sabato 25 febbraio 2017

Gli dèi facili dei mercati

Gli dèi facili dei mercati


di Luigino Bruni


Le mie parole sono troppo difficili per te, per questo ti suonano troppo faciliYehudah ha-Levi, Kuzari

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La legge aurea del mutuo vantaggio è alla base di molta vita buona degli esseri umani. Il mercato è una rete di scambi di interessi reciproci, ma anche le associazioni e persino le comunità e le famiglie possono essere descritte come un intreccio di relazioni mutuamente vantaggiose.
Nei processi educativi, nelle azioni tese alla riduzione delle vulnerabilità economiche e sociali, se ci muoviamo dentro il registro del mutuo vantaggio abbiamo più speranze di dar vita a pratiche rispettose della dignità della persona, più responsabili, meno paternalistiche. Per questa ragione, sono sempre stati molti i sapienti di ogni tempo ad aver individuato nella reciprocità (non nell’altruismo né nell’interesse individuale) la prima regola della vita comunitaria e sociale. Ci sono però dei luoghi del vivere dove cercare il mutuo vantaggio non è bene, perché soddisfare i reciproci interessi porta solo e semplicemente allo snaturamento e alla degenerazione di quei rapporti. Uno di questi ambiti è quello della spiritualità. 

Il nostro tempo conosce una grande offerta di spiritualità a "buon mercato", anche nel mondo delle grandi imprese. Il capitalismo di ultima generazione, intuendo che i lavoratori sono esseri spirituali e simbolici, cerca di offrire un po’ di spiritualità anche nel posto del lavoro. Per un mutuo vantaggio: più felici i lavoratori, più produttivi i team di lavoro, più profitti per le imprese. Ma siccome la spiritualità vera e seria è difficile da "offrire" e da "domandare", tanto più in una cultura come la nostra che ha perso contatto con le fedi e con la pietà popolare – e la stessa parola "spiritualità" è diventata ambigua. Capire e apprezzare oggi una preghiera o un salmo è difficile almeno quanto capire e apprezzare le sinfonie di Mahler o di Respighi.
Siamo dentro un immenso processo di analfabetismo spirituale di ritorno. Abbiamo perso capacità di vita interiore, di pace dell’anima e di silenzio del cuore. Abbiamo accelerato lo scorrere del tempo, e poi lo abbiamo riempito in ogni sua frazione. E quando proviamo a prendere in mano libri come la Bibbia, un testo di poesie e di vera spiritualità, ci appaiono difficili, lontani, troppo lontani, muti. Non ci parlano, non li capiamo, non li amiamo, non ci amano.

La spiritualità autentica non è un bene di consumo, non aumenta il nostro comfort. Non è equivalente a un massaggio o a una doccia emozionale nella Spa degli hotel dove si svolge la convention aziendale. Nel benedetto giorno in cui incontriamo una spiritualità vera e ci sentiamo chiamati dentro a iniziare un nuovo cammino meraviglioso, comincia una vera liberazione. Entriamo in crisi, siamo ribaltati dentro, spesso all’inizio perdiamo produttività, non aumentiamo efficienza, perché per molto tempo, a volte per anni, siamo troppo distratti da "cose" che le imprese non vogliono.
E così, in cerca del mutuo vantaggio, il mercato abbassa i prezzi e offre imitazioni della spiritualità, facili e innocue, che ci intrattengono, ci attivano le emozioni più semplici che quando si placano ci lasciano come ci avevano trovati. Quelle emozioni che non ci chiedono nessuna conversione, e che ci confermano, quieti, in quanto facevamo ed eravamo già. Invece delle "sinfonie" ci offrono canzonette orecchiabili che riprendono strutture melodiche e armoniche delle opere vere, magari cantate qualche volta da star dell’Opera. E siamo tutti felici: le imprese, i lavoratori, i cantanti. Soffrono solo Mahler e Respighi, e chi li ama e li stima. Meglio Paulo Coelho di Isaia, il Vangelo di Tommaso di quello di Marco. 

È questo un tipico caso in cui non è vera la regola del "meglio poco che niente", perché quel "poco", non essendo una porzione o un assaggio dello stesso bene, ma una merce di un’altra natura, (quasi) sempre la canzonetta spegne il desiderio delle sinfonie. Questo riduzionismo della fede e della spiritualità a bene di comfort sta influenzando decisamente anche quel poco che resta della vita religiosa e spirituale delle chiese, delle parrocchie e delle comunità religiose, nuove e antiche. È questo un altro dei molti paradossi del nostro tempo confuso, un altro eloquente segno della natura religiosa-idolatrica del capitalismo. La spiritualità ridotta a bene di consumo, considerare il fedele come un cliente portatore di gusti da soddisfare al meglio, offerte religiose tese a rispondere alla domanda di consumo spirituale, stanno infatti sempre più caratterizzando il nuovo panorama religioso. 

Nel corso dalla sua lunga storia, l’umanesimo ebraico-cristiano è stato più volte profondamente influenzato anche dalla logica del mercato. La Bibbia abbonda di episodi, di racconti, di parole presi in prestito dal lessico e dalla mentalità dell’economia del tempo. Non capiamo l’Alleanza senza conoscere i trattati commerciali del tempo, né la Legge (Torah), né gli amici di Giobbe. E senza considerare l’economia non comprendiamo molte parole del Nuovo Testamento e neanche il Medioevo cristiano. Commercio ed economia hanno sempre offerto categorie e parole per interpretare e raccontare le vicende religiose. Ma – e qui sta il punto – quelle economiche e commerciali sono sempre state categorie e parole che hanno sistematicamente condotto le fedi su strade sbagliate, più facili, ma cattive.
I profeti, alcuni libri sapienziali, hanno cercato di raddrizzare quelle strade storte, mostrando un altro Dio e un altro uomo liberati dalla logica commerciale e dalla religione retributiva. Nel cristianesimo non ci siamo ancora liberati del tutto della "teologia dell’espiazione", che ci ha fatto leggere per molti secoli l’incarnazione e la morte di Gesù come il pagamento di un "prezzo" a un Dio-Padre detentore di un credito infinito verso l’umanità per i nostri infiniti peccati e debiti, che poteva essere ripagato-appagato solo dal sacrificio del suo Figlio unigenito. Una teologia-ideologia economico-retributiva che ci ha allontanato molto dalla Bibbia, ci ha velato le pagine più belle dei Vangeli, di san Paolo, e ha deformato l’idea di Dio e degli uomini. Le metafore e i linguaggi non sono mai strumenti neutrali: le parole creano, tutte, anche quelle sbagliate.

