essere anche quella di chi guarda «da un’altra parte come hanno fatto il levita e il sacerdote davanti a quel pover’uomo ferito, picchiato dai briganti, lasciato mezzo morto».
E allora, giacché il Signore chiama «ognuno di noi» e «tutti i giorni», c’è da chiedersi: «Come è la mia risposta al Signore?». È la risposta dell’“eccomi”, ha incalzato il Pontefice, «o mi nascondo? O fuggo? O faccio finta? O guardo da un’altra parte?».
Qualcuno potrebbe anche avere un dubbio: «Si può discutere» con il Signore? «Sì — ha risposto Francesco — a lui piace. A lui piace discutere con noi». Per questo, ha raccontato, quando «qualcuno mi dice: “Ma, padre, io tante volte quando vado a pregare, mi arrabbio con il Signore...”», la risposta è: «Anche questo è preghiera! A lui piace, quando tu ti arrabbi e gli dici in faccia quello che senti, perché è padre! Ma questo è anche un “eccomi”».
L'Osservatore Romano

Martedì della III settimana del Tempo Ordinario. Commento audio al Vangelo