Oggi stiamo vivendo un’altra stagione di profonda influenza dell’economia sulla fede e sulla spiritualità, la più grande e potente di tutte quelle che abbiamo conosciuto lungo la storia. Il mercato sta cambiando progressivamente quella cultura religiosa che prima aveva combattuto e ridotto a merce, e sta creando nuove "teologie dell’espiazione e dei debiti", più potenti delle antiche, per la inedita potenza di questo nostro mercato. Il fenomeno è molto vasto. In superficie si manifesta nell’ingresso dentro parrocchie e movimenti del linguaggio e delle categorie aziendali e del management. Leadership, velocità, efficienza, e persino merito, sono parole che ormai costituiscono il vocabolario ordinario di molte comunità, movimenti, parrocchie, famiglie.
Ma dobbiamo guardare oltre la superficie se vogliamo vedere le cose più interessanti. Pensiamo, per esempio, al crescente sviluppo di "liturgie emozionali", dove si coinvolgono le persone attivando soprattutto la loro dimensione sentimentale ed emotiva. La gente arriva in Chiesa o nei gruppi influenzata da una cultura centrata sul consumo che attiva sempre più le emozioni e, in linea con la cultura edonista di questo capitalismo, incoraggia la ricerca del piacere. E così chiede, più o meno consapevolmente, che anche le liturgie le pratiche religiose soddisfino i bisogni emotivi. Se i responsabili di comunità e movimenti cedono alla logica economica del "mutuo vantaggio", abbassano i prezzi, e soddisfano le preferenze dei consumatori-fedeli che diventano presto fedeli-consumatori. 

È difficile cogliere questa deriva consumistica della fede, perché la liturgia e l’esperienza delle fedi sono sempre state eventi globali, che hanno coinvolto la persona intera, incluse le loro emozioni. Tutti i sensi sono attivati nelle esperienze spirituali: gli occhi che guardano la bellezza dell’architettura, delle vetrate e degli affreschi, le mani che stringono altre mani, l’orecchio che ascolta la musica... Ma anche i culti idolatrici e totemici erano e sono esperienze sensoriali globali, che la Bibbia e i cristiani hanno duramente combattuto. Non avremmo avuto duemila anni di civiltà cristiane se nei primi tempi avessero prevalso le dimensioni emotive e di consumo nelle liturgie. Quella Rilevazione sarebbe stata riassorbita dai culti naturali circostanti. 

Perché, come ci ricorderà sempre la grande tradizione sapienziale, la strada che conduce ai templi è piena di tranelli e di alcune trappole mortali. Esiste allora un "punto critico" sull’asse del consumo emotivo che non occorre superare. Senza il coinvolgimento dell’emotività, la spiritualità non diventa carne e non salva; ma se la dimensione emozionale e di consumo diventa l’unico o solo il principale registro della fede, è fin troppo probabile perdere contatto con il mondo biblico e ritrovarsi, senza né volerlo né saperlo, in un banchetto idolatrico, dove le prime vittime sacrificali siamo noi. Le comunità cristiane hanno dovuto lottare non poco per far sì che le loro cene non fossero quelle tanto comuni nei riti dei popoli del mediterraneo, per dire che l’eucarestia era tutto e solo gratuità e comunione donata, ricevuta, ridonata, rendimento di grazie. E per questo chiamavano quella cena col nome più bello: agape, lo stesso nome del loro Dio diverso. 

Si vince l’eterna tentazione del consumismo idolatrico quando non si trattengono le persone dentro le liturgie, quando dalla "spiritualità-consumo" si passa alla "spiritualità-produzione", alla moltiplicazione della comunione al di fuori del tempio, non sotterrando il talento nelle cripte delle chiese. E invece l’enfasi sulla fede emotiva blocca le persone nelle case e nelle chiese, le ancora ai divani e alle panche, non le fa uscire per liberare qualcuno, almeno uno, almeno se stessi. L’enfasi sul consumo individuale e collettivo di beni religiosi trasforma inevitabilmente le comunità in club, ci allontana dalla storia, dall’incarnazione, dalle periferie, dai poveri. E quando finisce la liturgia emozionale, di quel cibo non resta nulla. L’autentica vita spirituale non è un’aspirina, ma una sostanza a lento assorbimento, che porta frutto a tempo opportuno, quando ci ritroviamo dentro qualcosa e Qualcuno che era cresciuto in silenzio nel nostro campo, mentre noi ci occupavamo di altro, degli altri. La fede di solo consumo non ci aiuta a camminare nella vita fuori dal tempio. E muore la bella laicità della strada.

l.bruni@lumsa.it

Udienza del Santo Padre ai partecipanti al Corso di formazione per i Parroci sul nuovo processo matrimoniale

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Udienza del Santo Padre ai partecipanti al Corso di formazione per i Parroci sul nuovo processo matrimoniale
Sala stampa della Santa Sede
"Sia vostra cura anche sostenere quanti si sono resi conto del fatto che la loro unione non è un vero matrimonio sacramentale e vogliono uscire da questa situazione. In questa delicata e necessaria opera fate in modo che i vostri fedeli vi riconoscano non tanto come esperti di atti burocratici o di norme giuridiche, ma come fratelli che si pongono in un atteggiamento di ascolto e di comprensione."
Alle ore 11.30 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Francesco riceve in udienza i partecipanti al Corso di formazione per i Parroci sul nuovo processo matrimoniale, promosso dal Tribunale della Rota Romana, (Roma, Palazzo della Cancelleria, 22-25 febbraio 2017).
Discorso del Santo Padre
Cari fratelli,
sono lieto di incontrarvi al termine del corso di formazione per i parroci, promosso dalla Rota Romana, sul nuovo processo matrimoniale. Ringrazio il Decano e il Pro Decano per il loro impegno in favore di questi corsi formativi. Quanto è stato discusso e proposto nel Sinodo dei Vescovi sul tema “Matrimonio e famiglia”, è stato recepito e integrato in modo organico nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia e tradotto in opportune norme giuridiche contenute in due specifici provvedimenti: il motu proprio Mitis Iudex e il motu proprio Misericors Jesus. È una cosa buona che voi parroci, attraverso queste iniziative di studio, possiate approfondire tale materia, perché siete soprattutto voi ad applicarla concretamente nel quotidiano contatto con le famiglie.Nella maggior parte dei casi voi siete i primi interlocutori dei giovani che desiderano formare una nuova famiglia e sposarsi nel Sacramento del matrimonio. E ancora a voi si rivolgono per lo più quei coniugi che, a causa di seri problemi nella loro relazione, si trovano in crisi, hanno bisogno di ravvivare la fede e riscoprire la grazia del Sacramento; e in certi casi chiedono indicazioni per iniziare un processo di nullità. Nessuno meglio di voi conosce ed è a contatto con la realtà del tessuto sociale nel territorio, sperimentandone la complessità variegata: unioni celebrate in Cristo, unioni di fatto, unioni civili, unioni fallite, famiglie e giovani felici e infelici. Di ogni persona e di ogni situazione voi siete chiamati ad essere compagni di viaggio per testimoniare e sostenere.
Anzitutto sia vostra premura testimoniare la grazia del Sacramento del matrimonio e il bene primordiale della famiglia, cellula vitale della Chiesa e della società, mediante la proclamazione che il matrimonio tra un uomo e una donna è segno dell’unione sponsale tra Cristo e la Chiesa. Tale testimonianza la realizzate concretamente quando preparate i fidanzati al matrimonio, rendendoli consapevoli del significato profondo del passo che stanno per compiere, e quando accompagnate con sollecitudine le giovani coppie, aiutandole a vivere nelle luci e nelle ombre, nei momenti di gioia e in quelli di fatica, la forza divina e la bellezza del loro matrimonio. Ma io mi domando quanti di questi giovani che vengono ai corsi prematrimoniali capiscano cosa significa “matrimonio”, il segno dell’unione di Cristo e della Chiesa. “Sì, sì” - dicono di sì, ma capiscono questo? Hanno fede in questo? Sono convinto che ci voglia un vero catecumenato per il Sacramento del matrimonio, e non fare la preparazione con due o tre riunioni e poi andare avanti.
Non mancate di ricordare sempre agli sposi cristiani che nel Sacramento del matrimonio Dio, per così dire, si rispecchia in essi, imprimendo la sua immagine e il carattere incancellabile del suo amore. Il matrimonio, infatti, è icona di Dio, creata per noi da Lui, che è comunione perfetta delle tre Persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. L’amore di Dio Uno e Trino e l’amore tra Cristo e la Chiesa sua sposa siano il centro della catechesi e della evangelizzazione matrimoniale: attraverso incontri personali o comunitari, programmati o spontanei, non stancatevi di mostrare a tutti, specialmente agli sposi, questo “mistero grande” (cfr Ef 5,32).
Mentre offrite questa testimonianza, sia vostra cura anche sostenere quanti si sono resi conto del fatto che la loro unione non è un vero matrimonio sacramentale e vogliono uscire da questa situazione. In questa delicata e necessaria opera fate in modo che i vostri fedeli vi riconoscano non tanto come esperti di atti burocratici o di norme giuridiche, ma come fratelli che si pongono in un atteggiamento di ascolto e di comprensione.
Al tempo stesso, fatevi prossimi, con lo stile proprio del Vangelo, nell’incontro e nell’accoglienza di quei giovani che preferiscono convivere senza sposarsi. Essi, sul piano spirituale e morale, sono tra i poveri e i piccoli, verso i quali la Chiesa, sulle orme del suo Maestro e Signore, vuole essere madre che non abbandona ma che si avvicina e si prende cura. Anche queste persone sono amate dal cuore di Cristo. Abbiate verso di loro uno sguardo di tenerezza e di compassione.
Questa cura degli ultimi, proprio perché emana dal Vangelo, è parte essenziale della vostra opera di promozione e difesa del Sacramento del matrimonio. La parrocchia è infatti il luogo per antonomasia della salus animarum. Così insegnava il Beato Paolo VI: «La parrocchia […] è la presenza di Cristo nella pienezza della sua funzione salvatrice. […] è la casa del Vangelo, la casa della verità, la scuola di Nostro Signore» (Discorso nella parrocchia della Gran Madre di Dio in Roma, 8 marzo 1964: Insegnamenti II [1964], 1077).
Cari fratelli, parlando recentemente alla Rota Romana ho raccomandato di attuare un vero catecumenato dei futuri nubendi, che includa tutte le tappe del cammino sacramentale: i tempi della preparazione al matrimonio, della sua celebrazione e degli anni immediatamente successivi. A voiparroci, indispensabili collaboratori dei Vescovi, è principalmente affidato tale catecumenato. Vi incoraggio ad attuarlo nonostante le difficoltà che potrete incontrare. E credo che la difficoltà più grande sia pensare o vivere il matrimonio come un fatto sociale – “noi dobbiamo fare questo fatto sociale” – e non come un vero sacramento, che richiede una preparazione lunga, lunga.
Vi ringrazio per il vostro impegno in favore dell’annuncio del Vangelo della famiglia. Lo Spirito Santo vi aiuti ad essere ministri di pace e di consolazione in mezzo al santo popolo fedele di Dio, specialmente alle persone più fragili e bisognose della vostra sollecitudine pastorale. Mentre vi chiedo di pregare per me, di cuore benedico ciascuno di voi e le vostre comunità parrocchiali.
Grazie.

«Il gender non esiste». Parola di assessorA

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di Luciano Moia (Avvenire)
«Il gender non esiste». La sentenza arriva dall’assessora regionale alle Pari opportunità della Regione Piemonte, Monica Cerutti. Che è così tanto certa della sua tesi, da metterla addirittura nero su bianco in una lettera inviata a tutti i genitori della sua Regione, con la raccomandazione di non farsi ingannare «da chi diffonde queste vere e proprie bufale». Non possiamo che concordare. Non esiste "una" teoria del gender. Ma ne esistono almeno una decina, E tutte, con sfumature variabili, concorrono proprio a dimostrare quello che la responsabile per le Pari opportunità ritiene giusto smentire, cioè il superamento delle identità di genere maschile e femminile per promuovere un quadro identitario fluido, fantasioso e disponibile alle variazioni. Soprattutto libero dagli "stereotipi" che appesantiscono la nostra povera esistenza di sempliciotti, rispettosi di ogni persona, eterosessuale od omosessuale, eppure ancora e sempre convinti che i sessi siano due. E invece, secondo i pensatori che negli ultimi trent’anni hanno portato fieno alla cascina della gender theory, il genere è qualcosa di impalpabile e indefinibile. A volte può scomparire, a volte può moltiplicarsi all’infinito, secondo un flusso ondivago inversamente proporzionale al rigore intellettuale di queste correnti di pensiero. Non ci crede? Venga, gentile assessora, facciamo insieme un giretto in biblioteca per scoprire qualcosa in più su questa teoria «che non esiste».
Cominciamo da Judith Butler, sociologa americana, allieva di Michel Foucault e Jacques Deridda, proprio loro, i filosofi che cominciano a mettere in dubbio le opposizioni binarie del nostro modo di pensare, corpo/anima, uomo/donna, maschile/femminile. Ma Judith fa ancora meglio, applicando quelle teorie al genere. Anzi, proponendosi di staccare il sesso dal genere, perché entrambi – lei sostiene – sono costruzioni intellettuali nelle mani dei poteri forti, la politica, le religioni, la cultura della «costrizione riproduttiva». Scrive nel 1990 in "Questioni di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità" (tradotto in italiano da Laterza nel 2013): «La radicale scissione del soggetto connotato dal punto di vista del genere pone un’altra serie di problemi… Ne consegue che il genere non sta alla cultura come il sesso non sta alla natura». Obiettivo? Lo svuotamento della sessualità e l’approdo al fantomatico "sesso post genitale". Perché, in questo modo, «uomo e maschile potrebbero riferirsi sia a un corpo femminile, che a uno maschile; donna e femminile, sia a corpo femminile che a uno maschile».
Che dice, cara assessora Monica Cerutti, non basta? E allora prendiamo dallo scaffale "I cinque sessi: perché maschile e femminile non sono abbastanza", scritto dalla genetista Anne Fausto Sterling e pubblicato su "The Sciences", la rivista della New York Academy of Science nel marzo/aprile 1993. Un testo in cui teorizza la necessità di aprire la strada alla cosiddetta «intersessualità», cioè la possibilità che esistano sessi intermedi tra il maschile e il femminile. Parte da considerazioni scientifiche a proposito della sindrome del sesso indefinito – che rimane un patologia e non una «tendenza di genere» come vorrebbe farci credere il "National Geopraphic" nel numero di dicembre – e poi allarga il concetto a considerazioni socio-culturali per affermare che «il sistema a due sessi definito della nostra società non è sufficiente per comprendere l’intero spettro della sessualità umana». Ma si può sempre fare meglio e, una decina di anni dopo, Sterling si supera in "Politiche di genere e costruzione della sessualità" (2004), arrivando ad affermare che è inutile elencare tutte le variabili delle identità sessuali, perché «sesso e genere sono meglio concepiti come punti in uno spazio multidimensionale». Straordinario, no? Peccato che, senza considerare variazioni patologiche, tutte queste «multidimensioni» siano sconosciute alla biologia umana.
Quante cose si possono scoprire studiando un po’ la teoria «che non esiste». Vero, gentile assessora? Ultima proposta: perché non sfogliamo insieme 'Genere oltre la legge: la nuova generazione' (2014), scritto da Kate Bornstein, artista e drammaturga, considerata l’ultima interprete della gender theory, la grande inventrice della fluidità sessuale? Ecco un passaggio eloquente: «La capacità di diventare in modo cosciente e libero uno degli infiniti numeri di genere è la nuova frontiera della sessualità… la fluidità di genere non conosce limiti o regole di genere». E il cerchio si chiude. Prendendo alla lettera la profetessa Kate, Google Usa proponeva fino a pochi mesi fa una scelta tra 70 tipologie sessuali declinabili in 70 «sottospecie». Quindi 490 «orientamenti ». Grottesco e forse solo tragico. Ma forse adesso la gentile assessora piemontese manderà una circolare per spiegarci che neppure Google esiste.

VIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) — 26 febbraio 2017. Ambientale e commento al Vangelo.

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Il Vangelo dell'ottava Domenica del Tempo ordinario presenta il brano del Vangelo in cui Gesù insegna ai discepoli a non servire Dio e il denaro, invitandoli a fidarsi della Provvidenza di Dio di fronte alle necessità concrete della vita:
"Non preoccupatevi dunque dicendo: 'Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?'. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno". 
Quando siamo tentati di credere che Dio ci abbia abbandonato, è facile cercare una sicurezza alternativa nel benessere economico, illudendosi che l’abbondanza delle risorse metta al riparo dalla precarietà dell’esistenza. Gesù Cristo, oggi, indica la via per superare ogni paura: “Cercate, anzitutto, il Regno di Dio e la sua giustizia! Tutto il resto vi sarà dato in aggiunta…, infatti, il Padre sa che ne avete bisogno”. Anziché affannarci per il denaro, interroghiamoci su cosa Dio voglia da noi quotidianamente, cosa sia giusto compiere per essergli graditi. La Volontà di Dio, infatti, è l’unica realtà che dà pace se la seguiamo, svela chi siamo realmente, illuminando le scelte che Egli attende da noi in ogni circostanza. L’amore alle ricchezze, al contrario, è la radice di tutti i mali, crea facilmente divisioni e violenze. Fin da piccoli è bene imparare a ricercare cosa sia giusto nel suo Regno, non c’è tesoro più grande sulla terra, altrimenti una costante insoddisfazione ci accompagnerà. Ciò implica la familiarità con le Scritture, il desiderio di scoprire, poco a poco, la Verità custodita dal Magistero, e l’essere introdotti gradualmente nella tradizione vivente della Chiesa attraverso l’iniziazione cristiana, che si protrae nel corso di tutta la nostra esistenza. Il resto ci sarà donato con grande prodigalità!
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“Chi ama il denaro ‘odia’ Dio”

Il Vangelo di questa domenica non è una romantica e commovente pagina edificante; non racconta di figli dei fiori alla ricerca di se stessi. Non è nemmeno un trattato di economia, niente pauperismo buonista. E’ in gioco il rapporto che ciascuno di noi ha con Dio. Quindi la felicità e la salvezza.
Per capire il posto che riserviamo a Dio, Gesù ci conduce a scoprire quello di mammona. E’ la via più semplice.
Eccola in trono, nelle piazze, nei parlamenti, in Tv, alla radio e al cinema, sui giornali e internet, e nei cuori, nel tuo e nel mio. E’ mammona  l’assoluta protagonista, ci chiede tutto. Per questo “non possiamo servire due padroni, Dio e il denaro”. O rivoluzioni o Croce, niente compromessi.
“Non possiamo” perché uno dei due padroni è un tiranno feroce, mentre l’Altro ci ha chiamato amici, e si è donato a noi con amore infinito. “Non possiamo servire” chi ci strappa dalla realtà in nome di una ipotetica da costruirci e, contemporaneamente, mettere la nostra vita nelle mani di Chi, con la sua, è entrato nella storia concreta di ogni peccatore.
“Non possiamo” amare il denaro che ci spinge a “pre-occuparci” e, nello stesso tempo, “non affannarci di quello che mangeremo o berremo, di come vestiremo”. Per i beni, infatti, siamo sempre occupati previamente. La chiamiamo previdenza e oculatezza, è solo incredulità.
Ci abbiamo mai pensato? Occupiamo il tempo, le energie, il cuore e la mente per un futuro che non ci appartiene. Eppure viviamo come fosse vero il contrario, arbitri del nostro destino. Se anziani, siamo preoccupati per l’eventuale necessità di un ospizio prima e del funerale più certo poi.
Se giovani, abbiamo messo in un cantuccio il pensiero di sposarci perché poi come faremo ad andare avanti? Se sposati, l’ansia per il denaro ci ha chiusi alla vita; un figlio è più che sufficiente, due poi, di più neanche parlarne. E la settimana bianca, e le scarpe, lo studio, come faremo con uno stipendio da fame e un lavoro a tempo determinato?
Ma la vita, crediamo davvero che ci appartenga? Il futuro, siamo così sicuri di poterlo gestire come fosse il gioco di una consolle? “Chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?”.
Dovremmo rispondere, con la cultura nella quale siamo immersi, che tutti noi possono aggiungere o togliere un’ora alla propria vita…
La menzogna che sedusse Adamo ed Eva è proprio questa. Oggi si insinua nei Parlamenti che credono di poter decidere perfino della vita e della morte dei bambini. Ma ha sedotto anche noi: “non morireste affatto”. Capito? Altro che Dio e la sua gelosia.
E abbiamo creduto che allungare la mano e mangiare di quell’albero ci avrebbe dato saggezza e potere e che saremmo diventati come Dio… Come accumulare denaro, feticcio di ogni superbia, amuleto per ottenere potere e prestigio, riempire la pancia e saziare gli appetiti.
Il denaro per non morire, insomma, esattamente come abbiamo pensato stamattina: un altro paio di scarpe? Siamo matti? Se continuiamo cosi moriremo di fame…
Ma, invece, ci ritroviamo sempre più poveri e nudi, impauriti e tristi, come Adamo ed Eva; finalmente autodeterminati, come si dice oggi, crediamo orgogliosamente in noi stessi, ma ci ritroviamo soli. Liti e giudizi senza fine, la famiglia sfregiata dall’avarizia, un morbo maligno che si espande e infetta tutti.
L’attaccamento al denaro, infatti, è la radice di tutti i mali. Attraverso di esso il demonio ci manovra a suo piacimento. E chi ama il denaro “odia” Dio: troppo duro Signore… No invece, è la verità. Chiediamoci oggi se per caso non odiamo Dio, pur andando a messa e frequentando la parrocchia, pur impegnandoci per i poveri e lottando contro le ingiustizie.
Vediamo se, per amore al denaro, magari camuffato da parsimonia, non stia per caso crescendo in  noi e attorno a noi l’antagonismo, il rancore e la mormorazione, il giudizio, l’invidia, la gelosia e infine l’odio. Da quanto tempo non parliamo con quel cugino che sospettiamo ci abbia sottratto venti euro?
Chi ama il denaro ha consegnato il cuore a un patrigno, il demonio, e vive seguendone i desideri. Per questo chi serve mammona è un orfano; non ha conosciuto suo Padre, è come se avesse vissuto sempre per strada, costretto a cercarsi il pane, a lottare per conquistarne un tozzo.
E il mondo è pieno di orfani che si affannano e angosciano perché hanno tagliato con il Padre e non sanno che, comunque sia, Egli “sa di cosa hanno bisogno”. Anche di preti e suore, catechisti e cristiani “di poca fede” che si affannano e preoccupano come i “pagani.  
Ma Dio si è fatto carne proprio per i suoi figli dispersi, per ciascuno di noi impigliato nelle maglie della schiavitù al denaro. E viene con questa parte del Discorso della Montagna che ci mostra il cuore del Figlio. Gesù ha odiato mammona perché amava il Padre.
Gesù non ha vissuto un’ora sola per se stesso, ma in ogni istante si è donato senza affannarsi e preoccuparsi; Non aveva dove reclinare il capo perché lo ha deposto sul legno della Croce.
Libero come un “uccello del cielo” non ha lavorato per “ammassare nei granai” ma ha perduto la vita per annunciare il Vangelo. Per questo suo Padre lo ha nutrito di vita eterna.
Come un “giglio del campo” non ha tessuto e filato per vestirsi e farsi bello, ma ha lasciato che, nudo sulla Croce, il Padre lo rivestisse della sua santità.
Ha sempre “cercato prima il Regno di Dio e la sua Giustizia”, seguendone le orme sino alla morte. Per questo il Padre gli ha “dato in aggiunta” la risurrezione e la vittoria sul peccato, e tutti i beni incorruttibili perché li doni a ogni uomo.
Accogliamo allora oggi questo Vangelo di verità e libertà. Lasciamoci illuminare sul nostro attaccamento ai beni e convertiamoci per vivere in Cristo. Consegniamogli noi stessi e le nostre famiglie, la missione, le parrocchie, le attività, la vecchiaia e la gioventù: “la sua vita in noi vale più del cibo, e il corpo suo tempio vale più del vestito”.  
Il Regno di Dio che abbiamo spesso scambiato con un sofà e una televisione al plasma è invece pienezza, gioia e pace nello Spirito Santo. E’ l’antipasto del Cielo, è già un pezzo di Paradiso qui in terra. Non è lontano, è nascosto nella nostra storia: “cerchiamolo prima” del vestito, del cibo e del denaro, della salute e del lavoro.
I beni arriveranno come e quando Dio vorrà, perché è nel deserto che si impara che l’uomo non vive di solo pane ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio .  
“Cerchiamolo” e ascoltiamolo allora in ogni evento, soprattutto in quelli che ci fanno paura, nella precarietà e nelle “pene” di oggi. “A ciascun giorno”, infatti, “basta” la Croce dove Cristo si dona a noi senza riserve per colmarci e darci pace alle inquietudini, e dove anche noi potremo donarci.

Nella buona e nella cattiva sorte...


Giovani Sposi
Siate vicini alle coppie in ogni situazione: alle unioni celebrate in Cristo come alle unioni civili, alle famiglie felici e infelici. E’ quanto chiede il Papa ai partecipanti al corso di formazione, per i parroci, sul nuovo processo matrimoniale, promosso dal Tribunale della Rota Romana. Il corso, che ha preso il via mercoledì scorso, si conclude oggi. Francesco torna a chiedere una lunga preparazione al matrimonio, da vivere non come un fatto sociale ma come vero Sacramento. 
I parroci sono chiamati ad essere “compagni di viaggio”, che testimoniano e sostengono le persone, in ogni situazione esse si trovino. In una parola, Francesco chiede prossimità:
“Nessuno meglio di voi conosce ed è a contatto con la realtà del tessuto sociale nel territorio, sperimentandone la complessità variegata: unioni celebrate in Cristo, unioni di fatto, unioni civili, unioni fallite, famiglie e giovani felici e infelici”.
Nella maggior parte dei casi, infatti, i parroci sono i primi interlocutori dei giovani che desiderano il Sacramento del matrimonio. Non solo. A loro si rivolgono i coniugi che hanno seri problemi e hanno bisogno di riscoprire la grazia del Sacramento.
Il corso di formazione sul nuovo processo matrimoniale era indirizzato infatti proprio ai parroci, con l’obiettivo di approfondire quanto proposto nel Sinodo sul tema “Matrimonio e famiglia”, poi recepito e integrato nell’Esortazione Apostolica "Amoris laetitia" e quindi tradotto nei due specifici provvedimenti, i Motu proprio Mitis Iudex e Misericors Jesus. Il Papa quindi loda queste iniziative di studio.
Preparare i fidanzati e poi seguire le giovani coppie
La prima cosa che Francesco chiede è che si testimoni la grazia del Sacramento del matrimonio fra uomo e donna, sia nella preparazione per i fidanzati sia, poi, nell’accompagnare le giovani coppie, aiutandole a vivere “nei momenti di gioia e in quelli di fatica”:
“Ma io mi domando, quante volte o quanti di questi giovani che vengono ai corsi prematrimoniali capiscano cosa significa ‘matrimonio’ e il segno dell’unione di Cristo e la Chiesa. ‘Sì, sì’, dicono di sì; ma capiscono, questo? Hanno fede in quello? Sono convinto che ci voglia un vero catecumenato per il Sacramento del matrimonio e non fare la preparazione con due o tre riunioni e poi andare avanti”.
Il matrimonio è infatti “icona di Dio”. L’amore di Dio Uno e Trino e l’amore fra Cristo e la Chiesa devono essere quindi al centro della catechesi matrimoniale.
Catecumenato per i futuri sposi sia prima sia dopo celebrazione
Francesco ribadisce quindi la centralità di “un vero catecumenato" dei futuri sposi, sia prima della celebrazione sia dopo. Una necessità già espressa nel discorso alla Rota Romana:
“Vi incoraggio ad attuarlo nonostante le difficoltà che potrete incontrare. Credo che la difficoltà più grande sia pensare o vivere il matrimonio come un fatto sociale – ‘noi dobbiamo fare questo fatto sociale’ – e non come un vero Sacramento che vuole una preparazione lunga. Lunga”.
Non presentarsi come esperti di norme giuridiche
Bisogna anche sostenere quanti si sono resi conto che “la loro unione non è un vero matrimonio sacramentale e vogliono uscire da questa situazione”:
“In questa delicata e necessaria opera fate in modo che i vostri fedeli vi riconoscano non tanto come esperti di atti burocratici o di norme giuridiche, ma come fratelli che si pongono in un atteggiamento di ascolto e di comprensione”.
Vicinanza ai giovani che convivono senza sposarsi
Francesco chiede poi di farsi prossimi e accogliere quei giovani che preferiscono convivere senza sposarsi. “Sono fra i poveri e i piccoli”, verso i quali la Chiesa vuole essere madre che non abbandona:
“Anche queste persone sono amate dal cuore di Cristo. Abbiate verso di loro uno sguardo di tenerezza e di compassione. Questa cura degli ultimi, proprio perché emana dal Vangelo, è parte essenziale della vostra opera di promozione e difesa del Sacramento del matrimonio”.
La parrocchia è infatti il luogo, per antonomasia, della salvezza delle anime, come insegnava il Beato Paolo VI. Bisogna quindi essere ministri di consolazione specialmente fra le persone più fragili.
RV

“Il Crocifisso è vivo”.

Il nuovo libro del cardinale Comastri - RV

“Il Crocifisso è vivo”. E’ il titolo del nuovo libro del cardinale Angelo Comastri, pubblicato in questi giorni dalle Edizioni San Paolo. Il volume introduce i lettori alla “terapia della Misericordia”, raccontando storie di conversioni e trasformazioni di uomini raggiunti dalla forza della Croce. Un libro, dunque, particolarmente utile mentre ci avviciniamo al periodo quaresimale che ci condurrà alla Pasqua del Signore. Intervistato da Alessandro Gisotti, il cardinale Angelo Comastri, vicario generale del Papa per la Città del Vaticano, muove la sua riflessione dall’affermazione dello storico russo Aleksandr Solženicyn: “Gli uomini hanno dimenticato Dio”:
R. - Solženicyn ha raccontato che quando era ragazzo, quindi negli anni ’20, ’22, ricordava che nel suo villaggio discutevano: “Ma perché ci sono capitate queste disgrazie nella Russia?”. Erano gli anni in cui si stava imponendo la dittatura feroce di Stalin. E lui ricordava che gli anziani dicevano: “Abbiamo abbandonato Dio, il resto è conseguenza”. Questo vale anche oggi. Viviamo in una società in cui dominano due caratteristiche. Oggi c’è violenza e scontentezza. La violenza è un po’ dovunque. Così anche la scontentezza è un po’ dovunque. Perché questa inquietudine? Dio è la trave che sostiene il tetto del senso della vita: se Dio è entrato nella storia, la storia ha una salvezza, ha uno sbocco positivo. Noi siamo sicuri che lo sbocco finale sarà la vittoria dei buoni. Allora, sapendo che il Crocifisso è vivo, cioè che Gesù è dentro la storia, è dalla parte nostra, sapendo questo, noi dobbiamo avere una grande speranza, una grande fiducia: il mondo può cambiare, il mondo si può rinnovare e, non solo, la vittoria dei buoni è assicurata.
D. - La Quaresima è vicina. Questo libro parla di Risurrezione fin dal titolo. Come prepararsi a questo tempo forte dell’anno?
R. - Il mondo nel quale viviamo potrebbe farci paura. Ci sono tanti elementi che possono anche infondere scoraggiamento. Allora, mi vengono in mente le parole che spesso mi diceva Madre Teresa: “Non serve a niente gridare ‘E’ buio, è buio!’ ”. Finché gridiamo ‘E’ buio, è buio!’ non si accende la luce. E lei diceva: “Accendiamo la luce. Anzi, diventiamo luce noi”. Allora, all’inizio della Quaresima, io credo che tutti dobbiamo riconoscere che abbiamo dentro di noi qualche zona d’ombra, tutti abbiamo qualche spazio in cui si è accumulata polvere. Quanto è bello ripulire l’anima, renderla più splendente, mandare più luce: questa è la Quaresima, in modo che il giorno di Pasqua possa essere non solo il ricordo della Risurrezione di Gesù ma anche un momento in cui noi ci avviciniamo alla Risurrezione di Gesù. Perché questo è il senso della Quaresima: farci diventare figli risorti.
D. – Lei sottolinea che la terapia che oggi serve agli uomini del nostro tempo è la misericordia di Dio. Questo tema della misericordia è molto presente nei Papi dopo il Concilio, in particolare in Giovanni Paolo II e Francesco. Perché secondo lei?
R. – Credo che il tema della misericordia sia un po’ il cuore del Vangelo. Oggi lo stiamo sottolineando più che scoprendo perché è nel cuore del Vangelo. Prendiamo il capitolo 15 di San Luca. L’evangelista racconta che un giorno la gente mormorava contro Gesù perché lo trovava troppo buono, troppo accondiscendente verso i peccatori e Gesù risponde con tre parabole, con le quali vuol dire: “Voi non sapete chi è Dio. Dio non è come lo pensate voi. Dio è come un pastore che ha 100 pecore, ne perde una, potrebbe dire: ‘99 mi bastano’. E invece va a cercare la pecora smarrita. Questo è Dio”. E Gesù conclude: “Ebbene in cielo si fa festa per un solo - un solo! - peccatore che si converte”. Poi, Gesù continua: “Dio è come una donna che ha 10 monete e ne perde una. Ebbene chi sono queste monete preziose? E’ l’uomo, l’uomo peccatore. La moneta perduta è l’uomo peccatore. E dice Gesù: “La donna butta all’aria tutta la casa. Ed è un’immagine di Dio per dire: Dio fa di tutto per ritrovarci. Poi, la parabola del Figliol prodigo è meravigliosa: il figlio sbatte la porta, scappa di casa va a finire nel porcile, più umiliante di così non si può immaginare! Ebbene, io sono convinto che Gesù quando raccontava questa parabola a un certo punto si è fermato, nel momento in cui ha detto: “Ma il figlio si pentì e disse: ‘Tornerò da mio padre’”. Io ho sempre immaginato che Gesù si sia fermato in questo momento e abbia detto: “Immaginate l’incontro”. Forse qualcuno avrà detto: “Una bella bastonata gliel’avrà data!”. Gesù risponde: “No, così ragionato gli uomini non Dio”. Il Padre lo vide da lontano, cioè il padre lo stava aspettando. Ed è bello il movimento dei verbi: “Il padre gli corse incontro, gli cadde sul collo e lo abbracciò con l’amore di un padre”. Quindi noi possiamo perdere le caratteristiche di figli, Dio non perde mai le caratteristiche di padre.
RV

Udienza del Santo Padre ai membri della Comunità di Capodarco.

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Udienza del Santo Padre ai membri della Comunità di Capodarco. "La qualità della vita all’interno di una società si misura, in buona parte, dalla capacità di includere coloro che sono più deboli e bisognosi, nel rispetto effettivo della loro dignità di uomini e di donne"

Sala stampa della Santa Sede

"La discriminazione in base all’efficienza non è meno deplorevole di quella compiuta in base alla razza o al censo o alla religione." 


Cari fratelli e sorelle,
sono lieto di questo nostro incontro, e molto lieto di ciò che ho sentito, e vi saluto tutti con affetto. Ringrazio di cuore Don Franco Monterubbianesi, fondatore della vostra Comunità, e Don Vinicio Albanesi, attuale presidente, per le loro parole; e ringrazio voi che ci avete regalato le vostre testimonianze.
La Comunità di Capodarco, articolata in numerose realtà locali, ha celebrato l’anno scorso il suo 50° anniversario. Con voi, ringrazio il Signore per il bene compiuto in tutti questi anni al servizio delle persone disabili, dei minori, di quanti vivono situazioni di dipendenza e di disagio, e delle loro famiglie.
Voi avete scelto di stare dalla parte di queste persone meno tutelate, per offrire loro accoglienza, sostegno e speranza, in una dinamica di condivisione. In questo modo avete contribuito e contribuite a rendere migliore la società.
La qualità della vita all’interno di una società si misura, in buona parte, dalla capacità di includere coloro che sono più deboli e bisognosi, nel rispetto effettivo della loro dignità di uomini e di donne. E la maturità si raggiunge quando tale inclusione non è percepita come qualcosa di straordinario, ma di normale. Anche la persona con disabilità e fragilità fisiche, psichiche o morali, deve poter partecipare alla vita della società ed essere aiutata ad attuare le sue potenzialità nelle varie dimensioni. Soltanto se vengono riconosciuti i diritti dei più deboli, una società può dire di essere fondata sul diritto e sulla giustizia. Una società che desse spazio solo alle persone pienamente funzionali, del tutto autonome e indipendenti non sarebbe una società degna dell’uomo. La discriminazione in base all’efficienza non è meno deplorevole di quella compiuta in base alla razza o al censo o alla religione.
In questi decenni, la vostra Comunità si è costantemente messa in ascolto attento e amoroso della vita delle persone, sforzandosi di rispondere ai bisogni di ciascuno tenendo conto delle loro capacità e dei loro limiti. Questo vostro approccio ai più deboli supera l’atteggiamento pietistico e assistenzialistico, per favorire il protagonismo della persona con difficoltà in un contesto comunitario non chiuso in sé stesso ma aperto alla società. Vi incoraggio a proseguire su questa strada, che vede in primo piano l’azione personale e diretta dei disabili stessi. Di fronte ai problemi economici e alle conseguenze negative della globalizzazione, la vostra Comunità cerca di aiutare quanti si trovano nella prova a non sentirsi esclusi o emarginati, ma, al contrario, a camminare in prima linea, portando la testimonianza dell’esperienza personale. Si tratta di promuovere la dignità e il rispetto di ogni individuo, facendo sentire agli “sconfitti della vita” la tenerezza di Dio, Padre amorevole di ogni sua creatura.
Voglio ancora ringraziare per la testimonianza che date alla società, aiutandola a scoprire sempre più la dignità di tutti, a partire dagli ultimi, dai più svantaggiati. Le istituzioni, le associazioni e le varie agenzie di promozione sociale sono chiamate a favorire l’effettiva inclusione di queste persone. Voi lavorate per questo scopo con generosità e competenza, con l’aiuto coraggioso di famiglie e volontari, che ci ricordano il significato e il valore di ogni esistenza. Accogliendo tutti questi “piccoli” segnati da impedimenti mentali o fisici, o da ferite dell’anima, voi riconoscete in essi dei testimoni particolari della tenerezza di Dio, dai quali abbiamo molto da imparare e che hanno un posto privilegiato anche nella Chiesa. Di fatto, la loro partecipazione alla comunità ecclesiale apre la via a rapporti semplici e fraterni, e la loro preghiera filiale e spontanea ci invita tutti a rivolgerci al nostro Padre celeste.
La vostra Associazione ha avuto origine dai pellegrinaggi ai santuari di Lourdes e di Loreto, nei quali don Franco intuì il modo di poter valorizzare le risorse umane e spirituali insite in ogni persona diversamente abile. Nella vostra attività, tanto preziosa per la Chiesa e per la società, la Vergine Madre vi ha sempre accompagnato e continua a farlo, aiutandovi a ritrovare ogni volta nuove energie e a conservare sempre lo stile del Vangelo, la tenerezza, la premura, la vicinanza, e anche il coraggio, lo spirito di sacrificio, perché non è facile lavorare nel campo del disagio personale e sociale.
Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio ancora della vostra visita. Vi benedico e vi accompagno con la preghiera, perché le vostre comunità continuino a camminare con gioia e con speranza. E anche voi, per favore, pregate per me. Grazie!


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Comunità di Capodarco

www.comunitadicapodarco.it/
Associazione che organizza servizi per la riabilitazione e l'inserimento sociale e lavorativo delle persone con disabilità. Eventi, riferimenti alle comunità locali e ...